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L’ECONOMIA AFGHANA AL COLLASSO

Mentre prende forma il suo nuovo assetto istituzionale, l’Afghanistan vive una profonda crisi economica, aggravata dal blocco delle riserve detenute all’estero, dall’emergenza siccità e dal forte rischio di una instabilità finanziaria. Ora che i taliban non sono più all’opposizione, saranno in grado di governare il Paese? Sul piano geopolitico, restano incerti gli intenti della Cina. 

LA CORSA AGLI SPORTELLI

Nei giorni immediatamente successivi alla caduta di Kabul, il Fondo monetario internazionale ha bloccato 400 milioni di dollari di aiuti e la Fed ha congelato le riserve della Banca Centrale Afghana. Ajmal Ahmady, ormai ex governatore della banca centrale, ha dichiarato che la BCA detiene 9 miliardi di dollari in riserve all’estero (di cui 7 in obbligazioni, azioni e oro dalla presso la Fed). Appena insediatosi, il nuovo governatore della banca centrale Alhaj Abdul Qahiri, ha tentato di rassicurare i cittadini con un comunicato: “Le banche commerciali in Afghanistan tengono in media con sé il 50% della valuta afghana e straniera. Pertanto, il settore bancario è in buone condizioni”.

Ma la realtà sembra essere un’altra. In mancanza di valuta estera, le banche hanno chiuso gli sportelli per due settimane innescando il panico tra la popolazione. Gli sportelli sono stati poi riaperti ma con un limite settimanale sui prelievi pari a 200 dollari americani. Molte famiglie non hanno abbastanza soldi per sopravvivere. Il congelamento dell’accesso alla valuta estera potrebbe mettere sotto pressione i taliban, costringendoli a concessioni sui diritti umani. Ma le conseguenze sulle finanze del Paese sono già catastrofiche. Basti pensare che il 75% della spesa pubblica è finanziata dagli aiuti internazionali. Secondo Ahmady i fondi accessibili per i Talebani potrebbero rappresentare lo 0,1-0,2% delle riserve internazionali. Il Dipartimento della Difesa USA ha anche congelato i trasferimenti legati alla spesa militare, pari a 3 miliardi di dollari annui. 

Negli ultimi giorni Reuters ha riportato che la banca centrale avrebbe ridotto la maggior parte delle riserve in dollari già nelle settimane precedenti la caduta di Kabul. Da luglio sono sospesi i pagamenti degli stipendi dei dipendenti pubblici, mentre l’inflazione sta divorando il potere d’acquisto delle famiglie, con il 90% degli afghani al di sotto della soglia di povertà, 14 milioni di persone senza cibo a sufficienza e 5,5 milioni di bambini in emergenza alimentare.

LA FRAGILE ECONOMIA E L’EMERGENZA SICCITÀ

La ritirata degli attori occidentali da Kabul ha svelato la fragilità strutturale dell’economia afghana, preesistente al ritorno al potere dei taliban. Il PIL e la stabilità del valore della moneta sono stati per anni tenuti in piedi dai finanziamenti esterni, dato che il Paese non dispone di un tessuto produttivo né di infrastrutture sviluppate al di fuori della capitale.

La produzione più redditizia è quella del papavero da oppio che genera attualmente il 65% delle entrate dei talebani. L’85% dell’oppio consumato nel mondo proviene dall’Afghanistan e rappresenta il 50% del Pil del Paese oltre che fonte di occupazione per almeno 600 mila afgani. La crisi economica è aggravata dalla siccità che ha spazzato via il 40% del raccolto di grano del paese. Si prevede un raccolto nell’anno in corso inferiore del 20% rispetto a quello del 2020 e inferiore del 15% alla media dei raccolti, con un aumento del 28% del fabbisogno di frumento e farina. Il prezzo del riso e della farina sono saliti rispettivamente del 33% e del 21%. In vista del periodo di semina autunnale, la FAO invoca un aumento graduale degli aiuti umanitari per sostenere agricoltori e allevatori. Un’altra piaga che sta devastando l’Afghanistan è l’emergenza sfollamenti. Dalla fine di maggio si stimano 570.000 sfollati, il 60% bambini. Mentre poco più di un milione di persone è stato vaccinato contro il COVID-19.

L’INCOGNITA DEI GIACIMENTI

Il Paese è storicamente considerato una delle riserve di materie prime più ricche del mondo e l’abbandono degli USA potrebbe incentivare gli attori geopolitici della regione a stringere relazioni diplomatiche e commerciali con il governo dei talebani.

L’Afghanistan è un territorio strategico per la Nuova Via della Seta progettata da Pechino, oltre che potenziale serbatoio di giacimenti di oro, rame, uranio e litio. Si stima che il valore totale dei giacimenti possa raggiungere il trilione di dollari. Tuttavia, non è disponibile una mappatura puntuale e definitiva del reale potenziale minerario del territorio. Inoltre, non è chiaro per quale motivo gli USA avrebbero abbandonato una risorsa di questa portata lasciandola direttamente nelle mani del diretto avversario globale.

Occorre considerare ulteriori fattori che potrebbero rendere non economico (almeno nel breve periodo) per la Cina puntare al controllo di questi giacimenti. In primo luogo, l’instabilità politica della regione e i continui conflitti che ostacolano la realizzazione delle infrastrutture e ne compromettono la sicurezza. In secondo luogo, gli elevati investimenti necessari nel breve-medio periodo per svolgere l’attività di estrazione. Un esempio plastico dell’azione congiunta di questi due fattori lo ritroviamo nel caso della Metallurgical Group Corporation. Nel 2007 l’azienda statale cinese aveva firmato un contratto con il governo afgano per realizzare la più grande miniera di rame del Paese. Dopo 14 anni quel progetto è rimasto sulla carta per motivi logistici e di sicurezza.

In ultima istanza, per la Cina vi è anche il delicato dossier degli uiguri, minoranza musulmana stanziata nella regione autonomia dello Xinjiang, al confine con l’Afghanistan. 

GLI AIUTI INTERNAZIONALI E IL G20 STRAORDINARIO

Il 13 settembre scorso si è tenuta a Ginevra una conferenza delle Nazioni Unite sugli aiuti internazionali all’Afghanistan. I rappresentanti di 40 paesi donatori hanno concordato un pacchetto di aiuti da 1,2 miliardi di dollari, il doppio della richiesta delle Nazioni Unite (600 milioni di dollari), per fornire assistenza a 11 milioni di afghani.

Intanto, la Cina ha annunciato l’invio di cibo e forniture sanitarie per 30 milioni di dollari e un primo lotto di 3 milioni di vaccini contro il coronavirus, mentre l’Iran ha dichiarato di aver inviato un carico aereo di aiuti umanitari. Il Pakistan ha inviato forniture di olio da cucina e medicine. Il 29 settembre è atterrato a Kabul il primo aeroplano con a bordo 32 tonnellate di aiuti medici dell’Unicef, fondamentali in una fase in cui la crisi politica ed economica sta mettendo a rischio il funzionamento delle strutture sanitarie in tutto l’Afghanistan.

Il prossimo 12 ottobre si riunirà in videoconferenza il G20 per discutere del futuro dell’Afghanistan, a cui parteciperanno anche Paesi Bassi, Spagna, Nazioni Unite, Qatar, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.

FUTURO INCERTO

L’accordo raggiunto a Ginevra si fonda sull’assunto che gli aiuti internazionali saranno gestiti direttamente dalle Nazioni Unite. Nemmeno un dollaro verrà affidato in gestione al governo talebano. Si tratta di un trade-off tra evitare una crisi umanitaria e legittimare i talebani. In questo scenario risulta fondamentale l’intervento sul campo delle ONG rimaste attive nel paese che hanno bisogno di maggiore sostegno e donazioni da parte dei governi occidentali per poter assistere un popolo messo in ginocchio da una crisi politica, economica, sanitaria e climatica. 

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