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SABA UN UOMO COME TUTTI

Umberto Saba si serve della poesia come strumento di ricerca della verità, della pulsione vitale, che ritrova nell’immediatezza con la quale gli umili, i dimenticati conducono un’esistenza fatta di stenti , dove essere semplici equivale ad essere poveri, ed essere poveri vuol dire non poter lasciare spazio alla forma, vivere di sola sostanza.

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La Poetica di Saba

La letteratura è in grado di rappresentare “i colori di una vita normale“? Certo! Basti pensare ad Umberto Saba, poeta triestino vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, massimo esponente della poesia “onesta”. Cosa si intende per poesia “onesta”? Una poesia la cui funzione è quella di raccontare la verità, penetrare nelle viscere della vita, coglierne l’essenza, rigettando quel genere di composizioni che, in nome del luccichio e dunque di tutti gli artifici formali, scelgono di fermarsi alle soglie della realtà e rimanere in superficie; di conseguenza non importa, per Saba, che una poesia sia bella, ma autentica, vera, chiara (non a caso in un primo momento aveva pensato di intitolare Chiarezza il proprio Canzoniere).

Le scelte formali

Vista la poetica di Saba, risulta naturale trovare nei suoi versi delle scelte formali che stridono con la tradizione lirica precedente, tipo l’apertura ad un lessico basso, quotidiano, familiare, che, accostato ad un lessico alto, letterario e convenzionale, non vuole avere un effetto parodico ma essere funzionale a nobilitare la realtà umile. Perché la poesia può nascere dal fango, nel fango e se si vuole rappresentare la realtà nella totalità non si può  sacrificare ed escludere la dimensione bassa. Dunque non meravigliamoci se Saba scrisse anche delle poesie dedicate al calcio, oppure se fece rimare la parola “Signore” con “friggitore”, mettendo sullo stesso piano  ciò che rappresenta una realtà sublime e spirituale e una realtà infima e terrena.

Saba un uomo come tutti

Mi vorrei soffermare proprio su questo aspetto,  sulla volontà di Saba di:

“vivere la vita

di tutti,

d’essere come tutti

gli uomini di tutti

i giorni”

Il borgo” Umberto Saba

Come possiamo intendere da questi versi, nel poeta spicca una volontà di vicinanza e identificazione con gli strati sociali più bassi, umili, che egli considerava puri, autentici, perché più vicini alla natura. Osservando i quali poteva cogliere e percepire una pulsione vitale istintiva, non mediata dalle forme, dalle sovrastrutture degli strati sociali alti, “borghesi”. Una delle poesie che perfettamente esprime quanto appena detto è “Città vecchia”, una dedica d’amore alla propria città natale: Trieste.

Città vecchia

Cosa ama Saba di Trieste? I quartieri ricchi, belli e sfarzosi? Ovviamente no! Ama la città vecchia, la parte “più antica e più incontestabilmente italiana”, caratterizzata dal degrado, dall’abbandono, dalla povertà. Ed ecco che nella prima strofa viene presentato lo scenario di questa porzione di Trieste e ci si sofferma su una strada che possiamo immaginare stretta, fatiscente, affollata, oscura, oscura perché poco illuminata ma anche perché malfamata.

Spesso, per ritornare alla mia casa

prendo un’oscura via di città vecchia.

Giallo in qualche pozzanghera si specchia

qualche fanale, e affollata è la strada.”

Nella seconda strofa Saba ci presenta i personaggi che popolano città vecchia, in un primo momento, genericamente parla di “gente” che frequenta l’osteria, la casa, il postribolo (tre luoghi simbolo dello stile di vita di quest’umanità). Gente e merci che si trovano per le strade, come i detriti che si trovano sulla spiaggia perché rigettati dal moto incessante del mare. Ed ecco queste persone, gli esclusi dalla società associati alle merci e guardati come detriti, relitti, dall’occhio del borghese, ma Saba non assume questo punto di vista perché proprio nell’umiltà, nella povertà ritrova l’infinito, nella sua accezione più alta, nobile, lirica (si pensi all’infinito leopardiano), infinito simbolo dell’afflato vitale. 

“Qui tra la gente che viene che va

dall’osteria alla casa o al lupanare

dove son merci ed uomini il detrito

di un gran porto di mare,

io ritrovo, passando, l’infinito

nell’umiltà.”

Nello specifico chi è questa gente? La prostituta, il marinaio, il vecchio che bestemmia, la donna che urla e litiga, il soldato che, spogliatosi delle vesti ufficiali, siede presso la bottega del friggitore, la giovane in preda al delirio amoroso. Tutte queste persone non sono merci, non sono detriti, sono creature della vita e del dolore, e in loro Saba ritrova il Signore, da intendere non come il Dio ebraico, cristiano etc. Ma come un Dio generico, un principio astratto, simbolo della natura, della vita pulsante, del mistero dell’essere.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio

che bestemmia, la femmina che bega,

il dragone che siede alla bottega

del friggitore.

la tumultuante giovane impazzita

d’amore,

sono tutte creature della vita

e del dolore;

s’agita in esse, come in me, il Signore.

Ed ecco l’ultima strofa in cui ritrovare la morale di Saba che, stando in compagnia degli umili, vivendoli, (non guardandoli da una torre di avorio), sente il suo pensiero diventare più puro, là proprio in mezzo alla turpitudine, là dove la vita è autentica perché semplice, perché frugale e precaria.

Qui degli umili sento in compagnia

il mio pensiero farsi

più puro dove più turpe è la via.

La città vecchia di De André

Proprio a questa poesia si è ispirato Fabrizio de André nella sua canzone “Città Vecchia”, descrivendo i quartieri malfamati, non di Trieste ma di Genova , con le loro strade abbandonate anche da Dio che evidentemente preferisce scaldare con i suoi raggi altri quartieri, più fortunati. Ritroviamo la prostituta, gli anziani che seduti bestemmiano contro “le donne, il tempo ed il governo” cercando illusoria e fugace allegria in un bicchiere di vino, ritroviamo l’ipocrisia borghese, in questo caso esplicitata attraverso la figura del professore che “parla bene e razzola male”, l’assassino, il ladro e l’uomo che ha venduto la madre ad un nano . De André, come Saba, empatizza con gli umili, i disgraziati e conclude cantando:

“Se tu penserai e giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni
più le spese
ma se capirai se li cercherai
fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.”

In questi versi sento quanto l’arte sia fondamentale nella società, servono altre parole per difenderla dall’accusa, implicita, di essere una superflua ed elitaria roba da radical chic?

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