Brian Shamblen/Flickr
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L’INTROVERSIONE DELL’EGEMONE: USA E IL RITROVATO ISOLAZIONISMO

Con l’avvento dell’amministrazione Trump, iniziò ad essere definitivamente chiara l’indole statunitense ad assumersi un nuovo ruolo internazionale, rinnegando la posizione di leadership del mondo libero per più di mezzo secolo rivestita e tornando a quell’isolazionismo atavico che caratterizzò la storia americana per diversi secoli. Si va oggi incontro ad un mondo che risulterà radicalmente mutato nei suoi equilibri dalla svolta strategica e l’introversione dell’egemone.

Avvento e fase distensiva
Gli Stati Uniti raggiunta l’indipendenza, poterono godere di una fase storica di immensa crescita economico-sociale. Quest’ultima non fu garantita dal solo dinamismo della società industriale americana e da una popolazione strutturalmente portata ad abbracciare il consumismo di massa, ma punto focale del successo americano fu anche e soprattutto la collocazione geo-strategica in cui il mondo nuovo si trovava protetto dai due oceani. Tutelati da un ineguagliata profondità strategica oceanica e privi di minacce impellenti, gli Stati Uniti poterono incentrarsi sullo sviluppo economico-industriale, piuttosto che doversi costantemente crucciare per eventuali attacchi di natura bellica. Poterono estraniarsi da quelli che furono i repentini conflitti nel cuore dell’Europa, scegliendo deliberatamente in quali guerre impegnarsi. Fu quindi in buona misura l’approccio isolazionista americano, in parte costretto da collocazione geografica e in parte deliberatamente scelto, che si rivelò propizio nella costruzione delle basi per la sua futura supremazia. La distruzione perpetuatesi vicendevolmente tra Stati europei nel corso di quella che possiamo considerare come una “seconda guerra dei trent’anni” (1915-1945) non fece che velocizzare un inevitabile processo di ascesa e sorpasso statunitense alle ormai decadenti potenze europee. Sarà la conclusione della seconda guerra mondiale che sancirà il definitivo assurgere statunitense a unica superpotenza ed aprirà un nuovo ciclo egemonico in cui gli USA finalmente abbandoneranno l’isolazionismo, per sostanziarsi a guida del mondo libero. Iniziò la fase distensiva americana in cui la superpotenza si impegnò in tutti i maggiori teatri strategici internazionali e l’influenza dell’egemone si estese globalmente.

Ricollocazione strategica
Ad oggi le tendenze statunitensi in politica estera appaiono mutate e palesano una chiara propensione verso la rivalutazione del atavico isolazionismo. Tali mutamenti finiscono per destabilizzare i fragili equilibri internazionali incentratesi negli ultimi decenni sul ruolo cardine dello “zio Sam” come equilibratore sistemico e attore onnipresente nelle relazioni internazionali.
Si imbastisce una guerra dei dazi non solo con la Cina ma anche con gli storici alleati europei. Si attua una ritirata strategica delle truppe USA schierate nei Paesi amici (per ultima la notizia del ridimensionamento del numero dei militari stanziati in Germania, da 34.500 a 25.000) e in zone strategiche come il Medio Oriente. Si abbandona il multilateralismo per barricarsi dietro scelte strategiche e commerciali autoreferenziali.
Come spiegare questo nuovo approccio? Risulta limitante circoscrivere le nuove tendenze all’avvento del presidente imparruccato. Infatti, nonostante Trump sia spesso giustamente tacciato di incompetenza e eccessivo narcisismo, le recenti tendenze di Washington in politica estera non sono mero atto propagandistico, né risultano iniziate dall’attuale amministrazione. Esse rispecchiano piuttosto un ripensamento strategico nello scacchiere internazionale ampiamente condiviso, volto in ultima istanza al pragmatico soddisfacimento di interessi nazionali.

La ritirata militare
Gli Stati Uniti ad oggi sono notoriamente troppo allungati militarmente sul planisfero per quelli che sono i loro stessi interessi nazionali e pagano il salato prezzo dell’onnipresenza militare con più di 800 basi militari sparpagliate in tutto il mondo. In questo contesto l’abbandono della presenza militare in diversi scenari territoriali non è volta al perseguimento di ideali pacifisti, ma segue piuttosto precisi interessi nazionali. È ben noto infatti che una parziale ritirata, oltre a ridurre i costi, non determinerebbe necessariamente una minore influenza internazionale o un ridimensionato di hard power.
Gli USA contano su un soft power ineguagliato e più forte che mai oggi nell’era social. Risultano inoltre i padroni indiscussi dei mari e tale fattore risulta già da solo sufficiente a garantire il primato mondiale in termini tanto militari, quanto commerciali.
Ad oggi figurano sotto diretta dominazione americana i principali punti geo-strategici del pianeta: Stretto di Gibilterra, di Hormuz, di Bab el-mandeb, canale di Suez, Panama e Malacca. Il controllo di quest’ultimi consegna de facto il domino commerciale in mano all’impero a stelle strisce e pone la Casa Bianca nella condizione di poter potenzialmente imporre embarghi a piacimento per piegare gli avversari ai propri voleri, potendo inoltre potenzialmente colpire quest’ultimi con attacchi balistici e nucleari in qualsiasi momento.
Possiamo desumerne in conclusione che lo spaventoso potere coercitivo americano su scala globale resta tutelato nonostante eventuali ridimensionamenti di contingenti militari stanziati all’estero.

Organizzazioni internazionali
Il rinnovato approccio estero degli States è evidente anche e soprattutto nel complesso sistema delle organizzazioni internazionali. Un sistema eretto in principio grazie ai fondi e alla volontà americana. È recente notizia l’abbandono dell’OMS (organizzazione mondiale della sanità). L’atteggiamento verso l’ONU risulta sempre più insofferente in seguito al cambio di equilibri di potere interni che non ne consentono più una strumentalizzazione perpetua per mano americana. Infine, appena un anno fa, la Casa Bianca si è adoperata per esautorare il meccanismo di risoluzione delle controversie del WTO (organizzazione mondiale del commercio) impedendo col suo veto la rielezione dei 7 giudici della Corte di appello dell’Dispute Settlement Mechanism e rendendo de facto l’organizzazione inoperativa nel suo ruolo di regolatrice internazionale del commercio.
In sostanza, senza scendere in noiosi tecnicismi, la tendenza statunitense risulta sempre più antitetica al multilateralismo, che per decadi essi stessi hanno incentivato. Anche tale tendenza risulta in linea con la progressiva introversione.

Follia o resilienza?
Le spiegazioni a queste propensioni che risultano incrociarsi (Guerra commerciale a tutto campo, ritirata militare strategica, atteggiamento conflittuale verso le organizzazioni internazionali) sono chiare e inequivocabili. Gli USA non si sono adoperati per più di mezzo secolo come garanti dei valori democratici e del multilateralismo poiché volenterosi di perseguire idealistici obbiettivi. La strategie americana è sempre stata improntata alla massimizzazione di influenza internazionale e al perseguimento dei propri interessi nazionali. Oggi cambia lo strumento (la politica estera) ma l’obbiettivo è immutato (massimo ritorno economico e strategico).
Washington sa bene che il ruolo internazionale di “guardiano del mondo libero” porta più costi che benefici economico-strategici, erodendo al contempo il suo potere relativo nei confronti di nuovi sfidanti che oggi si affermano a competitor. È inoltre altrettanto risaputo che agire autoreferenzialmente al di fuori della struttura istituzionale internazionale, facendo leva sul suo strapotere economico e politico, garantisce risultati decisamente più concreti e immediati.
Il dado è tratto, la strategia americana non è più di certo occulta e il resto del mondo deve iniziare ad agire di conseguenza. La Cina lo ha già fatto, operandosi per estendere multidirezionalmente la sua influenza nel tentativo di sostituirsi alla presenza americana. Sta ora agli altri attori della società globale avanzare le dovute contromosse.

Riflettere sul presente e speculare per il futuro
Il nuovo approccio americano, seppur legittimo, non risulta privo di conseguenze. Le lacune lasciate vengono con solerzia colmate dal nuovo aspirante egemone che cerca di diffondere la sua influenza. Sempre più Stati cadono nel soffocante abbraccio cinese che sopraggiunge con preponderanza laddove gli USA si disimpegnano. Si è a lungo criticata l’ingente influenza statunitense su tutte le democrazie occidentali, ma oggi davanti alla fase di introversione americana la stessa essenza democratica è in pericolo. Il modello cinese che tenta di affermarsi e riscuote ampi successi, rappresenta con il suo autoritarismo tutto ciò che c’è di antitetico alle democrazie liberali che conosciamo. gli Stati nazionali dovranno sapersi riadattare e rispondere al nuovo ruolo assunto dall’egemone e alle innovative tendenza espansive del dragone. Presto o tardi sarà necessario prendere posizione nella nuova guerra fredda già in corso e destinata ad acuirsi nel tempo.
Per quel che ci riguarda più da vicino, l’Europa potrà contare sempre meno sul supporto militare americano su cui ha a lungo fatto affidamento tramite la NATO. Di certo inoltre non vedrà nuovi piani Marshall in aiuto per uscire dalla crisi economica che verrà. L’Unione è sola, sarà questa forse l’occasione per emanciparsi e raggiungere finalmente la maturazione politica necessaria a compiere la sua lunga metamorfosi realizzando un unione federale? Potremo un giorno sostituirci agli USA come promulgatori della democrazia e farlo in veste di attore unitario?
L’alternativa è abbandonarsi a nazionalismi contrastanti vedendo evaporare la possibilità di futuri prosperi, e lasciando strada aperta al fronte di stati autoritari a guida cinese. Un dispotico scenario in cui ci stiamo buttando a capo fitto e di gran gusto.

Pietro Maccabelli

8 Comments

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