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PECHINO SI TINGE DI VERDE

Il 22 settembre 2020 il leader cinese Xi Jinping ha dichiarato in videoconferenza all’assemblea generale dell’ONU la volontà di rendere la Cina un paese carbon free, azzerando le emissioni di Co2 entro il 2060. Tale dichiarazione risulta  fortemente ambiziosa e non mancano i dubbi sulla realizzabilità di tale obbiettivo ma di certo ad oggi la Cina non si è limitata alla dichiarazioni di intenti ed è particolarmente attiva nello sviluppo delle energie rinnovabili. Detto questo, quali sono le ragioni che spingono Xi a prendersi l’oneroso impegno della decarbonizzazione totale? È il solo ambientalismo a guidare la riconversione energetica della potenza asiatica?

I VINCOLI E LE OPPORTUNITÀ ENERGETICHE CINESI

Nel 2018 lo sviluppo di pannelli solari era per il 73% in mano cinese. La potenza asiatica ha oggi 356 gigawatt di capacità idroelettrica. Produce più del 70% dei moduli fotovoltaici del pianeta e ospita quasi la metà delle capacità produttive di turbine eoliche. Estrae oltre il 60% delle terre rare a livello globale, raffina più del doppio del Litio e otto volte più Cobalto di qualsiasi altro paese. È ampiamente dominante nella filiera delle batterie al Litio controllando il 77% delle capacità delle celle e il 60% della produzione dei componenti. Infine Pechino risulta essere uno dei leader globali nella produzione di energia nucleare.

Tutto ciò contribuisce a fare della Cina uno tra gli stati più concretamente impegnati nel processo di transizione energetica dagli inquinanti combustibili fossili a più sostenibili forme di sostentamento energetico. Tuttavia, le ragioni che spingono Beijing verso tale transizione non sono circoscrivibili alla sola volontà di tutelare l’ecosistema ma risultano, anzi, in maggior misura di natura strettamente strategica. La Cina è ormai notoriamente nel mezzo di una fase conflittuale (seppur a bassa intensità e non ancora degenerata in conflitto bellico) con gli Stati Uniti. Immersi in questo innovativo contesto di guerra fredda la Grand strategy cinese trova nelle transizione green almeno due potenziali vantaggi per fortificare la posizione internazionale cinese e indebolire al contempo quella dei rivali americani.

LE RINNOVABILI COME MEZZO PER FAR FRONTE ALLE ODIERNE VULNERABILITÀ

La Cina è dal 1997 importatrice netta di beni energetici. Nel 2019 è stato importato il 70% del petrolio utilizzato e tale cifra è prevista incrementare fino all’80% entro il 2030. Poiché tale import energetico ha origini mediorientali transita per circa il 70% attraverso il collo di bottiglia che lo Stretto di Malacca per la sua morfologia costituisce. Ciò espone la Cina a consistenti problematiche poiché i traffici marittimi che passano per lo stretto potrebbero facilmente essere interrotti dagli USA che esercitano oggi considerevole influenza sull’Indonesia e di conseguenza su Malacca.

Essendo di fatto Cina e Stati Uniti in una relazione di natura conflittuale questi ultimi potrebbero sfruttare la chiusura dello stretto per fiaccare il nemico asiatico qualora lo scontro tra i due pesi massimi del sistema internazionale si esacerbasse. Infatti, in tale eventualità la disponibilità energetica di Pechino verrebbe più che dimezzata e le conseguenze sarebbero enormi tanto per capacità produttive quanto belliche. È quindi in buona misura la consapevolezza di tale vulnerabilità strategica che ha, nel tempo, spinto gli analisti cinesi a prendere coscienza della necessità di rendersi meno dipendenti dall’import energetico. Investire nelle rinnovabili è quindi evidentemente stata almeno in parte una scelta mirata a incrementare l’energy security.

EXPORT ENERGETICO E ALLEANZE

La principale lacuna cinese, che non consente oggi al dragone asiatico di  raggiungere lo stadio di maturazione e concretizzarsi superpotenza, è la quasi totale mancanza di alleati (fatta eccezione di Corea del Nord e Pakistan). Tale mancanza acquista particolarmente rilievo a fronte degli innumerevoli partner commerciali e militari del rivale statunitense. Gli stati che subiscono l’attrazione americana e si collocano nella sfera di influenza a stelle e strisce sono molteplici, in aumento e si estendono fino ai confini cinesi. Di particolare rilievo nei calcoli strategici di Beijing è la dichiarata partnership di paesi limitrofi come Corea del Sud, Taiwan, Giappone e (recentemente) India nella Quad (Qadrilateral security dialogue) con gli USA in chiave esplicitamente anti-cinese. L’estensione delle alleanze americane e la mancanza di reali partner strategici a cui la Cina può far riferimento è motivo di preoccupazione per gli analisti di Pechino. A tale proposito la produzione e l’export di energie rinnovabili può rappresentare nel lungo periodo una possibile soluzione.

Qualora in futuro la Cina potesse contare sulla possibilità di esportare green energy in grande quantità si aprirebbe la possibilità di un uso strategico dell’energia al fine di incrementare il proprio soft power e costruirsi una rete di alleati dipendenti nei confronti del suo export energetico. Sarebbe un’eventualità non dissimile da quello che l’URSS ha con successo fatto con gas e petrolio nel corso della guerra fredda per vincolare i suoi satelliti alla permanenza nel Patto di Varsavia.

Inoltre, poiché ad oggi si assiste a un processo di consapevolizzazione riguardo ai rischi connessi al cambiamento climatico e di conseguenza aumentano le pressioni popolari per la riconversione energetica, è verosimile pensare che in un futuro di breve termine gli import energetici dei principali stati (particolarmente le democrazie alleate storiche degli USA e maggiormente vincolate alla volontà popolare) prediligeranno le energie rinnovabili ai combustibili fossili. Tale fatto potrebbe determinare uno svantaggio relativo per l’egemone americano che ad oggi è primo produttore mondiale di Gas e Petrolio, ma ampiamente superato dalla Cina nella produzione di rinnovabili.

In altri termini, in futuro gli USA nel tentativo di vendere il loro liquefied natural gas (LNG) e Petrolio in Europa o in Asia potrebbero dover temere la competizione non più solo del gas russo o del petrolio saudita, ma anche dei pannelli solari, delle batterie, dell’energia eolico o nucleare cinese.

Collegata a tale preoccupazione americana c’è ad esempio la recente proposta europea, parte del green new deal, di istituire una carbon border tax che colpirà i prodotti importati ad alto contenuto di carbonio (tra cui anche quindi il petrolio e il gas americano). Se tale proposta verrà implementata potrà aprirsi per Pechino la possibilità di sviluppare più solide relazioni con gli storici partner europei degli USA sfruttando l’export di energie rinnovabili. Inutile sottolineare come una maggiore presenza cinese in Europa costituirebbe una evidente minaccia all’egemonia mondiale americana che ha nel domino incontrastato del vecchio continente il suo tassello più fondamentale.

AMBIENTALISMO E STRATEGIA

I calcoli strategici e tattici cinesi prevalgono necessariamente all’ambientalismo.  In ogni caso, finchè gli strateghi cinesi riterranno necessario perseguire la via delle rinnovabili per adempiere a più ampie esigenze di sicurezza nazionale, l’ecosistema non potrà che beneficiarne. Non possiamo che auspicare che anche gli USA, temendo le conseguenze di una Cina nel ruolo di leader internazionale nella lotta al cambiamento climatico, seguano con Biden la strada imboccata dai rivali concentrandosi su maggiori investimenti per le rinnovabili e la riconversione energetica.

In un’ottica realista è sensato affermare che gli stati non abbiano oggi e non avranno in futuro un’aspirazione meramente ecologista a guidarne le azioni. Valutazioni di potere relativo e il perseguimento della crescita economica sono di fatto prevalenti nei calcoli strategici degli stati. Rendere la lotta al cambiamento climatico parte delle agende programmatiche di quest’ultimi sarà quindi possibile unicamente se l’ambientalismo coinciderà con i gerarchicamente soprelevati interessi economici e di potenza.

Questo è di fatto cosa è successo in Cina e cosa è verosimile aspettarsi succederà a breve negli Stati Uniti, che non possono permettere al rivale di assumere il ruolo di leader mondiale nelle rinnovabili.

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