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PRIDE MONTH: LA STORIA E LE BATTAGLIE DIETRO AL MESE ARCOBALENO (di Alessandro Mancini)

Giugno coincide in gran parte del mondo con il Pride Month, ovvero il mese dell’orgoglio LGBTQIA+ e, in generale, dell’amore in ogni sua declinazione.

La comunità LGBTQIA+ comprende al suo interno, come dice la sigla, persone lesbiche (L), gay (G), bisessuali (B), transgender (T), queer (Q), intersessuali (I) e asessuali (A). Il simbolo “+” serve ad includere tutte quelle categorie di persone che, in generale, esprimono un orientamento sessuale, un’identità o un’espressione di genere che non rientra nella definizione di “cisgender”, ovvero quelle persone la cui identità di genere corrisponde al sesso di nascita.

Le ultime categorie (queer, intersessuali e asessuali) sono entrate a far parte della sigla solo da pochi anni e per i “non addetti ai lavori” possono risultare spesso incomprensibili o fraintendibili. Cerchiamo quindi di fare un attimo chiarezza: queer è un termine generico utilizzato per indicare tutte quelle persone che non sono eterosessuali e/o cisgender. Traducibile letteralmente come “eccentrico”, “insolito”, la parola è stata fatta propria dalla comunità LGBTQIA+ come simbolo di orgoglio e in contrapposizione agli stereotipi diffusi nell’ambiente omosessuale. Gli intersessuali sono invece persone nate con caratteri sessuali principali e/o secondari che non corrispondono alla concezione tradizionale di binarismo del corpo maschile e quello femminile. Gli asessuali, infine, sono quelle persone che non provano attrazione sessuale per altre persone, a prescindere dal loro genere. Nonostante sia sempre stata stigmatizzata e denigrata, l’asessualità è considerata a tutti gli effetti un orientamento sessuale, il quarto nello specifico (Borotto et al. 2010), e quindi una condizione del tutto normale.

Oggi il Pride Month si celebra con manifestazioni e grandi marce che sfilano per le vie delle città. Ma quali sono le origini di questa celebrazione e perché festeggiamo il Mese dell’Orgoglio proprio a giugno?

Margaux Bellot/Unsplash

Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare indietro esattamente a poco più di cinquant’anni fa e spostarci nel cuore della Grande Mela.

Nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969 alcuni agenti della polizia di New York fanno irruzione nello Stonewall Inn, bar storico della comunità LGBTQ+ nel Greenwich Village. Non era la prima volta che la polizia se la prendeva con la comunità LGBTQ+ ma quella volta le cose andarono diversamente: i presenti, infatti, in gran parte afroamericani, stufi delle continue molestie e discriminazioni subite, decisero di ribellarsi.

Quello fu l’inizio dei cosiddetti moti di Stonewall, dal nome del bar. Nei giorni seguenti la comunità LGBTQ+ scese in strada per mostrarsi a tutti. Terminava il tempo dell’invisibilità e della vergogna e iniziava una nuova era, fatta di rivendicazioni e battaglie per il riconoscimento dei propri diritti.

Protagoniste iconiche di questi moti furono le drag queen, che in quei giorni realizzarono e recitarono a voce alta uno slogan rivolto contro gli agenti, che recitava così:

We are the Stonewall girls

We wear our hair in curls

We wear no underwear

We show our pubic hair

We wear our dungarees

Above our nelly knees!

“Siamo le ragazze dello Stonewall
Abbiamo i capelli ricci
Non indossiamo intimo
Vi mostriamo i nostri peli pubici
Indossiamo delle salopette corte
Sopra le nostre ginocchia da checche!”

Un testo colmo di ironia, rovesciamento degli insulti e degli stereotipi, che da quel momento diventeranno le prerogative e i punti di forza delle manifestazioni del Pride e della comunità LGBTQIA+ tutta.

La vetrina dello Stonewall Inn, a New York – Charles Hutchins/Flickr

Simbolicamente, i moti di Stonewall sono quindi riconosciuti come l’evento simbolico della nascita dei moderni Pride, che vengono celebrati ancora oggi in gran parte del mondo. Tutto il mese di giugno, in particolare la data del 28 giugno, è stato eletto, invece, come mese del “Gay Pride” (oggi solo “Pride”), ovvero la “Giornata mondiale dell’orgoglio LGBTQ+”.

Considerando il clima di strisciante omobitransfobia che si respira nel nostro Paese, gli episodi di violenza e cyberbullismo in aumento e la posizione che il nostro Paese ricopre nella classifica stilata da Ilga-Europe, gruppo di difesa che promuove gli interessi della comunità LGBTQIA+, per le politiche a tutela dei diritti umani e dell’uguaglianza delle persone LGBTQIA+ (siamo al trentacinquesimo posto su 49), possiamo facilmente intuire perché è molto importante, ancora oggi, scendere in piazza per il Pride per difendere i diritti già acquisiti e per reclamare tutti quelli che non sono stati ancora concessi.

Il grande dibattito che si è aperto negli ultimi mesi sul ddl Zan è indice di una forte polarizzazione nel nostro Paese sulle tematiche LGBTQIA+. Questo scontro ideologico non favorisce l’avanzamento dell’Italia nella graduatoria dei paesi che rispettano i diritti delle persone LGBTQIA+ e, soprattutto, contribuisce a svilire e minimizzare le problematiche legate all’omobitransfobia e ai tanti pregiudizi legati a questa realtà. Mentre nel resto dell’Occidente si procede spediti verso la costruzione di una società più tollerante e inclusiva, anche attraverso leggi specifiche a difesa della comunità LGBTQIA+, l’Italia resta immobile, impantanata fra polemiche pretestuose sulla fantomatica “dittatura del politicamente corretto” e comici che sostengono il diritto di utilizzare il termine offensivo “fr*cio” per scherzo.

Mentre attendiamo qualche novità sul lunghissimo iter legislativo che sta attraversando lo sfortunato ddl Zan, ci sono diverse le cose che possiamo fare per sostenere i diritti della comunità LGBTQIA+ e sconfiggere l’ignoranza che circonda questa variopinta e straordinaria realtà: prima di tutto, informarsi. Ad oggi internet e i social network sono fortunatamente pieni di post, articoli e contenuti di che fanno sensibilizzazione su queste tematiche (tanto per citarne alcuni: @solodallamente, @avvocathy, Quid Media. A queste si aggiungono ovviamente i libri (segnalo, in particolare, l’ultima fatica del giornalista e attivista LGBTQIA+ Simone Alliva, “Fuori i nomi! Intervista con la storia italiana LGBT”, edito da Fandango, che ripercorre la storia e le vicissitudini della comunità LGBTQIA+ a cinquant’anni dalla sua nascita) e i film e le serie tv (fra le tante, ne cito tre che meritano la visione per capire di più su questo movimento, le sue battaglie e le difficoltà che ancora oggi incontra lungo il suo cammino: il documentario “The Death and Life of Marsha P. Johnson” di David France, disponibile su Netflix, che fa una approfondita analisi dell’assassinio della leggenda transgender nota come “la Rosa Parks del movimento LGBT”; la docu-serie “Pride”, in arrivo il 25 giugno su Disney+, che racconterà i traguardi del movimento LGBTQIA+ negli Stati Uniti, a partire dagli anni ’50; infine “Una giornata particolare”, capolavoro del cinema italiano diretto da Ettore Scola con Sophia Loren e Marcello Mastroianni, nei panni rispettivamente di una popolana e di un omosessuale perseguitato dal regime fascista.

La cultura e l’informazione sono due strumenti potentissimi, se usati con intelligenza, grazie ai quali possiamo combattere le fake news, l’ignoranza e l’odio diffuso su temi come l’omobitransfobia e il maschilismo tossico.

Non mi resta che augurarvi buon Pride a tutt*!

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