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LA VERITÀ È SOGGETTIVA E RASHOMON CE LO SPIEGA BENE

Akira Kurosawa dirige nel 1950 il film Rashomon, una storia raccontata da diversi personaggi secondo i loro punti di vista. Ognuno di loro riporta la visione soggettiva di un evento. Il fatto divertente è che noi spettatori non assistiamo alla narrazione della realtà dei fatti, bensì rimaniamo col dubbio perché abbiamo anche noi solamente i racconti della vicenda e non la vicenda stessa.

Qual è la storia che viene raccontata?

Un nobiluomo viene ucciso da un brigante mentre passava per il bosco. Il criminale seduce o addirittura stupra la donna e l’uomo in qualche modo muore.

Il film ruota attorno questo specifico avvenimento e viene raccontato dai protagonisti sopravvissuti, da due testimoni e da una medium a contatto con lo spirito dell’uomo defunto.

Vi è un’ulteriore cornice; il processo viene raccontato da un monaco e un boscaiolo. Entrambi si trovavano al processo; il boscaiolo aveva trovato il corpo del samurai e il monaco aveva visto la coppia passare prima del fattaccio. Essi si trovano soli all’inizio del film sotto un tempio distrutto e una pioggia martellante e vengono raggiunti da un passante al quale poi vengono raccontati i fatti.

Il monaco è fortemente turbato dall’avvenimento e lo considera simbolo del degrado morale dell’umanità. Il boscaiolo invece sembra turbato in eguale quantità ma in diversa misura. Il passante ascolta e, con arroganza, giudica.

Il processo viene raccontato quindi attraverso un flashback che a volte viene interrotto dal ritorno al presente dei tre sotto il tempio e dai commenti giudicanti del passante.

La prima testimonianza è quella del boscaiolo che tesissimo racconta di aver trovato prima il cappello della giovane donna e poi il corpo morto del marito.

Il racconto torna a prima dell’avvenimento con l’intervento del monaco che affranto dice di aver visto la coppia passare allegra per il bosco. 

Il terzo a testimoniare è il brigante. Secondo la sua versione egli si trovava sotto un albero della foresta a riposare mentre passava la coppia, li avrebbe seguiti, avrebbe sedotto la donna con insistenza dopo aver legato il marito, avrebbe giaciuto con lei dopo un po’ di resistenza e infine combattuto col marito. 

La versione della moglie è la successiva; la donna racconta di essere stata abusata e di aver voluto togliersi la vita dopo la fuga del brigante. Vedendo lo sguardo freddo e disgustato del marito avrebbe iniziato a perdere la lucidità e l’avrebbe ucciso lei.

Infine il racconto della medium (quindi del samurai defunto). Il brigante avrebbe schiacciato a terra con un piede la donna e l’avrebbe trascinata via, lasciando al samurai nessuna scelta se non il suicidio.

Un dipinto a colori ma senza forme

Il film prosegue con il passante che attacca il boscaiolo e lo intima di raccontare la verità. L’uomo infatti era turbato perché aveva assistito ma non era intervenuto. La sua versione raccontata sotto il tempio e non al processo è la seguente: la donna avrebbe chiesto al brigante di uccidere il marito per poter scappare insieme, in quanto non poteva appartenere a due uomini (fatto in parte comune alla versione del brigante). I due si scontrano e il brigante uccide il nobile, si avvicina alla donna ma lei si allontana intimidita e scappa.

Questa versione viene raccontata sotto la pressione giudicante del passante, che viene visto con una luce molto negativa, e non è quindi un racconto privo di dubbi. Non sappiamo se il boscaiolo ha mentito per non essere ulteriormente giudicato, in quanto il passante lo derideva per la sua codardia. 

Abbiamo due cornici ma un quadro senza forme. Siamo immobilizzati dall’ignoranza del fatto in sé; siamo pari ai giudici del processo. Lo spettatore è spesso a conoscenza di dettagli che alcuni personaggi non conoscono e questo lo rende potente; l’impotenza di essere pari ad alcuni o addirittura inferiori rispetto ai protagonisti è frustrante. Siamo vittime delle loro bugie tanto quanto i giudici, infatti il processo è tutto raccontato con la cinepresa ferma con la prospettiva dei giudici. Siamo noi i giudici.

Una riflessione sulle notizie attuali

Questa parte è un riflessione che questo film mi ha portato a fare, ed è quindi personale. Non essendo una grande seguace della cronaca non mi soffermo a cercare i dettagli dei vari racconti delle tragedie (o non) descritte dai giornali ma ho pensato a quanto l’effetto Rashomon arrivi sia ai migliori (cioè ai defunti) che ai peggiori giornalisti.

Ogni personaggio della storia ha raccontato l’evento in base a ciò che lo faceva risultare meno peggio di ciò che si percepiva. Il brigante si racconta come un uomo intrepido seppur criminale non soggetto a morale, la donna come vittima e moglie brava che non sarebbe riuscita a rimanere in vita con l’idea che il marito sarebbe stato marchiato a vita, lo spirito del marito addirittura arriva doversi togliere la vita per l’ingiustizia subita, il boscaiolo racconta una storia che sicuramente ci spinge ad empatizzare con la sua paura ad intervenire.

Volenti o nolenti lo facciamo tutti e sempre anche per le piccole storie; litigi tra amici, tragedie familiari e catastrofi. Nel momento in cui raccontiamo siamo un po’ più al centro dell’attenzione, quindi dobbiamo metterci in buona luce.

Le diverse versioni delle storie (anche se differiscono di un singolo dettaglio) ci danno più informazioni su chi la racconta che sulla storia in sé. Per questo motivo mi sono spesso interrogata sul senso di informarci se tanto la realtà viene sempre raccontata attraverso gli occhi di altri e che se anche la vivessimo in prima persona saremmo comunque soggetti alle nostre limitazioni soggettive (razionali e irrazionali). Ciò non toglie che l’Informazione sia cruciale e che la consideri una chiave per una società civile ma è una piccola riflessione che di sicuro non sono né la prima né l’ultima a fare.

Il film va oltre il relativismo. Il fatto di non conoscere la verità è una questione di versione dei fatti. Sappiamo che ognuno vedrebbe qualcosa di diverso ma se registrassimo un avvenimento con una telecamera, essa ci darebbe del materiale oggettivo. La verità non è impossibile da avere.

La questione che emerge è molto più pragmatica: le persone mentono e per questo qualsiasi cosa che da loro viene detta non è affidabile. Questa estremizzazione non è poi così lontana dal descrivere ciò che avviene anche oggi con la possibilità di registrare tutto e pubblicarlo il tempo zero sui social. Ognuno fa vedere ciò che più conviene per rendere la realtà uno strumento per raccontare sé stessi a proprio piacimento.

Flickr/japanesefilmarchive

La donna pur di rimanere nei panni della moglie devota si colpevolizza. Il brigante pur di rimanere nei panni del coraggioso e virile uomo avventuriero si colpevolizza. La tendenza umana a mentire è talmente radicata che anche un morto potrebbe aver mentito. La bugia non è funzionale a uscire dal racconto innocenti, bensì coerenti con il ruolo che rivestiamo a livello sociale.

Su che basi possiamo credere a qualcuno?

Un barlume di speranza

Il film non finito, e anzi la conclusione ne è la chiave. Facciamo un passo indietro, alla realizzazione del film; nel 1950 erano passati appena cinque anni da Hiroshima e Nagasaki, dal degrado e dalla distruzione post conflitto mondiale. Questo film non racconta solo una storia ambientata nel medioevo ma, come Manzoni che usa il pretesto dell’invasione straniera del ‘600 per criticare quella del suo presente, Kurosawa usa una semplice storia di una singola morte per far riflettere sulla morte e sulla distruzione della vita di milioni di persone. 

Il monaco, personaggio con ruolo di guida spirituale, è disilluso. Il tempio, luogo di culto e di ricerca di senso della vita, è distrutto. Il cielo, ciò che di più immenso possiamo vedere, è coperto e da esso cade una pioggia potentissima che costringe a rifugiarsi. Ma ricordiamo che il luogo di rifugio è un tempio a pezzi.

In questo scenario possiamo percepire una briciola di quella rassegnazione che si poteva respirare in giappone dopo la seconda guerra mondiale. 

Ma una speranza c’è; i tre sotto il tempio trovano un bambino in fasce abbandonato. Il passante ruba i tessuti preziosi per guadagnarci qualcosa e scappa, lasciando da soli il monaco e il boscaiolo col bambino abbandonato.

I due decidono che non possono lasciarlo lì. Il monaco passa il bambino al boscaiolo che esce dal tempio dove il monaco rimane a guardarlo allontanarsi e si avvicina alla cinepresa con il bambino in braccio.

Il bambino viene portato a noi. Il futuro è nelle nostre mani e ne siamo noi i tutori, nonostante intorno sia pieno di degrado e di conseguenza alcuni uomini agiscano guidati dall’egoismo. Prima abbiamo avuto bisogno di essere giudici del passato e spettatori del presente ma per far sì che si vada avanti dobbiamo essere responsabili del futuro.

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