Foto di Damiano Zoffoli da Flickr
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PD PRIMO PARTITO TRA AMMINISTRATIVE E RIFORME (di Aldo Sciara)

Nella tarda serata di venerdì 11 giugno al Nazareno è arrivato un piccolo terremoto politico, uno shock positivo, di quelli che ti fanno riprendere fiato e danno forza e credibilità all’affermazione del Segretario Letta, pronunciata in occasione del suo insediamento di fronte all’Assemblea Nazionale del Pd: “non sono tornato per condurvi ad una sconfitta”. Si sta parlando del sondaggio Ipsos di Nando Pagnoncelli che da, per la prima volta da novembre 2017, il Partito democratico al primo posto con il 20,8% seguito da FdI e dalla Lega, che subisce dunque il doppio sorpasso sia del Pd sia della “alleata” Meloni con la quale ha recentemente iniziato un duro scontro per la leadership della coalizione di Centro-destra. 

Questo risultato potrebbe essere frutto del duro lavoro che il neo Segretario Letta ha iniziato fin dal momento del suo insediamento, con uno slogan preciso: “progressisti nei valori, riformisti nel metodo, radicali nei comportamenti”. Lo scopo è quello di ridare riconoscibilità al Partito, ponendolo saldamente a sinistra, anche per evitare di occupare lo stesso spazio del nuovo Movimento che Conte sta progettando, e riprendendo ricette dal sapore socialdemocratico come la redistribuzione del reddito tramite la tassazione delle successioni dell’1% più ricco della popolazione per finanziare una dote da dare ai giovani con la quale aiutarli a proseguire gli studi, avviare un’impresa, andare a vivere da soli… oppure la proposta del voto ai sedicenni, già attuato per le primarie del Centro-sinistra, lo Ius Culturae, la proposta del ritorno al Mattarellum rievocando la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria. 

Tuttavia, ad uno sguardo più attento, nello stesso sondaggio la destra sovranista di Meloni e Salvini continua a stare intorno al 40%, perché se è vero che la Lega è calata molto è anche vero che questi voti sono stati intercettati da Fratelli d’Italia, come vi fosse una sorta di principio dei vasi comunicanti fra i due elettorati. Ma evidentemente il ruolo di primo partito conta molto a livello simbolico vista la veemenza con la quale la destra ha osteggiato e deriso un sondaggio che, più di altri, vede la sua coalizione in grande vantaggio sul nuovo Centro-sinistra che Letta e Conte stanno tentando di costruire (se infatti il Pd segna un +0,8% non si può dire altrettanto per il M5S che invece perde lo 0,6%).

Per cui molto c’è ancora da fare per assicurare l’esistenza e la sussistenza del Campo Progressista, riprendendo un espressione che l’On. Bersani usa da mesi dimostrando di avere una lungimiranza invidiabile anche dai più giovani, dipenderà dall’esito delle prossime elezioni amministrative che vedranno i cittadini di 5 Comuni fra i più importanti d’Italia (Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna) eleggere i propri Sindaci e quelli della Calabria eleggere il proprio Presidente di Regione dopo la lunga, e alcuni potrebbero definire tragica, reggenza di Nino Spirlì seguita alla prematura scomparsa dell’ottima Jole Santelli che vinse a valanga le regionali nel 2020.

Al momento l’alleanza giallo-rossa è pronta a decollare a Bologna, come affermato da Conte nel suo messaggio di sostegno al Dem Matteo Lepore, a Napoli, dove Pd e 5Stelle hanno trovato l’accordo su Gaetano Manfredi, già Ministro dell’Università nel Governo Conte II, ed in Calabria, dove si cerca la quadra fra i due partiti intorno ad una candidatura civica. Più complesse le situazioni di Milano, dove governa il Pd, e di Torino, dove governa il M5S, che in questi 5 anni hanno visto i due partiti contrapporsi duramente rispettivamente dai banchi dell’opposizione e del governo comunale. In questi casi appare probabile una convergenza al ballottaggio ma la strada è tutta in salita.

Discorso a parte va fatto per Roma; la Città infatti è un simbolo per tutti gli schieramenti in campo. Per il M5S, che ricandida la Sindaca Raggi dopo 5 anni di turbolenta e discutibile amministrazione, Roma è il luogo simbolo delle origini del movimento anti-sistema, il luogo in cui inizialmente si concentravano tutte le invettive contro la casta barricata nei palazzi del potere romano appunto, lontani dalla gente comune che loro avevano la pretesa di rappresentare, perdere qui o anche cedere la candidatura ad un civico o al democratico Zingaretti, ottimo amministratore della Regione Lazio, significherebbe certificare il fallimento dell’attuale amministrazione e rinnegare in toto le proprie radici.

Per il Partito Democratico invece vincere a Roma con un proprio candidato rappresenta la riscossa dopo le terribili amministrative di 5 anni fa, quando l’allora leader Matteo Renzi perse tragicamente la Capitale d’Italia, preludio della successiva sconfitta al Referendum Costituzionale che poi lo costrinse alle dimissioni da Palazzo Chigi. In un certo senso la vittoria nell’Urbe rappresenterebbe anche la chiusura definitiva con il passato e con il renzismo, cioè la dottrina che in Italia ha interpretato la cosiddetta terza via, che nelle elezioni del 2018 ha condotto il Partito al peggior risultato nella storia della sinistra italiana. Riprendendo il discorso iniziale è ipotizzabile che la vittoria a Roma consoliderebbe il primato, virtuale, del Pd e metterebbe a tacere l’insopportabile rumorio di fondo proveniente dai disfattisti interni, che affligge ogni Segretario Democratico, spianando la strada alla riconferma di Letta al Congresso del 2023.

Per il Centro-destra la questione è tutta interna: la vittoria del candidato di area meloniana Enrico Michetti porrebbe Fratelli d’Italia saldamente a capo della coalizione, spegnendo i sogni di Matteo Salvini che da agosto 2019, con la Crisi del Papeete, spera di tornare a Palazzo Chigi non più da vice ma da Presidente del Consiglio. Ovviamente Salvini non si augura una sconfitta, che sarebbe la terza consecutiva per il Centro-destra a Roma, ma nel caso sarebbe già pronto a far ricadere la colpa sul pericoloso alleato. La vera partita la Lega se la gioca a Milano, città natale del leader leghista, che il Centro-sinistra riuscì a strappare alla destra 10 anni fa con la vittoria di Giuliano Pisapia, riconquistare la Città più produttiva d’Italia sarebbe il colpo che li rimette in partita. 

Forza Italia ed i vari partitini di centro giocano una partita parallela a quella dei grandi schieramenti e tutta incentrata sulla visibilità. Per Forza Italia significa far sapere di essere ancora vivi e così dimostrare di poter avere un peso all’interno dell’ipotetica federazione con la Lega proposta da Salvini, in ottica anti-Meloni, mentre per l’agglomerato liberale significa dimostrare di esistere anche da soli, correndo in modo autonomo e concorrenziale al Pd, un preludio ad un possibile partito unico liberale, ipotesi che trova molti contrari soprattuto fra gli elettori di Azione, il partito di Calenda. Tuttavia questa è una partita molto pericolosa come dimostra l’unico tentativo in questo senso degno di nota, cioè la disastrosa candidatura di Ivan Scalfarotto alla Presidenza della Puglia, conclusasi con un tragicomico 1% ma con la delirante rivendicazione di essere stati competitivi con i due tradizionali poli politici. 

Il principale tentativo in questa direzione alle prossime amministrative sarà la candidatura di Carlo Calenda, leader di Azione, a Sindaco di Roma, i sondaggi non sembrano dargli alcuna possibilità di accedere al ballottaggio ma in politica nulla va mai dato per scontato. Tuttavia è inutile dire che una eventuale sconfitta per Calenda sarebbe la pietra tombale sui sogni autonomisti dei liberal-democratici italiani, che sarebbero costretti ad accodarsi al Centro-sinistra, se questo lo consentirà, e Calenda dovrebbe tornare, in una sorta di esilio, al ruolo di europarlamentare che era pronto ad abbandonare dopo poco più di 1 anno.

In conclusione possiamo dire che l’affermazione secondo cui l’arrivo di Draghi ha messo a tacere la politica non solo è falsa ma è anche priva di alcun fondamento logico. In questo momento i partiti sono in fermento, cercano di reinventarsi e propongono nuove soluzioni sulla ripartenza dell’Italia post pandemica, cercando d’intercettare anche l’inevitabile euforia che un momento di rinascita nazionale porta con se. In questo senso sarebbe auspicabile un passaggio netto da un sistema politico caotico ad una più razionale. Ci stanno provando Enrico Letta e Giuseppe Conte proponendo modifiche per rendere stabile la democrazia italiana: sfiducia costruttiva, abolizione del gruppo misto, revisione dei rapporti fra Governo e Parlamento per rafforzare entrambe le istituzioni, ritorno al sistema maggioritario ed al bipolarismo.

Per questo bisogna auspicare che, sotto la pace armata imposta dal Governo Draghi, i leader riusciranno a dialogare e approvare in tempi brevi le necessarie riforme per la ripartenza economica, politica, amministrativa e culturale dell’Italia.

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