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CHI VUOL FARE IL SINDACO DI ROMA?

La politica è unione, solidarietà, equilibrio, alleanza, compromesso, mediazione, conflitto, inganno e tradimento. È fare la cosa giusta, fare quella sbagliata al momento giusto oppure non fare niente. È tornare sui propri passi, essere coerenti, è attaccare ed è difendere, spaventare, galvanizzare, aizzare e commuovere. È anche, sopra ogni cosa, potere.

Dove tutto è già accaduto mille volte

A Roma tutto ciò succede da tremila anni e nel corso di questo tempo l’Urbe ha prestato, venduto e offerto il suo palco a una miriade di mestieranti, artisti e praticanti della cosa pubblica. La città stessa, stratificazione di millenni di gestione del potere è inscindibile dalla politica. Ne sono intrisi muri, strade e palazzi così come la coscienza collettiva degli abitanti.

Questa primavera ci saranno le elezioni comunali a Roma, si elegge il nuovo sindaco. Per chi si interessa di politica è come dire la maratona alle olimpiadi, la tappa dolomitica sotto fitta nevicata al Giro d’Italia o il Gran Premio di Monza di F1. Un evento dal significato più profondo, di più ampio respiro, intimamente slegato dal frangente specifico e dai personaggi del momento. Un qualcosa che se non si stesse parlando di politica si potrebbe addirittura dire romantico, se non passionale. Una sfida per il potere dove il potere è stato inventato ed è sempre esistito. Here is where the magic happens.

Facciamo dunque un ipotesi fantastica che Roma non sia un abitato umano, ma un’entità psichica dal passato similmente lungo e ricco, una entità in cui nulla di ciò che un tempo ha acquistato esistenza è scomparso, in cui accanto alla più recente fase di sviluppo continuano a sussistere tutte le fasi precedenti.

Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, 1930

È un duro lavoro ma qualcuno deve pur farlo

Virginia Raggi per ora è l’unico candidato di peso ufficialmente in campo. Ha giocato d’anticipo annunciando la candidatura già in agosto, incassando poi l’approvazione e l’endorsement del suo partito, il Movimento 5 Stelle. Lo ha fatto prima che PD e M5S potessero convergere sullo stesso nome riproponendo nella tornata capitolina l’alleanza che regge a livello nazionale. Il PD ha fatto 5 anni di opposizione durissima alla giunta Raggi, in caso di candidato comune non avrebbe mai accettato la sindaca uscente, soprattutto vista la posizione di forza attuale che vede i 5 Stelle in una ormai consolidata crisi di consensi e impegnati in una serie di faide più o meno evidenti per la leadership interna. Raggi ha anticipato tutti e ha segnato il primo punto.

A quel punto il PD si è concentrato sull’identificazione del suo candidato. Un nome di peso, capace di unire tutte le anime del centrosinistra, di governo e non. I nomi di maggior prestigio usciti sono due: David Sassoli, Presidente del Parlamento europeo ed Enrico Letta, ex Presidente del Consiglio dei Ministri. Normalmente quando un nome inizia a girare con grande anticipo rispetto alla tornata elettorale vuol dire che qualcuno sta cercando di bruciarlo. Roma è però talmente poco appetibile dal punto di vista della carriera politica che ci hanno pensato i diretti interessati a smentire. Per ora sia Sassoli che Letta hanno fatto intendere a Zingaretti che non sono disponibili.

Questo porta al passaggio successivo, quello che vede i pesci piccoli uscire allo scoperto nel tentativo di giocarsi le loro carte e ottenere la candidatura. A Roma sono stati soprannominati i “sette nani”, contrapposti ai più celebri re. Candidati di seconda e terza fascia che potrebbero farsi strada solo grazie alle primarie, strumento apprezzato e utilizzato dal PD a fasi alterne. Il mandato della segreteria e cioè di Nicola Zingaretti è chiaro, spingere il più possibile alla ricerca di un big disposto a scendere in campo e puntare sulle primarie solo come extrema ratio.

Non c’è Papa senza conclave

Qui si è inserito Carlo Calenda. Negli ultimi giorni si è iniziato a parlare della sua possibile discesa in campo. Lo stesso leader di Azione ne ha fatto il suo argomento principale su twitter lasciando intendere che manca davvero poco all’ufficialità. Solo l’uscita allo scoperto di un vero big del PD potrebbe farlo tornare sui suoi passi, eventualità che allo stato attuale delle cose appare remota anche perché la candidatura di Calenda ha già raccolto molti consensi di rilievo. È il caso del responsabile romano di Italia Viva Luciano Nobili, del sindaco di Bergamo Giorgio Gori o dell’ex ulivista Pierluigi Castagnetti.

La questione mette alle strette Zingaretti e spacca il PD. Le possibilità sono tre: aperto e immediato sostegno a Calenda, primarie con il rischio che quest’ultimo partecipi e vinca e nome forte interno al partito da far uscire allo scoperto. Un problema di non immediata risoluzione anche perché Calenda negli ultimi mesi ha criticato aspramente il PD prendendone le distanze e portando il rapporto ai minimi storici. In definitiva però Calenda non avrebbe nessuna possibilità di vincere senza il PD e quest’ultimo difficilmente riuscirà a convincere uno dei suoi pesi massimi. Bisogna trovare la quadra: l’ex Ministro dello sviluppo economico dovrà essere capace di portare avanti la sua candidatura insieme al PD, sacrificare qualcosa sull’altare del Nazareno e mettere d’accordo tutti gli altri protagonisti di un’eventuale coalizione di centrosinistra.

Carlo Calenda e Nicola Zingaretti

Quid melius Roma?

Detto ciò il punto focale resta il fatto che nessun politico di rilievo dotato di raziocinio è interessato a fare il sindaco della Capitale. Negli ultimi vent’anni è stata una tomba politica. Il sindaco di Roma lo vogliono fare i pazzi e gli irrilevanti e si potrebbe dire che Calenda stia nel mezzo. Al tempo stesso Roma avrebbe bisogno di una sua candidatura. Calenda per competenza e metodo d’approccio alla politica sarebbe il sindaco in assoluto più simile a un commissario straordinario che si possa immaginare.

Roma è stata resa ingovernabile ed è priva degli strumenti per essere governata. La situazione dei trasporti e della gestione dei rifiuti vengono spesso descritte come post-apocalittiche, la città non è un centro finanziario, non è mai stata un grande polo industriale e apparentemente è sostenuta unicamente dal turismo e da una declinante costellazione di uffici amministrativi e apparati semistatali. Se Calenda decidesse veramente di candidarsi avrebbe ottime possibilità di vittoria ma il mandato sarebbe una missione impossibile, un suicidio politico e il suo non sarebbe che l’ennesimo nome fagocitato dalla Città Eterna. Fino a prova contraria.

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