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SOTTOFONDO STUDIO, UNA NUOVA SPERANZA – INTERVISTA CON BERNARDO TIRABOSCO

Mi trovo ad Arezzo, lungo via G.Garibaldi. Cammino e sulla destra mi trovo una porta in vetro con la scritta: “Sottofondo”. Entro, vedo una figura venirmi incontro: è Bernardo che mi saluta e mi fa accomodare, nel frattempo, dei passanti si soffermano a sbirciare l’interno: ciò che mi ritrovo davanti è moderno e minimalista; sembra quasi un loft newyorkese che si vede nei film.
È solo il laboratorio del ragazzo che mi ha accolto all’interno, dove lascia alle sue spalle la vita quotidiana, che può essere fatta di famiglia, fidanzata o amici, per entrare nei panni di Bernardo Tirabosco.

Ciò che mi piace di Bernardo Tirabosco è la sua spontaneità, oltre che un’idea concreta, quasi tangibile di ciò che fa e dice.
Ha frequentato l’istituto d’arte ad Arezzo, città dove è nato e cresciuto. Alla risposta di perchè quella scelta scolastica, mi risponde: “ero bravo a disegnare e volevo disegnare”.
Parliamo pure di come oggi giorno sia inflazionato il termine “artista”, ecco perchè mi dice: “Artista è una parola di merda”.
Beviamo vino e birra, giriamo attorno il suo laboratorio; osservo alcuni suoi lavori, oggetti personali o la locandina pubblicitaria originale del film Chinatown, di Roman Polansky. Direttamente dal 1975 italiano.
“Quello è di una amica. Lo devo incorniciare”, mi dice Bernardo mentre lo distende per farmelo vedere meglio; lui sa che apprezzo i film, ma non sa quanto ami Chinatown.

Sono al Sottofondo, uno spazio adibito a studio e spazio espositivi.

Mi imbatto in un grande tavolo illuminato da neon, ci si trova di tutto: da strumenti di falegnamerie a enormi tocchi di argilla pronti ad essere modellati e deformati dalle grosse mani di Bernardo. Già, Bernanrdo non è l’artista hipster magrolino, con gli occhiali alla Woody Allen che veste giacche di velluto o maglioni a collo alto; quello sono io.
Bernardo è un “cittone” (ad Arezzo si intende un ragazzo grande e grosso), reduce da anni di rugby e una vita passata a disegnare, costruire e immaginare qualcosa che la mente gli sussurrasse.
Ma l’enorme spazio che ho introdotto non termina qua, poiché l’entrata che ho descritto è solo lo studio in cui Bernardo lavora o dove accoglie i suoi studenti mentre, al piano superiore, si apre un open space adibito a studio/ufficio.
Si può trovare una scrivania inondata di appunti, quaderni, penne, matite e libri che Bernardo non presta a nessuno, se non amici fidati.

Tornati al piano terra, ci fermiamo davanti la porta che divide il laboratorio dal cuore del Sottofondo. Bernardo mi apre la porta, allunga la mano verso l’interruttore e di colpo mi ritrovo all’interno di una vasta zona bianca.
Ecco il Sottofondo, è quasi pronto, lui e Jacopo stanno finendo di imbiancare le pareti e sistemare qualche altra stanza. Sì, è proprio quel Jacopo, Jacopo Naccarato!
Non è una sola grande stanza, ma si espande con un corridoio che porta ad altre sale, più o meno grandi. È un posto enorme di quasi 300m quadrati.
“Sono vecchie stanze del passato, chissà quanti anni hanno queste pareti… e pensare che volevano farci un garage” dice Bernardo mentre scuote la testa divertito all’idea di tale spreco.
L’idea di un luogo personale, dove creare e condividere, è nata ai tempi dell’accademia. Bernardo ha frequentato l’accademia di belle arti Pietro Vannucci, a Perugia.
“Come si puo’ campare con le proprie passioni?”, si è domandato Bernardo; non è dopotutto un dubbio amletico che dà grattacapi a tutti?
Bernardo lo ha capito e si è dato da fare senza fermarsi.
Lui è uno di quei giocatori che può lasciarti in mutande in un gioco come Monopoli.

Ecco che da assistente serigrafico di un suo docente, ha deciso di cercare uno spazio nella città in cui è nato, così da innalzare un’idea più che un luogo; riproporre una factory per/in cui lavorare alle proprie ambizioni, ma non solo.
Al progetto del Sottofondo si aggregano altri due artisti, Elena Castiglia (Milano) e Jacopo Naccarato (Bologna). Lo stesso Naccarato che non ho notato entrando all’interno dello spazio espositivo, impegnato a stuccare il soffitto.
Una squadra di diverse e importanti città della scena artistica e culturale contemporanea, convertita in una singola antica città mecenate; Arezzo, una città timida, ma che nasconde molte piccole perle.
Bernardo mi parla soddisfatto dei suoi colleghi, del potenziale che hanno portato al Sottofondo e della rete di contatti che sono riusciti ad estendere lungo le città in cui risiedono.
Artisti provenienti da tutta Italia potranno essere riconosciuti anche nella piccola Arezzo.

“Non stiamo facendo la sagra della porchetta” ridacchia Bernardo riferendosi alle ambizioni per il Sottofondo. Un tempio che Bernardo è riuscito a costruire nel corso degli ultimi due anni, con pazienza, sacrificio, investimento e la ricerca di colleghi fidati.
Bernardo mi guida lungo le stanze ancora non terminate, ci soffermiamo tra il corridoio e una delle stanze più grandi a parlare. Io sono immerso nel buio e faccio luce con la torcia del cellulare, continuo a perlustrare le stanza provando a immaginare come saranno una volta completate. Lui è poco distante da me, tiene in mano una scopa e la paletta, si trova sotto i riflettori di una delle sale principali, continuiamo a parlare di arte, di pensieri:

“Secondo te che fini ha l’arte?”, gli chiedo ingenuamente, curioso di un suo punto di vista.
Bernardo illuminato dalle luci chimiche, stringe il manico della scopa e mi risponde con tale semplicità, come se fossimo al bar a lamentarsi di politica; adoro la sua spontaneità: “I fini dell’arte cambiano a seconda di chi la crea. Ci sono persone che si fanno chiamare artisti e lucrano le loro idee e i loro lavori solo in funzione di conoscenze e soldi, ed è una realtà da non criticare. Come ci sono quelle persone che ambiscono ad essere personali e divulgare un loro messaggio attraverso il loro stile”. Come dargli torto; l’arte è pur sempre all’interno di un enorme mercato e non dovrebbero esistere pregiudizi all’interno di questo. Ma non è mai così, fortunatamente.
Bernardo non mi sembra molto favorevole a quell’arte puramente commerciale, ma ci spostiamo e torniamo nel suo spazioso ufficio.

Nel frattempo il Sottofondo si affolla: amici e conoscenti vengono a vedere come il tempio di Bernardo si stia completando.
È perseguitato da amici e aspiranti artisti che gli domandano dello spazio espositivo e quali saranno le prime mostre.
Bernardo mi ricorda che ci sono già stati eventi all’interno del Sottofondo, ad esempio: la band Sycamo Rage ha girato il suo ultimo videoclip all’interno delle sue stanze ancora vuote e un anno prima, Sam McGehee e Michele Guidi hanno portato il loro spettacolo “Racconti al buio” (che io ho visto e ho apprezzato tantissimo!).

“Il Sottofondo non si ferma solo alla così detta arte visiva,” mi dice Bernardo mentre ci sediamo su delle poltrone nel suo ufficio, “questo dev’essere un posto dove si respira arte a 360 quadri!”, ridiamo e si corregge “360 gradi!”.
Ho camminato in lungo e in largo per il Sottofondo, mi sono fatto qualche idea e mi sono posto qualche domanda. Mi è cresciuta tanta curiosità nel sentire parlare Bernardo e contemporaneamente scrutare i suoi lavori qua e la, così gli chiedo quale sia il suo approccio con il suo lavoro:
“Il processo creativo è personale, ma è spontaneo e può nascere improvvisamente. Sono influenzato da altri artisti, da ciò che vedo o sento, che sia un film o qualcosa che vedo in strada. In questo mi ha aiutato l’accademia. I primi anni, gli studi teorici ti stravolgono, vieni inondato da informazioni e stimoli continui. Scopri un mondo che va oltre gli studi delle scuole superiori, quindi il tuo pensiero viene per forza plasmato e il processo creativo si sviluppa tramite altre ispirazioni. Questo determina chi sei e questo determina il tuo approccio all’arte!”.

Non manca un’improvvisa video call con degli amici sparpagliati in diverse parti d’Italia. Bernardo risponde ai tre amici ritratti sul suo che ridono non appena lui gli dice che sta facendo un’intervista.
Tra artisti l’amicizia è fondamentale, sopratutto quando non ci si prende seriamente.

Siamo agli sgoccioli, terminiamo l’intervista e torno verso casa, quindi esco dal Sottofondo e percorro via G.Garibaldi.
Rifletto sul duro lavoro che Bernardo ha fatto per innalzare il suo tempio, e le sue parole mi tornano in mente: “Un lavoro deve sempre evolvere, non si deve fermare alla prima idea, sebbene questa funzioni”.

Che questo Sottofondo, prossimo all’apertura, sia Una Nuova Speranza (citando uno dei miei film preferiti) per il centro culturale della città Arezzo.

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