Foto di Cristian Augusto Grosso/Instagram
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VIVERE L’ANARCHIA – INTERVISTA A CRISTIAN AUGUSTO GROSSO

In una società in cui i giovani sono sempre più relegati ad un ruolo marginale e in cui vengono spesso additati come “passivi” o “disinteressati”, è doveroso dare spazio ai giovani che smentiscono questi pregiudizi. Perciò oggi sono in compagnia di Cristian, un ragazzo algherese che a 18 anni è riuscito a pubblicare il suo primo libro e che tutti i giorni porta avanti con entusiasmo la sua missione divulgativa incentrata sull’anarchia.

Come prima cosa voglio farti una domanda di carattere personale: come sei entrato a contatto con l’ideologia anarchica e cosa ti ha spinto poi a scrivere un libro sull’argomento?

Il contatto con l’ideologia anarchica l’ho avuto con la conoscenza del cantautorato. Non solo italiano, ma anche e soprattutto quello algherese. Difatti, coloro che mi hanno trasmesso maggiormente il sentore libertario sono stati Pino Piras e Fabrizio De André. Complice fondamentale, la scoperta della scrittura, stimolata non solo dai due cantautori sopracitati, ma anche dalla scoperta di Luca Scognamillo, giovane poeta algherese. La necessità di scrivere un libro si presenta dopo un anno di scandali, malessere sociale, riflessioni, scrittura e lettura.

Ho iniziato a scrivere e ad approcciarmi all’anarchia a 15 anni, anno in cui iniziai ad ascoltare la mia sensibilità, la natura e, poco dopo, l’amore per una ragazza. Insieme a ciò scoprivo l’anarchia. Dopo un anno e mezzo di rivoluzione interiore sentii che per riuscire a sopravvivere in questa società dovevo impegnarmi nell’attivismo, per criticarla e divulgare un pensiero e un significato di società diverso, libero. E così feci. Dopo diverse azioni divulgative e di contestazione nel nucleo familiare, nella scuola e nei vari dibattiti avvenuti con adulti e ragazzi, decisi di dare sempre più ampiezza al mio attivismo, ordinando i miei scritti per far nascere un libro, con l’intento di divulgare l’intenzione di un’emancipazione sociale libertaria. Dunque, si può dire che attualmente scrivo, faccio e voglio sempre più fare attivismo, per necessità.

Siccome mi hai detto che quello che porti avanti è vero e proprio attivismo e nel tuo lavoro c’è un intento rivoluzionario, e quindi c’è un effettivo passaggio dalla teoria alla prassi, ti chiedo: secondo te, concretamente, come si può oggi operare una transizione ad un sistema anarchico e quali sono i fondamenti di un suo ipotetico funzionamento?

Il messaggio rivoluzionario è certamente uno dei punti focali del pensiero. Per parlare di rivoluzione bisogna parlare di rivoluzioni interiori. Bisogna parlare del coraggio di scandalizzarsi e poi capire e far proprio un pensiero. Dopodiché, si parla di rivoluzione sociale. Una rivoluzione che per me deve essere culturale e nonviolenta. Se vogliamo parlare di rivoluzione, parliamoci intimamente, sentiamoci frammenti del circostante, della natura. Leggiamo, scriviamo, contestiamo, facciamo attivismo. Il modo poi con il quale si vuole raggiungere il modello della società anarchica è costituito da una mancanza di prefigurazione e fredda istituzionalizzazione dei diversi aspetti del pensiero e da una continua attività rivoluzionaria volta a diffondere i principi e la teoria dell’anarchismo.

Vorrei ora entrare nel dettaglio su un aspetto specifico che mi incuriosisce particolarmente. mettendo da parte come fare rivoluzione, rimandando al tuo libro per chi è interessato, ti pongo la seguente domanda: secondo te una società anarchica come può riuscire, date le premesse di assenza di enti governativi e gerarchie, e quindi rimettendo alla volontarietà e all’autonomia del singolo la stabilità sociale, a gestire la complessità di un mondo contemporaneo che richiede alti livelli di formalizzazione e cooperazione a livello globale in ogni ambito?

Spesso quando si parla di una società anarchica o anarco-comunista, la si vuole relegare erroneamente ad un modello sociale appiattito o con poca sicurezza poiché vengono a mancare gli odierni centri di potere che compongono la società. Tutto ciò è falso e riduttivo. In un sistema sociale complesso, nel quale si insinuano diversi contesti, il pensiero anarchico mira ad una società che tenga in considerazione l’aspetto rivoluzionario in ognuno di essi, al contrario dell’odierna società, la quale presenta lotte positive ma isolate e senza una base ideologica profonda.

Altro aspetto insito nel modo di concepire e supporre una possibile concretizzazione anarchica futura è l’analisi zoologica, etnologica e storica del mutuo appoggio fra gli uomini, donne e animali. Unito alla continua divulgazione degli esempi storici anarchici e attuali, come, ad esempio, le comuni storiche ed attuali, la presenza di scuole libertarie, di campi da gioco autogestiti e tanti altri. Tale ricerca e divulgazione è finalizzata a porre in evidenza la presenza di azioni di solidarietà, di liberi accordi o di esplicite concretizzazioni anarchiche, per far capire quanto il germe libertario sia già presente oggi, nonostante la forte presenza burocratica, statale, capitalistica. E quel che si deve fare è porre tali esempi quotidiani in auge, rendendoli non più delle nascoste eccezioni sociali, ma parte fondante di un nuovo modo di vivere socialmente.

Mi hai parlato di anarco-comunismo, visto che tipicamente siamo abituati a pensare a due modelli economici alternativi, uno centralizzato controllato dalla burocrazia statale e l’altro decentrato regolato dai mercati, vorrei concentrarmi sull’aspetto economico di una società anarcocomunista, che si distacca da entrambi i modelli, e chiederti: come avviene l’attività economica in una società di questo tipo? E, secondo te, è in grado di permetterci di mantenere gli standard di vita di cui godiamo anche grazie al capitalismo?

Si tratta di un’economia anticapitalista e antiautoritaria. Un modo di concepire il lavoro e l’economia, dunque, che segue vari principi: L’eliminazione della proprietà privata e della vendita della propria forza lavoro per utilizzare macchine non proprie, al fine di dar fioritura alla responsabilizzazione e autogestione individuale; L’eliminazione della concorrenza capitalistica per favorire solidarietà e libera associazione fra individui, l’eliminazione di un lavoro salariato obbligatorio, quantificato con orari irragionevoli, al fine di vivere secondo i bisogni e non i meriti. Oltre a questi potrei elencare tanti altri punti, che ho descritto nel mio libro. In questi principi c’è la volontà di costituire una società nella quale vi sia “l’agiatezza per tutti”.

Vogliamo farla finita con alcuni godimenti che il capitalismo porta, perché essi sono frutto dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, perché tali godimenti non sono distribuiti equamente a tutti gli individui e poiché essi dipendono, per esistere, dalla divisione della società in classi, in ricchi e poveri. Concludo con una citazione dal libro “La conquista del pane” di Pëtr Kropotkin, uno dei padri dell’anarchismo, per rendere maggiormente l’idea:

«Ogni scoperta, ogni progresso, ogni aumento di ricchezza dell’umanità ha la sua origine nell’insieme del lavoro manuale e intellettuale del passato e del presente. Quindi, con quale diritto potrebbe appropriarsi della minima particella di questo immenso tutto, e dire: questo è mio, non vostro

Vorrei toccare tutti gli argomenti che hai proposto, ma il tempo è tiranno, quindi mi soffermerò su un aspetto in particolare: come può una società anarchica raggiungere, come dici tu, “l’agiatezza per tutti”, se nei suoi presupposti c’è l’assenza di lavoro remunerato, che potrebbe fungere da disincentivo alla produzione di ricchezza, la diminuzione delle ore di lavoro e l’assenza di competizione, che oggi è considerata da molti economisti uno dei più importanti incentivi all’innovazione e all’efficienza? Il risultato non sarebbe una società magari più equa, ma con standard di vita molto più bassi rispetto a quelli odierni?

Non vogliamo incentivi forzati per una maggior produzione o efficienza individuale a servizio della collettività. Non vogliamo la forzatura del lavoro, ma la voglia di contribuire e di sentirsi parte integrante e costituente della società, senza gerarchie. La competizione nell’economia non è il solo incentivo possibile, ne esistono altri che si differenziano per volontarismo, per maggiore godimento, per maggiore libertà. In una società anarchica, se si vuole fare qualcosa, lo si fa perché si è mossi da stimolo e da volontà individuale. Oggi, il lavoro e il consumo, spettacolarizzati, sono mezzi di sfruttamento umano e produttori dell’asma sociale ed è inevitabile che abbiano come incentivo l’implicita o esplicita imposizione del lavoro. Noi anarchici crediamo, come ho già detto, nella voglia di lavorare, non nella necessità assoluta del lavoro.

Dopodiché, non solo l’argomentazione qui esposta è di carattere direttamente ideologico, etico o “astratto”, ma è appoggiata anche dagli aspetti pratici, attuali e storici, che presentano esempi di mutuo appoggio, solidarietà e mancanza di fredde e pervasive prefigurazioni. Una di queste azioni è l’esercizio del “fai da te”. gli aspetti pratici del “fai da te” sono piuttosto vicini alla quotidianità. Testimonianze di tal genere le ho conosciute leggendo Colin Ward e le ho vissute più o meno direttamente, tramite lo scambio e il mutuo appoggio che ho visto da mio padre, il quale, per la carne che ha cacciato e offerto ad un suo amico, quest’ultimo si è reso disponibile per la costruzione delle finestre di casa. Gli esempi sono numerosi negli animali, nei selvaggi, nella storia e nei nostri giorni, basti vedere il libro: “Il mutuo appoggio” di Pëtr Kropotkin.

Concludo questa brevissima parentesi con due esempi storici: la rivoluzione anarchica ucraina e quella spagnola. In tali contesti storici, con l’autogestione dei lavoratori nelle fabbriche e la creazione di centri di agricoltura sperimentale e di libere associazioni di lavoratori e sindacati, una volta conclusasi la rivoluzione, coloro che ritornarono nelle fabbriche poterono osservare come questo nuovo modo di produrre avesse prodotto ricchezza.

Dunque, la coartazione e il controllo presente in ambito economico e lavorativo, concepito oggi come incentivo al lavoro, non è solo considerato l’unico modo possibile per far lavorare, ma è anche la palestra dell’irresponsabilità sociale, poiché l’esercizio del lavoro da parte di un operaio a dipendenza del padrone crea un quadro dove il padrone ha più responsabilità e i lavoratori meno. Inevitabilmente, questa mancanza o differenza di responsabilità tra individui, presente nel lavoro, incide automaticamente sulla società. Si configura, in questo modo, una responsabilità appartenente a pochi che cercano, con l’esercizio di essa, di governare tutti, pensando di offrire progresso ad una società divisa e disinteressata alla diretta partecipazione di tutti gli individui.

Perfetto, ti ringrazio per aver risposto alle mie domande, sarei rimasto qui ad approfondire ancora per ore, ma purtroppo è arrivato il momento di salutarci. Se vuoi dare ai lettori interessati informazioni su dove possono seguirti o acquistare il tuo libro puoi farlo ora.

Le vene, l’anima. Il sangue, l’anarchia” (Catartica edizioni) è il mio libro.

Lo trovate sul sito della casa editrice e su tutti i siti d’acquisto online. Inoltre, poiché la mia azione è di carattere divulgativo, ci tengo a mettere a disposizione una piccolissima bibliografia per conoscere, attraverso la lettura e la cultura, l’anarchismo:

“L’anarchia e il nostro programma” Errico Malatesta. “Fra contadini” Errico Malatesta. “Dio e lo Stato” Michail Bakunin.

2 Comments

  1. Pur avendo simpatie per i movimenti anarchici, sopratutto per la storia degli anarchici italiani (meno potere alla Stato, più Autorità) trovo che questa intervista sia la testimonianza seppur importante e forse doverosa, di come la Storia si ripete. Quante altre volte abbiamo letto e sentito le cose di questa intervista? Abbiamo già visto le società che hanno realizzato anche solo in parte questi “principi”. Il problema é complesso e non va accantonato. Certo é necessario promuovere un cambiamento, al più presto ma cercando di non cadere in questa “fantasia” di ruoli cristallizzati (immagini da cartolina di un tempo che fu) che non troviamo più: contadini, lavoratori, padroni e non penso sia possibile un ritorno al mutuo aiuto se non come esperienze di solidarietà e di volontariato legate a situazioni contingenti. Certo questo non sia alibi perché tutto rimanga come é. Tutti siamo chiamati ad un nuovo impegno partendo e curando soprattutto i luoghi deputati a formare e dispensare cultura e che possano fecondare idee per un nuovo umanesimo che sia Luce nel buio dell’accumulo di potere e di ricchezze.

  2. Il contenuto potrà apparire anacronistico? Distante dall’odierna società?
    Io credo di no, perché le problematiche contro le quali io mi batto, attualmente esistono e soffocano. Oggi rispetto a un secolo fa, hanno subito una maggiore spettacolarizzazione, una maggiore supremazia della violenza velata ed edulcorata. Attualmente si recita così: “nessun obbligo a lavorare o esser sempre dipendente, nessun merito a vivere senza lavorare come dipendente o come assiduo atleta economico dell’imprenditoria”. Oggi dunque troviamo l’obbligatorietà che nascondendosi compie i suoi danni.
    Dunque se ha sentito tante volte questa terminologia, questi concetti, e ancora non siamo in una società che rispecchia i concetti qui trattati o che gli esempi storici libertari non hanno per durato (alcuni si) , allora vorrà dire che la divulgazione deve continuare, attualizzandosi, rinnovandosi e muovendosi nella continua sperimentazione di se stessa e dell’odierna società con i suoi fatti e pensieri.

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