Domenica 20 marzo, alle 17:00 ora italiana, il tour del presidente ucraino Zelensky presso i parlamenti (e le opinioni pubbliche) dei Paesi democratici che sostengono la causa ucraina ha fatto tappa alla Knesset, il parlamento monocamerale dello Stato di Israele. Significativo per varie ragioni – non ultima il fatto che un presidente ebreo si sia trovato ad appellarsi al parlamento dell’unico Stato ebraico al mondo – l’intervento di Zelensky assume rilevanza anche a fronte dei tentativi dell’esecutivo israeliano di porsi come facilitatore del dialogo tra Ucraina e Russia nonostante la guerra in corso.
La linea che gli stessi rappresentanti ucraini dicevano di apprezzare – ossia la capacità israeliana di agevolare la mediazione in virtù del rapporto storico che lega Israele non solo a entrambi le parti in causa, ma anche di quello più genericamente inteso tra Russia e blocco occidentale a guida statunitense – ha subito un primo stress test con il discorso piuttosto duro del presidente ucraino, teso non soltanto a mettere in discussione l’effettiva possibilità di una mediazione, ma anche a chiedere espressamente l’aiuto militare dello Stato ebraico di fronte all’aggressione russa. Ciò non contraddice la sostanza del merito dell’attivismo diplomatico israeliano (che è stato fin qui salutato con favore e che si presume continuerà a esserlo), soprattutto visto che esiste sempre uno iato tra dichiarazioni pubbliche e dialoghi tra potenze a porte chiuse: fin qui il ruolo israeliano è stato salutato con favore e si presume continuerà a esserlo, dato che in queste ore il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth riferisce di una ipotesi di visita di Bennett a Kyiv su invito dell’Ucraina nel caso in cui dovessero esserci progressi sul negoziato, con il piano operativo della missione al vaglio dei servizi israeliani.
Certo è che, dal punto di vista della simbologia e delle parole d’ordine del conflitto, il discorso di Zelensky è destinato a lasciare un segno.
Due, in questo senso, le direttrici: da una parte il parallelismo tra la condizione di sicurezza nazionale dell’Ucraina e quella di Israele, dall’altra il parallelismo (decisamente forzato, in vero) tra l’aggressione russa e il genocidio degli ebrei per mano nazista. Conviene analizzarli separatamente, tuttavia, per comprendere anche le reazioni che un discorso del genere ha suscitato.
Il primo concetto di Zelensky, e cioè il richiamo alle minacce esistenziali vissute sia da Israele sia dall’Ucraina in relazione ad un contesto ostile, è piuttosto auto-evidente: così come Israele è costretta a misure straordinarie per garantire la propria sicurezza essendo circondata da forze statuali e gruppi armati che ne desiderano la cancellazione, così l’Ucraina è costretta a difendersi da un nemico (la Russia) che nega il diritto all’esistenza dell’Ucraina e del popolo ucraino come soggetti politici e nazionali. Da ciò discende la richiesta centrale dell’intervento di Zelensky: allineatevi alle sanzioni e, soprattutto, armateci, dotandoci di un sistema difensivo capace di intercettare i razzi del nemico (il cd. “Iron Dome”, strumento che si è dimostrato centrale nell’arsenale difensivo di Israele anche nell’ultimo round di scontri iniziato con l’aggressione da parte di Hamas).
In questo caso, il richiamo simbolico esplicito è a Golda Meir, primo ministro israeliano durante la guerra dello Yom Kippur ma – soprattutto, per ciò che ci compete in questa riflessione – ebrea nata a Kyiv: “Intendiamo rimanere vivi. I nostri vicini ci vogliono morti. Non è qualcosa che lascia molto spazio al compromesso”. Da qui anche la critica dura ad altre scelte israeliane, in primis alcuni equilibrismi dello Stato ebraico, certo, ma anche il non allineamento al regime internazionale di sanzioni e la discussa quota dedicata ai rifugiati ucraini non ebrei introdotta dal ministero dell’interno e fonte di enorme dibattito in Israele.
Il secondo concetto, certamente non riferibile alle scelte prese dal governo israeliano ma molto più esplosivo in termini di carico politico, è più o meno sintetizzabile con: i russi stanno facendo agli ucraini ciò che i nazisti hanno fatto gli ebrei e – dato che gli ucraini hanno salvato gli ebrei durante l’olocausto – adesso è necessario un impegno di Israele per fermare la Russia. La strumentalizzazione di un tema del genere in Israele ha un peso enorme ed è sicuramente destinata ad alimentare un dibattito in realtà già presente fin dai primi giorni della guerra, e che era vissuto con non poco disagio: i primi riferimenti al nazismo e alla Shoah, partiti con la ridicola pretesa di “de-nazificare” l’Ucraina per parte russa, furono motivo di condanna perfino dallo Yad Vashem, l’ente nazionale per la memoria della Shoah di Gerusalemme nonché la massima autorità mondiale sullo studio dell’olocausto dal lato delle vittime.
Adesso, invece, Zelensky sembra richiamare il tema in chiave opposta: i russi sono i nazisti, gli ucraini sono gli ebrei, non si può non stare dalla nostra parte.
Tralasciando per un attimo la giustificazione dell’impianto retorico di Zelensky, dovuto senza dubbio alla drammaticità del momento che il suo popolo sta vivendo, un paragone del genere pone non pochi problemi. Storicamente, il parallelismo tra Shoah e aggressione russa non regge, così come appare esagerato e fuorviante sostenere che gli ucraini abbiano avuto un ruolo di primo piano nel salvataggio degli ebrei ucraini (è tristemente vero, semmai, che l’Est Europa ha visto un enorme numero di collaborazionisti, pronti a portare avanti con le proprie mani il genocidio degli ebrei). Come era prevedibile, tutto ciò ha scatenato proteste vigorose in Israele, da esponenti del Likud di Benjamin Netanyahu come da ministri della maggioranza di governo (si prenda nota: la maggior parte dei deputati arabi, invece, ha boicottato il discorso di Zelensky).
Le reazioni di buona parte dell’opinione pubblica israeliana non devono sorprendere: la coscienza collettiva di Israele è ragionevolmente sensibile ai richiami all’olocausto e lo è in ragione di una molteplicità di fattori. In primis, un fattore personale: buona parte degli ebrei israeliani ha avuto parenti vittime dello sterminio. In secondo luogo, un fattore storico: esiste un rapporto doloroso tra la nascita dello Stato di Israele e la Shoah, nel senso che nei primi anni di vita dello Stato la comunità nazionale, appena riunificatasi e comunque in costante minaccia per via delle aggressioni arabe, ha “digerito” con difficoltà il genocidio degli ebrei d’Europa, avvenuto proprio mentre il focolare nazionale ebraico stava ricostruendo su basi nuove – non di persecuzione, ma di emancipazione – il protagonismo degli ebrei nella società globale. Soltanto nel tempo, e non senza contraddizioni, il Paese ha avviato una riflessione pubblica sul tema, fin dai tempi del processo Eichmann.
Di fronte a questo prisma di sentimenti viscerali, che sono nel patrimonio genetico del Paese e che scandiscono perfino alcuni momenti della vita pubblica israeliana (si pensi a Yom HaShoah, il giorno in cui le sirene risuonano in tutto il paese bloccandone letteralmente le attività per chiedere un minuto di silenzio in onore delle vittime), era prevedibile che un accostamento improprio come quello di Zelensky scatenasse polemiche aspre. D’altronde, Israele nasce non come compensazione per la Shoah, ma certamente come Stato rifugio per un popolo che ha subito per secoli quelle persecuzioni di cui la Shoah è stata orrenda e massima “sistematizzazione”.
Di fronte a questi due nodi, il rischio è che il discorso di Zelensky sia una occasione mancata: evidenziare i limiti dell’intervento israeliano sarebbe stato sacrosanto e avrebbe consentito alle forze più inclini a sostenere la causa ucraina all’interno della maggioranza e della Knesset di lavorare per superare alcune storture che esistono. Criticare la mediazione e – soprattutto – paragonare la situazione ucraina a quella degli ebrei d’Europa sterminati dai nazisti rischiano di essere scelte controproducenti, che possono cristallizzare la posizione israeliana anziché agevolarne l’evoluzione in senso più marcatamente di sostegno alla causa ucraina.
D’altra parte, dal punto di vista di Zelensky uno scossone emotivo era certamente necessario, specie se l’obiettivo era quello di evidenziare le contraddizioni delle scelte israeliane su sanzioni e aiuto militare. Da questo punto di vista, infatti, Zelensky non ha fatto altre che ripetere alla Knesset ciò che ha detto a molti altri parlamenti nazionali: dovete fare di più. Richiesta certamente legittima di un presidente in lotta per la sopravvivenza della sovranità dello Stato e della sua popolazione, nel complesso. Ecco che, a gettare acqua sul fuoco, ci ha pensato lo stesso Naftali Bennett, che ha dichiarato di non sentirsi di dover correggere in niente il presidente ucraino, giacché “il suo paese il suo popolo stanno affrontando una guerra molto difficile, centinaia di morti e milioni di sfollati”. Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro degli esteri Yair Lapid: “seguo un vecchio principio secondo cui non si discute con chi è in una situazione di difficoltà. La sua gente sta morendo. Lui è in guerra. Non inizierò a correggerlo: sente che il mondo non lo sta aiutando”.
Il discorso di Zelensky, dunque, non porterà verosimilmente a cambiamenti sostanziali nella linea di Israele. Certamente la pressione della opinione pubblica, largamente simpatizzante verso la causa ucraina e decisa a mostrare il proprio sostegno, peserà, e non è escluso che proprio la linea di Yair Lapid, che ha condannato Mosca fin da subito “facendo nomi e cognomi”, non possa sortire ulteriori effetti a beneficio dell’Ucraina. Da questo punto di vista, qualcosa può muoversi: mentre i rifugiati ebrei possono immigrare in Israele sotto gli auspici della legge del ritorno, infatti, la quota imposta sui rifugiati non ebrei è destinata probabilmente a cambiare, sotto la spinta dello stesso Lapid (“Israele ha il dovere morale di far entrare più rifugiati non ebrei”) e della Corte Suprema, che sta lavorando attivamente sulla base di una petizione presentata per conto della stessa ambasciata ucraina al fine di aprire le maglie dell’immigrazione nel paese. Di fronte a questi sviluppi, i dubbi delle forze politiche più a destra circa un eventuale rischio demografico derivante dalla liberalizzazione degli ingressi potrebbero essere destinati a finire nel dimenticatoio. Sul piano militare, invece, rimane improbabile che Israele possa fare di più: il disimpegno statunitense ha reso la Russia protagonista in Siria, ed è da ingenui pretendere che lo Stato ebraico possa non considerare questa realtà quando il territorio siriano è laboratorio dell’allargamento d’influenza iraniano.
Se da una parte le richieste di Zelensky appaiono legittime nel merito, dunque, dall’altra occorre ricordare che Israele non è equidistante nel conflitto: sta cooperando con le sanzioni internazionali per evitare che vengano bypassate proprio usando il territorio dello Stato ebraico come base, è attivo nella mediazione ma ha sponsorizzato la risoluzione ONU contro la Russia e ha ottenuto ulteriori adesioni in seno all’Assemblea Generale, ha donato tonnellate di aiuti umanitari, offerto generatori di elettricità e un ospedale da campo a servizio dell’Ucraina e – pur non rientrando negli aiuti che lo Stato formalmente sta dando – esistono perfino ufficiali delle Forze di difesa israeliane arruolati volontariamente e attualmente in battaglia sul campo.
Resta il tema: può Israele fare di più? Molti sostengono di sì, soprattutto in termini di accoglienza dei rifugiati non ebrei e di adozione del regime sanzionatorio. Su Iron Dome, invece, la questione è più complessa: rimane il tema che lo strumento è pensato per scontri militari non paragonabili a quelli che stanno avvenendo in Ucraina, in risposta a offensive da territori circoscritti, con un personale impiegato che sa come usare quel sistema. Di fronte a queste legittime osservazioni ci sono molti che sollevano dubbi sulla concreta possibilità che Iron Dome serva in questo frangente. Certo è che, in generale, l’assistenza militare israeliana sarebbe un contributo importante alla difesa ucraina, e fornirla o meno attiene innanzitutto alle valutazioni politiche prima ancora che tecniche. Qui torniamo al punto di partenza: fin dove può spingersi uno Stato che conta sulla cooperazione con la Russia per indebolire le infrastrutture militari del suo nemico esistenziale (l’Iran)?
Resta da capire il peso che l’opinione pubblica israeliana, che appare sensibile alle richieste di aiuto da parte dell’Ucraina, giocherà in questa fase del conflitto. Già domenica, infatti, Habima Square a Tel Aviv ha visto manifestare numerosi israeliani in ascolto di Zelensky, alla presenza del Sindaco della città, dell’ambasciatore ucraino e della rappresentanza diplomatica statunitense (con tanto di foto sui canali Twitter dell’ambasciata). D’altra parte, se c’è un riferimento che appare senz’altro emotivamente immediato al popolo israeliano, è quello che vede l’Ucraina e Israele combattere per garantire la propria sopravvivenza di fronte a vicini che ne desiderano la distruzione. Anche senza scomodare Golda Meir, di fronte a un presidente ebreo che guida un Paese la cui legittimità è messa in discussione dall’aggressione militare, schierarsi risulta a molti israeliani piuttosto semplice.



