Intorno a ottobre 2021 avevo scritto un articolo sullo stato delle pensioni in Italia. È opportuno riprendere oggi il tema perché, oltre ad essere dirimente, è anche un sintomo di una patologia molto più ampia e sistemica del nostro paese.
L’insofferenza attuale del sistema previdenziale
I dati fruiti per quell’articolo erano disponibili grazie al portale dei dati Istat, all’epoca aggiornati al 2019. La spesa complessiva per sole pensioni e misure previdenziali, al tempo, era di oltre 320 miliardi. Nel 2020 la spesa previdenziale si è ridotta: 307,7 miliardi spesi nell’anno. Di questi, 282,5 miliardi per pensioni di vecchiaia, anzianità, indennità, invalidità e reversibilità ai superstiti (le cosiddette pensioni IVS); il resto per pensioni sociali (4,8 miliardi), invalidità civile (19,3 miliardi) e pensioni di guerra (1,1 miliardi).
Questi dati, di per sé, non sembrano eccessivamente preoccupanti: dopotutto la spesa previdenziale è calata di quasi 13 miliardi, con un risparmio non indifferente. 13 miliardi garantirebbero le coperture per molte altre erogazioni assistenziali o per il potenziamento delle pensioni più basse, no? Eppure, dal tempo della scellerata e retorica “Quota 100”, il peso delle pensioni sulle finanze pubbliche è aumentato, e in maniera considerevole.
Nell’ultimo anno, lo Stato ha dovuto garantire, con circa 20 miliardi ulteriori di debito pubblico, le coperture per le pensioni, causa insufficienza dei fondi. Come mai? Semplice: la riduzione della platea lavorativa in seguito alle contrazioni considerevoli degli introiti previdenziali.
Ma se il problema fosse solo quello, la risoluzione sarebbe una, semplice – o per lo meno diciamo così – e tempestiva: intervenire sul sistema lavorativo per garantire una maggiore assunzione di forza lavoro. Queste leve, tuttavia, non sono immediate come suggerirebbe una soluzione populisticheggiante, che potrebbe piacere a un Conte, un Salvini o un Rizzo. No, il problema è radicale, complesso e che deve tener conto di svariati fattori.
Il sistema pensionistico, modificato prima dalla riforma Fornero, poi dagli interventi del governo Renzi e infine da quota 100, si sta nuovamente dimostrando insufficiente.
Povertà pensionistica
Il problema è notevolmente complesso, ed è ovvio che sia improbabile fornire una soluzione in poche battute; tuttavia le criticità del nostro sistema pensionistico non sono date soltanto dalla tendenza all’inversione della piramide e dall’onerosità pachidermica del sistema attuale.
Il dato ancor più drammatico è rappresentato dallo stato di povertà diffuso tra i soggetti destinatari.
Andando visceralmente nei numeri, i dati sono allarmanti. Il dato complessivo ci dice che 22,7 milioni di destinatari di erogazioni previdenziali percepiscono in media 13.500 euro l’anno. Vale a dire poco più di 1.000 euro mensili, comprensivi di tredicesima e quattordicesima.
Il vero dato allarmante è però il seguente: più di un sesto dello sforzo previdenziale è per 1,06 milioni di persone. In termini percentuali più esatti, il 4,6% dei percettori ottiene erogazioni pari al 18,2%. Un milione di erogazioni di, mediamente, 55.900 euro l’anno, oltre 4.000 euro mensili.
A queste pensioni fanno da contraltare le prestazioni più esigue. 1,9 milioni di persone percepiscono meno di 250 euro mensili, sia come pensioni che come previdenze. Complessivamente 11,6 milioni di persone percepisce meno di 750 euro mensili di previdenze, per una spesa complessiva di 63,4 miliardi. Oltre la metà dei destinatari di trattamenti pensionistici erogati percepisce mediamente meno di 5.500 euro annui. Vale a dire, mediamente, poco più di 400 euro al mese.
E se un tempo i nonni erano considerati l’ammortizzatore sociale “naturale” delle famiglie, lo scenario attuale è drammatico: una disparità di spesa assoluta, priva di solidarietà sociale, in cui tra la spesa per un milione di pensionati “ricchi” e quella per il 51,1% di pensionati poveri e super-poveri ballano appena 8 miliardi di differenza.
E oltre allo stato di povertà assoluta in cui 11,6 milioni di pensionati versano, c’è da considerare l’atroce innalzamento dell’inflazione.
Quali soluzioni?
Come fa un pensionato a potersi permettere di sopravvivere con pensioni da fame? Tra le spese fisse e le bollette sempre più alte, un pensionato da solo non ha i fondi minimi per garantirsi la minima sussistenza.
La soluzione non può ovviamente essere l’innalzamento a 1.000 euro delle pensioni come proposto da Berlusconi, se non altro per insostenibilità del peso che ne deriverebbe. Significherebbe, infatti, aumentare di 33 miliardi la spesa pensionistica.
E la domanda che chiunque con un minimo di ragionevolezza dovrebbe porsi è: dove si recuperano questi 33 miliardi? Certo, c’è la possibilità di recuperare una parte dei 130 miliardi di risorse evase. Ma come sappiamo, i condoni fiscali, le sanatorie e le rottamazioni delle cartelle esattoriali – o pace fiscale o broccoli a merenda – portano in realtà molto poco di quel gettito. E soprattutto, gli errori negli accertamenti per le cartelle esattoriali sono all’ordine del giorno, e spesso a rimetterci è proprio l’erario.
Alleggerimento degli oneri fiscali? La riduzione di ogni punto di Iva costa circa 23 miliardi, e salvo che si impedisca di pagare col contante, buona parte dell’evasione, derivante proprio dall’Iva, non rimarrebbe comunque tracciabile.
Soprattutto, con i vincoli di bilancio che torneranno dirompenti, questi fondi non potranno venire dal debito pubblico. E non possono neppure provenire dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Piano che abbiamo chiamato e continuiamo a chiamare così e col suo acronimo (PNRR), ma che in realtà è un fondo destinato alle nuove generazioni. Non a caso, in UE e nel resto delle nazioni comunitarie, i fondi vengono chiamati con il loro nome: Next Generation EU, vale a dire “Nuova Generazione dell’Unione Europea”.
È invece auspicabile tanta (tanta tanta) solidarietà sociale.
Solidarietà previdenziale anzitutto: chi ha molto di più ha l’onere di rinunciare, secondo le proprie possibilità, a una minima parte del suo per aiutare chi ha meno. Se non per spirito di carità cristiana o per spirito apostolico, per solidarietà sociale. Ci sono pensioni che superano annualmente i quattro e i cinque zeri. Condividere una minima parte di quella “enormità” può salvare tante persone.
Accanto alla solidarietà previdenziale, è necessaria una solidarietà economica su più livelli: riorganizzazione del mercato, da imperniare sulla sostenibilità sociale; riorganizzazione del tessuto produttivo italiano, verso una funzionalità sociale e territoriale e verso un’ampia partecipazione dei lavoratori nella gestione dell’attività economica organizzata; riorganizzazione delle tutele lavorative e dell’ordinamento del lavoro, seguendo come vettori la sostenibilità umana e la dignità salariale.
Conclusioni
Un paese con un tessuto produttivo non alienante, che consente l’inserimento nel lavoro dei suoi cittadini e che garantisce stabilità e benessere, consente ai suoi cittadini di avere una prospettiva. Soprattutto, consente a un sistema contributivo di avere risorse sufficienti per alimentarsi e garantire ai pensionati una dignità.
Diversamente, i lavoratori si trovano senza prospettiva, senza lavoro stabile, con scarse speranze di arrivare alla vecchiaia con una pensione decente. E lascia che più della metà dei suoi pensionati viva nella povertà assoluta. O peggio.



