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BODY-SHAMING SÌ, IN AMICIZIA

Mi è capitato recentemente di fare body-shaming, ho insultato qualcuno per il suo aspetto fisico; lo ammetto. È deplorevole. Ma c’è un però.

Stavo guardando in compagnia la serie Tales from the Loop quando è stata inquadrata una persona in forte sovrappeso. Mi è uscita una battuta che era più un insulto che un motto di spirito. Qualcosa di, a dir poco, riprovevole; è inutile dire che sul momento ho provato vergogna.

Però dentro la mia testa è stato differente. Avete presente quando, assistendo a una scena, vi sale da dentro, in maniera involontaria, una battuta cattiva? Noi siamo consci di quanto cattiva essa sia, e solitamente proprio per questo ci mutiamo, ci auto-censuriamo. È questa una delle funzioni positive della cultura: selezionare e frenare quello che di “sbagliato” sorge spontaneamente in noi, impulsi e non solo.

Però quella stessa battuta offensiva nasceva nel mio caso da un’altra cultura ancora, se così possiamo definirla, che ho assorbito sin da bambino: questa propone come canone estetico la magrezza, precise linee fisiche, ecc. Per fortuna, dico io, in questi venti anni da che sono venuto al mondo, nei nostri Paesi questo genere di cultura sta progressivamente regredendo, per quanto in maniera né omogenea né costante. Ad ogni modo, io l’ho involontariamente assorbita, e di tanto in tanto fa ancora capolino.

Così avviene che in questo genere di situazioni in me c’è come uno scontro culturale nel quale io di volta in volta mi schiero da una o dall’altra parte, facendo emergere la fazione scelta. Il problema è che questo processo non credo comporti (correggetemi se sbaglio) l’eliminazione della componente che non scegliamo. Al contrario, proprio in quanto parte mutilata, negata, si estremizza e si radica maggiormente, divenendo sì meno manifesta, ma facendosi altresì più subdola, recondita, irraggiungibile alla coscienza.

Un’isola immorale e felice

Per questo motivo credo sia bene di tanto in tanto esprimere quelle battute oscene, dare sfogo a quella parte di noi che forse vorremmo non esistesse. Certo, sarebbe del tutto irresponsabile farlo nella piazza principale il giorno del mercato; qui c’è posto soltanto per il dibattito, per la giustizia e la condanna netta dei comportamenti iniqui.

Però nei luoghi e nei momenti opportuni, con la lucida consapevolezza di essere in errore, considero cosa buona lasciarsi andare a considerazioni insensibili e discriminatorie. C’è da chiedersi ora quali siano questi luoghi e questi momenti. Sono abbastanza sicuro nel dire che gli amici servano anche, forse sopratutto, a questo: rappresentano un luogo sicuro in cui essere criticati, ma con affetto; in cui far emergere queste parti di noi, così da esporle e ridicolizzarle assieme. L’ingiusto affascina, eccita, e per questo lo manteniamo; il ridicolo, il grottesco disgusta, e dunque lo si ripudia.

Chiudo

Tale meccanismo mi sembra il più bello e il più efficace per riuscire a troncare le radici di un nostro passato che forse avremmo voluto non fosse nostro. Non so, forse sbaglio. Magari invece è soltanto un meccanismo per sentirmi meno in colpa per aver fatto body-shaming.

Giovanni Duca

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