(Cory Doctorow/Flickr)
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C’ERA UNA VOLTA, LA CENSURA DELLA MUSICA NATALIZIA

PREMESSA PER IL LETTORE:
Non è un articolo troppo lungo, sebbene lo possa sembrare. Vi invito a leggerlo tutto perchè tengo a ciò che ho scritto e, come me, molte altre persone credono in queste mie parole. Se qualcuno, dovesse sentirsi offeso o tirato in ballo, mi dispiace, ma l’ho fatto apposta.

Siamo tutti coscienti che quest’anno il Natale non sarà lo stesso; non solo per polemiche già alzate nei confronti di leggi sui coprifuochi e restrizioni varie. Quelle, contestualizzate, sono quasi ragionevoli. Ma Natale, non sarà Natale perchè abbiamo cominciato a spegnerci molto prima di questo anno funesto che ha aiutato a spingere questa atarassia natalizia già innescata.

Non state leggendo parole da un sostenitore dei pacchetti incartati sotto l’albero luminoso, non sono mai di buon umore nel periodo di Natale. Ho smesso di credere a Babbo Natale da qualche anno oramai. Ho 26 anni… Da un mio punto di vista, che trova riscontro con molte altre persone, il Natale è un periodo estremamente vacuo e malinconico, come le stesse serate desolate, fredde e pensierose di Dicembre.

Adoro vedere le illuminazioni di questa festività, risvegliano in me un certo pensiero nostalgico di un bambino che attende un giorno tanto pubblicizzato e acclamato. In parte è vero: in questo periodo siamo sempre più buoni. Forse troppo, ecco che cosa ha distrutto il nostro (o il mio) Natale.

L’idea natalizia di dolciumi, decorazioni e illuminazioni calde come uscite da un disegno di Norman Rockwell rimarranno per sempre nell’inconscio collettivo di tutti noi, ci piacciono e, sinceramente, fanno parte del gioco. Eppure, si trova ben altro dietro la calda guancia di Babbo Natale, non a caso, da qualche parte nel paese di Chinonsò, esiste il Grinch, oppure, nella nostra stessa Italia, se andiamo a curiosare nel folklore nordico, troveremo miti e storie natalizie macabre e sinistre, quelle sui Krampus, conoscete? Ma vi sfido, se siete abitanti di città (ma non per forza) provate ad affacciarvi dalla finestra e osservare bene, provate a guardare tutte le persone che camminano sul marciapiede, ne vedrete di tanti tipi. Soffermatevi su quelli che hanno un passo lento, indeciso e tengono la testa bassa (credetemi, ce ne sono tante), chiedetevi che cosa hanno da rimuginare in un periodo come questo?

Ripeto, Natale non è solo festa, amore e allegria, ci sono persone che nemmeno a Natale vengono baciate da questi elementi e spesso vogliamo nascondercelo, quando basterebbe guardarci dentro per apprezzare la tiepida poetica malinconica di Natale. Ma da qualche anno l’idea che tutto debba brillare, come il sorriso di una dentiera nuova, sopprime questa vera natura, nascondendo così quel volto originario di questa festa.

Perché l’aiuto al prossimo, dato che se ne parla tanto in questo periodo, viene in conseguenza alla scoperta della triste verità che ci circonda da sempre. Il cinema e la letteratura hanno provato a ricordarcelo, ma dato che il virus del “falso buonismo” si è già fatto strada in questi settori, non resta che la musica, quella buona, che riscalda il cuore. In pericolo pure questa oramai.

Abbandoniamo questa mia classica introduzione alla tematica per parlare di musica. Molti di voi lettori, come il sottoscritto, non si sono rotti solamente i timpani di sentire Sfera Ebbasta in questo periodo, indi per cui parlerò di una notizia giuntami poche settimane fa, la quale mi ha gelato il sangue e fatto rabbrividire.

Vi parlerò di una canzone che non conoscete probabilmente, che dovreste ascoltare solo per riimmergervi in quel mood Natalizio di cui ho scritto in quella mia lunga introduzione.

Esisteva una band folk-punk irlandese di nome Pogues (in dialetto “baciami-il-culo”), di certa notorietà nell’undergound musicale degli anni ottanta; in un periodo furono pure supportati da Joe Strummer…non sapete chi sia? Ma dai, quello di “London Calling” e “Should I Stay or Should I Go”. La canzone di cui non vi ho ancora detto il titolo è “Fairytale of New York”. I Pogues suonano la ballata con i loro strumenti e i tipici arrangiamenti natalizi e irish folk, le voci sono due: la calda e tonante voce femminile di Cait O’Riordan, all’epoca moglie di Elvis Costello (posso immaginare che non sapete chi sia, è uno che mi somiglia!), e la tonante, distorta, etilica voce maschile di Shane MacGowan, frontman della band.

Sì, lui che pare uscito da una versione horror di Trainspotting, ed è proprio questa sua genetica e presenza sul palco ad aver reso i Pogues i Pogues.

Perchè rispolverare un brano natalizio di ben 33 anni fa?
La nota BBC (la più grande rete televisiva anglosassone rinomata in tutto il globo) ha deciso di apporre modifiche convenzionali al brano citato per non disturbare il buon senso sensibile degli ascoltatori moderni, quelli infetti dal “falso buonismo”, censurando così determinate parole che riempiono le quartine di questa ballata.

Lo abbiamo visto su piattaforme come Twitch: determinate parole sono negate e si rischia il banno per il loro utilizzo.

Ehi, alzo le mani quando dico che non difendo i decerebrati che sfruttano questo linguaggio per infierire sul prossimo. Non si giustifica mai un’offesa così maliziosa e ignorante nei confronti di qualcuno; che questo sia di colore, quindi negro, o che sia omosessuale, detto grossolanamente frocio, o che una ragazza abbia le stesse intenzioni di un ragazzo il sabato sera… davvero chiamereste troia vostra figlia quando alla loro stessa età, voi padri, ispezionavate ogni angolo della vostra città per potervi calare pantaloni e mutande?

Ma punto il dito quando questo approccio moralistico e paternale, per l’appunto, va ad attaccare ciò che mi regala amore e speranza, persino nel Natale. Come dico sempre: “Purtroppo o per fortuna, l’arte va contestualizzata”, non solo nel periodo storico/culturale in cui questa si sviluppa, ma proprio per come il mezzo completi la forma.

L’idea che una parola, o un verso, in una canzone possano semplicemente essere cambiati senza fare danni significativi è un pensiero che può nascere solo da persone che non sanno niente della natura del songwriting. La sostituzione della parola “faggot” con la parola senza significato “haggard” distrugge la canzone sgonfiandola nel suo momento essenziale e più coraggioso, spogliandola del suo valore!

Una canzone manomessa, compromessa, addomesticata e castrata, non può più essere definita una grande canzone. È una canzone che ha perso la sua verità, il suo onore e la sua integrità; un brano che si è inginocchiato e ha permesso alla BBC, guardiana della nostra fragile sensibilità, di fare i suoi affari tristi e appiccicosi.

Ascoltate questa canzone cari lettori, forse non è il vostro genere, non piacerà a tutti. Ma date una possibilità a quella voce e a quel tono sconfitto di un tossico alcolizzato che canta della notte di Natale, di una New York innevata come nei miglior film anni ’80, di amore e odio, di speranze lontane ma vicine come un ciondolo che, ad ogni passo, sbatte sul petto, vicino al cuore.

Capirete che questo mio astio non è solo polemica populista per scrivere un articolo prima delle mie sbronze natalizie.

Si collega una storia commovente a questa canzone, che comprendo lo stesso Shane MacGowan: dopo il tour statunitense della band, il cantante fece ritorno alle sue campagne irlandesi. Alla stazione di Preston telefonò da una cabina telefonica per avvisare la famiglia che era appena arrivato in Inghilterra. Suo fratello rispose urlandogli “É al numero due”, riferito alla classifica dei brani natalizi dell’epoca, senza neppure salutarlo o chiedergli del viaggio.
Cazzo!” rispose il cantante e poi riattaccò. La neve cominciò a ricoprire i binari della stazione quando Shane si incamminò per il pub più vicino e scoppiò a piangere.
Questa è la stessa atmosfera che mi regala l’ascolto di questa canzone, ogni volta.

Dunque, perchè siamo arrivati a minacciare pure le nostre canzoni preferite? O le mie, insomma.
Lasciateci in pace vampiri dell’omologazione, siamo ancora in grado di distinguere un’orrore della vita reale e quello proiettato in un film, un fumetto o in una canzone.

Canzoni così grandi ed emotivamente potenti sono molto rare. “Fairytale of New York” è un inno lirico di potenza vertiginosa, è il suo destino prendere posto a fianco di altri classici natalizi (che non siano brani di Michael Bublè!), non solo per la sua audacia e la sua profonda empatia. Personalmente, amo questa canzone perchè, più di quasi le altre canzoni che mi vengono in mente, parla con profonda compassione agli emarginati e alla gente povera.

Non ha un tono conformista come vorrebbe la BBC o altri grossi nomi, dice la sua nuda e cruda verità, con tenerezza e gusto dell’orrido di ciò che portano nel cuore quelle persone a testa bassa che guardate dalle vostre finestre.

Vi invito nuovamente ad ascoltarla, leggere soprattutto le liriche (perchè è di quello di cui si parla) e vi sfido a non entrare in empatia con le difficoltà dei due personaggi ribelli, che vivono le loro vite solitarie e disperate contro le promesse natalizie infrante, come una casa, il calore del camino, il buon cibo e la gratitudine verso qualcosa o Qualcuno.
Questa canzone, come moltissime altre, sono doni, veri regali natalizi e perchè, quindi, macchiarle di bianchetto con la presunzione che certi termini siano sbagliati?

Questo è il brano, ascoltatelo e dimenticate quello che vi ho detto.
Spero di incontrarvi ad un bar il giorno di Natale, io sarò lì, magari ne parleremo.
Ah no, giusto! Quest’anno non potremo. Magari il prossimo.

Beh, prima che tutte le mie parolacce preferite vengano abolite da poteri più alti dei miei, vi auguro un buon Natale, figli di puttana.

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