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COSA PUÒ SIGNIFICARE LA VISITA DI DRAGHI IN LIBIA (di Mario Raffaelli)

Quando, nel 2011, si stava preparando (su impulso di Sarkozy) l’intervento militare per abbattere Gheddafi scrissi un editoriale per il “Trentino” nel quale sostenevo che la semplice rimozione del dittatore, senza aver creato preventivamente i presupposti di una transizione, avrebbe provocato solo la “nascita di una grande Somalia davanti alle nostre coste”.

Muammar al-Gaddafi at the AU summit by U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Jesse B. Awalt/Released

Così è stato e, dopo l’uccisione del dittatore, si sono succeduti dieci anni di instabilità, una guerra civile che ha provocato migliaia di morti, circa trecentomila sfollati, un milione di persone bisognose di assistenza umanitaria, il crollo del 38% della produzione petrolifera (principale fonte di entrate) e del 72% del Pil pro capite.

La Libia è diventata così il centro di tutti i traffici illeciti (compresi quelli relativi agli esseri umani) e fonte di potenziale instabilità per l’area mediterranea e lo stesso Medio Oriente. Questo collasso, inoltre, ha fatto riemergere la storica frattura fra le tre parti in cui, di fatto, la Libia è divisa: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Tre parti tenute insieme in maniera forzata prima dall’impero ottomano, poi dal fascismo italiano, infine dalla dittatura di Gheddafi.

Una grande responsabilità, per questo esito disastroso, ricade sugli Stati Uniti (che si sono defilati, disinteressandosi della situazione) e sulle contraddizioni dell’Europa, acuite dalla sterile concorrenza fra l’avventurismo della Francia e le titubanze dell’Italia. Tutto questo spiega la sopravvivenza stentata del governo di al-Sarray (che pure era riconosciuto dalle Nazioni Unite), la moltiplicazione delle milizie fuori controllo, lo scontro finale tra le autorità di Tripoli e quelle di Tobruk (guidate dal generale Haftar). La contrapposizione fra Tripolitania e Cirenaica si è poi riflessa nel più ampia divisione esistente all’interno del mondo islamico, con Tunisia e Qatar a favore di Tripoli mentre Egitto ed Emirati Arabi di Tobruk. Di fronte all’allargamento del conflitto, l’assenza di una iniziativa politica incisiva da parte dell’Europa (e della comunità internazionale in generale) ha creato la spazio per l’intervento di Russia e Turchia che sono oggi gli attori principali nel teatro libico.

Solo l’intervento diretto turco, infatti, ha fermato l’offensiva militare del generale Haftar che era sostenuto dai mercenari russi della famosa compagnia “Wagner” ed era ormai arrivato alla periferia di Tobruk. Ed è importante ricordare che il governo di al-Sarray si è rivolto alla Turchia solo dopo aver battuto invano alla porta degli occidentali (Italia compresa). In questo quadro, dopo la firma del cessate il fuoco il 26 ottobre del 2020, pochi avrebbero scommesso sulla possibilità di ripresa di un processo politico in un paese diviso fra due “governi”, due “parlamenti”, due “istituzioni finanziarie”, due blocchi di sostenitori, milizie irregolari.

E invece, in soli sei mesi, il dialogo promosso dall’Onu ha portato alla proclamazione di un governo riconosciuto da tutti, con il primo Ministro Abdul Hamid Dbeibah (un uomo d’affari già attivo all’epoca di Gheddafi, nato a Misurata) chiamato a coordinare l’esecutivo e Mohamed al Menfi (ex Ambasciatore in Grecia, nato a Tobruk) a dirigere il Consiglio Presidenziale. Nonostante il risultato a sorpresa (la scelta è stata fatta dal Forum di 74 rappresentanti selezionati dall’Onu) il Parlamento libico, unito per la prima volta prima a Sirte e poi a Tobruk, ha confermato all’unanimità questa nomina e, subito dopo, si è svolto il passaggio di consegne senza alcuna contestazione da parte degli altri contendenti. Confermando, così, il mandato al nuovo governo di portare il paese ad elezioni generali il 24 dicembre di quest’anno.

Questa svolta positiva e inaspettata è nata in gran parte dalla situazione di stallo che si era creata sul piano militare. Dopo la sconfitta del generale Haftar, infatti, l’idea di una controffensiva, coltivata dal governo di al-Sarraj, è stata prontamente stoppata da una forte dissuasione da parte di Egitto e Stati Uniti mentre, sull’altro versante, le milizie del generale e i mercenari russi scavavano una trincea lunga 70 km da Sirte fino a Al Jufra. Si creava così la possibilità di una paralisi prolungata, con la cristallizzazione del paese diviso in due e il rischio di un collasso irreversibile a causa dell’impossibilità di gestire efficacemente le essenziali risorse petrolifere. Rispetto a questo pericolo, è prevalso quindi l’interesse a preservare una Libia unita e questo interesse ha consentito lo sviluppo di un processo negoziale “multitrak”, in grado cioè di prendere in considerazione, allo stesso tempo, gli aspetti politici, militari, finanziari e internazionali.

Ovviamente si tratta solo di un primo passo e la strada verso le elezioni è irta di ostacoli. Perché l’obiettivo fissato possa essere raggiunto (sicuramente con qualche mese di ritardo rispetto alla scadenza fissata) occorrono almeno tre condizioni. In primo luogo il governo deve migliorare le condizioni di vita della popolazione, attraverso un uso equilibrato delle risorse petrolifere e del supporto internazionale, dimostrandosi capace di assicurare i servizi di base (sanità, energia, salute).

Inoltre, il governo deve elaborare una road map verso le elezioni che sia frutto di un processo trasparente ed inclusivo. Infine, è fondamentale che il “cessate il fuoco” venga rispettato e che, sia pure gradualmente, venga implementato il disarmo delle milizie irregolari e il ritiro della presenza straniera (a partire dai mercenari, russi e siriani, presenti nei due fronti) come previsto dall’accordo di ottobre ma la cui scadenza è già stata superata.

Quest’ultimo è l’aspetto più difficile e delicato. Russia e Turchia, colmando il vuoto lasciato dai paesi occidentali, hanno conquistato un ruolo di cui è impossibile oggi non tenere conto. La presenza della Turchia, in particolare, è frutto di un intervento militare deciso per impedire che Emirati e Egitto diventassero egemoni in Libia, ma avvenuto in una cornice di legalità (su richiesta di un governo internazionalmente riconosciuto). Come è ulteriormente dimostrato dal fatto che il nuovo governo libico si è affrettato a confermare l’accordo stipulato da quello precedente sulle acque del Mediterraneo.
È importante quindi che, parallelamente al processo di riconciliazione all’interno della Libia, si produca anche una de-escalation fra i paesi che si erano schierati sui fronti contrapposti. Qualche segnale positivo in questo senso si è già prodotto, con un nuovo dialogo fra Emirati e Qatar e un nuovo atteggiamento della Turchia nei confronti dell’Egitto. Ma la strada da fare è molto lunga e accidentata.

In questa nuova situazione la scelta di Mario Draghi di compiere la sua prima missione all’estero proprio il Libia è molto significativa e segnala il tentativo di rilanciare il ruolo del nostro paese in quell’area per noi cruciale. Al di là dei legami storici, infatti, la Libia è stata per molti anni un partner economico commerciale di prima grandezza ed ha coperto (e copre ) una parte significativa del nostro fabbisogno energetico. Inoltre, solo con una Libia stabile e amica sarà possibile gestire i flussi migratori in maniera efficiente ma anche rispettosa dei diritti umani. Ovviamente anche qui si tratta solo di un primo passo, che non basta certo a recuperare gli anni di sostanziale assenza politica del nostro paese.

Un’assenza che non poteva certo essere compensata dalla pur coraggiosa scelta di mantenere aperta l’Ambasciata in questi anni (unico paese occidentale) né, tantomeno, dalle ridicole “conferenze” organizzate dai governi Conte. Abbiamo anche noi , quindi, una lunga strada da percorrere. Fornendo subito tutto il supporto materiale che possiamo mettere in campo a sostegno del governo di “unità nazionale e riconciliazione” e riprendendo un ruolo politico di stimolo all’Europa e alla comunità internazionale.

Cercando così di riparare all’insensibilità e agli errori del recente passato.

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