Fotografia di Jacopo Paratore
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EUTANASIA E AUTODETERMINAZIONE: DALLA SPAGNA ALL’ITALIA

Il diritto è un continuo adattamento ai tempi. Oggi viviamo un mondo estremamente complesso e tecnicizzato sotto molti aspetti. Il diritto dunque sembra un qualcosa di lontano e indecifrabile, qualcosa di più grande di chi lo vive e lo interpreta. Viviamo in un mondo in cui la persona è sempre più defilata e cede il passo ad altri valori, l’economia e lo sviluppo fra tutti.

Poi però arrivano certe leggi che riavvicinano la dimensione giuridica all’uomo, e lo toccano nell’essenza più profonda. Leggi che sono piuttosto momenti epocali, che tracciano una riga tra il prima e il dopo di una società. Leggi che disciplinano uno dei momenti più sacri e intimi della Vita.

Il 24 marzo 2021, con la ‘ley organica’ n.3, la Spagna ha vissuto un momento epocale. È stata introdotta la Legge sul fine-vita.

ANALISI DELLA LEGGE

Il testo di legge non prevede i termini ‘eutanasia’ o ‘suicidio assistito’. Si parla di ‘fornitura di aiuti per morire’.
I soggetti che ne possono usufruire devono vivere condizioni cliniche gravi e incontrovertibili, tali da comportare «una sofferenza fisica e psichica costante e intollerabile», che possono limitare l’autonomia della persona nella quotidianità e la capacità relazionale ed espressiva. Si suppone che, talvolta, sia necessario l’utilizzo di supporti tecnologici, per restare in vita.

Le modalità di attuazione sono due: la «somministrazione diretta di una sostanza al paziente da parte del professionista sanitario competente» o «prescrizione o fornitura al paziente da parte dell’operatore sanitario di una sostanza, in modo che possa auto-somministrarla, per provocare la propria morte». 

L’impianto della legge è fortemente garantista. Il punto focale della norma è il «Consenso informato: la decisione libera, volontaria e cosciente manifestata nel pieno uso delle facoltà, dopo aver ricevuto la diagnosi corretta, affinché a sua stessa petizione» possa attuarsi la somministrazione.
Il consenso informato viene raccolto due volte -per iscritto- a distanza di 15 giorni a partire dalla richiesta, netta e autonoma, di morte assistita: l’esteso lasso temporale consente una valutazione interiore intensa. Una commissione territoriale composta da 7 membri vigila sul processo ed esamina la petizione, attraverso due medici designati; successivamente può decidere se approvare o bocciare la richiesta entro 19 giorni dal secondo consenso.

Il trattamento di fine-vita può essere condotto nei modi e nei tempi indicati da chi lo riceve; è sempre permesso il ritiro del consenso.
È garantita l’obiezione di coscienza per il personale sanitario, il cui credo e le cui convinzioni siano in contrasto con il trattamento medesimo.
Secondo i sondaggi l’indice di gradimento per la legge è al 90% nella popolazione spagnola; la classe politica spagnola invece è piuttosto spaccata al riguardo.
L’introduzione in Spagna di una legge sul fine-vita è un evento clamoroso, considerando il retaggio fortemente cattolico del paese.

IN ITALIA

La popolazione – secondo quanto riportato da alcuni sondaggi – sembra favorevole ad una norma che disciplini il fine-vita. I partiti politici italiani hanno differenti posizioni. L’unica formazione politica apertamente- e attivamente- favorevole è l’esiguo schieramento radicale. I partiti di destra avversano nettamente proposte di leggi di ‘morte assistita’. I partiti di sinistra sembrano timidi e poco sensibili rispetto a queste tematica: da un punto di vista ideologico, dopo la fine della prima repubblica, l’anima cristiana-democratica ha prevalso su quella social-riformista.

Un passo in avanti importante è stata l’introduzione nell’ordinamento della legge n.219/2017 sul ‘testamento biologico’ (disciplina le Disposizioni Anticipate di Trattamento). Grazie a questa legge si valorizzano le volontà anticipate del paziente (nel caso di un decadimento delle capacità cognitive) e si consente in determinati casi- gravi e irreversibili -l’eutanasia passiva: la sospensione dei trattamenti essenziali per rimanere in vita (ad es. nutrizione ed idratazione artificiali), evitando uno sterile accanimento terapeutico.

In Italia il motore trainante di simili istanze è la società civile. Sono stati diversi gli episodi che hanno scosso le coscienze, tra cui le vicende di Elena Moroni, Giovanni Nuvoli, Eluana Englaro, Piergiorgio Welby e Fabiano Antonioni.

Ad anni alterni la questione viene accantonata e successivamente riproposta. I media e la politica puntano i riflettori sulle sofferenze temporaneamente. La stasi poi permane, ma il dolore continua.

Recentemente l’opinione pubblica s’è accesa sulla morte assistita di DJ Fabo, il quale è dovuto andare in Svizzera (accompagnato da Marco Cappato) per mettere volontariamente fine alla sua sofferenza. In Svizzera è consentito anche ai non-residenti di usufruire di trattamenti di fine-vita, sempre in determinate condizioni di salute. In Spagna solo a chi ha la cittadinanza o la residenza da oltre 12 mesi.

Fabiano Antonioni si è ritrovato, in seguito ad un incidente, privo della quasi totalità delle sue capacità: cieco, tetraplegico, con difficoltà espressiva e respiratorie.
Così scrive al Presidente della Repubblica:

Le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione, non trovando più il senso della mia vita ora. Fermamente deciso, trovo più dignitoso e coerente, per la persona che sono, terminare questa mia agonia“.

Il suo accompagnatore- Marco Cappato- è stato sottoposto a processo, in virtù delle norme vigenti in materia in Italia. È stato imputato del reato di aiuto ed istigazione al suicidio ex art 580 c.p.
Il tribunale di Milano ha sollevato la questione di legittimità dell’art 580 c.p rispetto alla fattispecie concreta Fabo-Cappato, ritenendo che la condanna fosse in contrasto con diversi articoli della Costituzione. La Corte Costituzionale nel 2018 tramite la famosa ‘ordinanza 207’ stabilisce che «il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce, quindi, per limitare la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie [… ] imponendogli in ultima analisi un’unica modalità per congedarsi dalla vita». L’impervia via del dolore.
È stabilita una parziale illegittimità del reato di aiuto al suicidio in casi simili.

La corte non si pronuncia in via definitiva nel 2018, ma concede un anno di tempo al Parlamento per legiferare in materia. Dopo un anno di latitanza del legislatore, la corte si trova a dover colmare un vuoto normativo con la sent. 242/2019: la Corte ha consentito la facilitazione dell’intento suicida, di soggetti tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetti da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili. I soggetti devono essere pienamente capaci di intendere e di volere; le strutture sanitarie pubbliche ed un comitato etico vigileranno sul processo.

La Corte Costituzionale è un organo giudiziario speciale, il giudice delle leggi. A questa non spetta ovviamente il potere legislativo, ma in questa (e altre) situazione si è trovata a dover dare una soluzione sistematica, traendo spunto dai principi costituzionali, per evitare il ripresentarsi di situazioni analoghe, e dare garanzie al cittadino.

Allo stesso modo la Corte d’Appello di Milano ha dovuto forzare la lettera della legge, non potendo condannare Ezio Forzati per omicidio colposo per aver staccato la spina della moglie- Elena Moroni- in coma irreversibile.

La mancanza di una disciplina legislativa sul fine vita accresce i casi di suicidi e morti assiste clandestine, lontane dalle garanzie mediche.

Al momento sono 5 i disegni di legge presentate al Parlamento, una delle quali di iniziativa popolare (su iniziativa dell’Associazione Luca Coscioni, di cui Cappato è presidente).
La lentezza della macchina legislativa e la mancanza di volontà politica impediscono di colmare il cono d’ombra sulla materia. Consentono di vivere certe tragedie.
La voce di chi non ha voce e di chi soffre non è ascoltata, o peggio se fosse ascoltata sarebbe gettata nell’indifferenza.

EUTANASIA E LIBERTÀ

Suum cuique tribuere– ‘dare a ciascuno il suo’- è un brocardo giuridico fondamentale, risalente al diritto romano.
In questo caso il ruolo del diritto -di tutelare i soggetti giuridicamente più deboli- si dovrebbe manifestare attribuendo a ciascuno il suo, riconoscendo il diritto all’autodeterminazione.

Un tema così delicato comporta spaccature, sotto i profili giuridici, medici, etici e religiosi. È normale che ci siano posizioni avverse e sarebbe sbagliato confrontarsi con queste senza cercare di capire le ragioni alla base della contrarietà ai trattamenti di eutanasia attiva. Sono diverse e autorevoli le posizioni contrarie. La giurista Carmela Mancini cerca in un saggio di spiegare le ragioni per cui il valore Vita sarebbe alla base del diritto alla vita stesso e quindi di tutti gli altri diritti, che a questo sono necessariamente collegati e subordinati. Dunque il diritto alla libera autodeterminazione non può prevalere sul diritto alla vita.

Questo diritto cardinale non comporta esclusivamente l’altrui obbligo di astenersi da comportamenti lesivi, ma anche un obbligo del titolare dello stesso diritto alla vita, di tutelare la propria Vita, nei confronti dei consociati. Il motivo di questo duplice posizione soggettiva (attiva e passiva- diritto e obbligo), secondo la Mancini, sarebbe dovuto all’ accezione divina del diritto stesso, dunque non sarebbe pienamente disponibile all’uomo. Così la studiosa scrive nel saggio ‘L’EUTANASIA TRA IL DIRITTO ALLA VITA E ALLA LIBERTÀ DI AUTODETERMINAZIONE IN ITALIA E IN SPAGNA’:

«La morte volontaria altera l’equilibrio tra i valori suddetti perché da un lato assicura una morte, che per il solo fatto di essere provocata, è umanamente indegna, dall’altro lede il principio naturale della intangibilità della vita. La situazione ideale è quella che permette di tutelare contemporaneamente il valore della vita umana e il diritto a morire degnamente, diritto che è in contrasto con l’accanimento terapeutico e che non viene leso con il ricorso alla c.d. eutanasia indiretta .
[…] NeI conflitto tra i valori della vita e della libertà non è in contestazione Ia validità dei valori suddetti, universalmente riconosciuta, ma Ia prevalenza di una situazione sull’altra. Una valida impostazione della problematica dell’eutanasia deve condurre, al contrario, all’equilibrio e al rispetto della libertà e della vita. Entrambi i diritti sono riferibili al valore giuridico di persona e l’uno è in funzione dell’altro.»

La situazione ideale prospettata per tutelare sia il valore della vita che il diritto a morire degnamente potrebbe portare a situazioni di diseguaglianza non indifferenti, la vicenda DJ Fabo ne è un esempio lampante: se avesse percorso la via della morte non indotta la dignità sarebbe stata lesa gravemente. Se fosse morto naturalmente avrebbe dovuto morire per asfisia- staccato il respiratore- dopo circa due giorni di sofferenza acuta. In un caso del genere la sospensione dei trattamenti terapeutici e la via dell’ ‘’eutanasia passiva’’ sarebbe stata impraticabile, inaccettabile sotto il profilo umano. Non indolore, come staccare la spina a chi è in coma.

Una sentenza della Corte Costituzionale colombiana afferma quasi poeticamente che «condannare una persona a prolungare la propria esistenza quando non lo desidera e patisce profonde sofferenze equivale ad un trattamento crudele e disumano […], ad un annullamento della dignità ed autonomia come soggetto morale. La persona verrebbe ridotta a uno strumento per la preservazione della vita intesa come valore astratto».

L’ulteriore dubbio che viene leggendo l’estratto della giurista Mancini è quello relativo al rapporto conflittuale fra libertà di autodeterminazione e il valore Vita.
Questi due valori non devono essere necessariamente contrapposti.
La libertà da valore alla vita stessa. Temi così complessi non possono essere affrontati solo astrattamente, dall’alto del pensiero filosofico e teologico. Li si deve affrontare nella concretezza disarmante della quotidianità, guardando i casi di DJ Fabo e Piergiorgio Welby.

Nell’Arte

Un esempio di affermazione della propria libertà è il suicidio degli stoici.
Il più illustre è quello di Catone Uticiense, che si toglie la vita per non diventare schiavo delle vicissitudini politiche, affermando trionfalmente il valore della propria vita e l’amore per la libertà.
Catone fu un pagano, dunque secondo la teologia dantesca sarebbe dovuto essere nell’Inferno. Inoltre a causa della sua morte suicida sarebbe dovuto essere collocato nel secondo girone del VII cerchio dove si trova chi ha commesso violenza contro sé stesso, i suicidi.
Tuttavia i valori, cui l’Uticiense ha consacrato la sua vita, hanno consentito a Dante di posizionarlo in un posto di privilegio, quale ‘guardiano del Purgatorio’. Dunque nonostante fosse un pagano, Dante l’avrebbe fatto accedere alla grazia divina. Nel primo canto del Purgatorio è consacrato come difensore della libertà:

Or ti piaccia gradir la sua venuta; 
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Un esempio recente di suicidio come affermazione di volontà è quello del grande regista Mario Monicelli, che all’età di 95 anni -trafitto da una malattia incurabile- sceglie in autonomia di togliersi la vita.
Il cantante Appino lo celebra nei versi de Il Testamento’ dicendo che
la scelta infondo è l’unica cosa, che rende questa vita almeno dignitosa’.

La vita è un dono divino per i credenti. Anche in una visione atea non può non essere considerata un miracolo. Specie nel momento storico che si vive, la vita è sacra. Finché c’è vita, la si deve proteggere come se fosse il fiore più raro. Ogni vita è unica e rara. E’ dovere proteggerla, nonostante la croce che ciascuno porta, le sofferenze e le malattie. Ma, non potendo carpire quanto di bello c’è intorno, la vita diventa un incubo. Proprio per questo motivo le istituzioni politiche, in uno Stato laico, dovrebbe quantomeno valutare e interrogarsi sull’introduzione di una disciplina sul Fine-Vita per tutelare il senso stesso della vita. La vera religione si vive nell’intimità, simili scelte meriterebbero lo stesso trattamento. Dovrebbero essere lasciate alla libertà di scelta e di coscienza del singolo.

Josè Saramago nel romanzo ‘Le intermittenze della morte’ sovverte le leggi naturali ed in un luogo geograficamente circoscritto e non identificato la gente smette di morire. Nonostante lo ‘sciopero’ della morte, le altre leggi della natura vigono, tra cui quella causa-effetto e quindi quelle del dolore fisico. Chi dovrebbe essere liberato dal dolore terreno è bloccato nel proprio corpo, come una farfalla nel bozzolo.

Lo scrittore portoghese narra, tra le altre, le vicende di una famiglia contadina, di cui il nonno ed il nipote sono costretti in questa condizione di ‘morte sospesa’. Il nipote non ha maturato ancora le capacità cognitive. Il nonno è lucido nonostante la sua condizione fisica, e chiede alle figlie di accompagnarlo col nipote oltre il confine entro cui la morte non opera, per concludere le proprie sofferenze con dignità. Le figlie accolgono la volontà del padre con orgoglio e rassegnazione, e si prendono l’onere di rispettarle. Accompagnano il padre col nipote. Superato il confine, la morte li accoglie.
In quest’opera si coglie l’essenzialità del ciclo vitale, anche nei frangenti più bui come quello finale. Saramago descrive come siano più gli svantaggi di questa situazione assurda rispetto agli apparenti vantaggi di vivere in eterno. I personaggi del libro si interrogano sul perché della situazione che vivono, sul perché dell’assenza di dio davanti al dolore. Lo scrittore riflette sul ruolo delle religioni e delle istituzioni religiose, sul modo in cui siano spesso proiettate più sui regni post-mortali che sulla sofferenza terrena. Riflette sulle istituzioni politiche, che si trovano a dover fare accordi clandestini con la ‘maphia’ per trasportare i ‘morti-sospesi’ oltre il confine, in maniera losca.
Viene preferita dalla stessa popolazione dell’anonima città questa via nascosta per concludere le sofferenze dei propri cari: brutta è la reputazione di chi ripudia la vita per la morte, e le famiglie dei ‘morti sospesi’ preferiscono i sotterfugi della Maphia, levando dignità ai morenti.

Lo scrittore nel suo romanzo riflette sulla morte come evento fisico, dando valore al ciclo vitale di cui essa fa parte. E riflette acutamente ed ironicamente sulla Morte personificata, che nel romanzo torna a compiere la sua attività dando un preavviso di 7 giorni tramite una lettera viola.
È importante elaborare una filosofia terrena– come risposta alla Vita-, anziché una filosofia come soluzione alla morte, ed al suo ipotetico ‘dopo’. Capire e calmare chi vive oggi, piuttosto che cercare esclusivamente fra i regni celesti.

Perché la filosofia ha bisogno tanto della morte come delle religioni, se filosofiamo è perché sappiamo che moriremo, monsieur de Montaigne aveva detto che filosofare è imparare a morire

J.Saramago

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