Pedro Sanchez at the Finnish Government, 2023
Pedro Sanchez in visita a Helsinki; Finnish Government 2023
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Elezioni in Spagna, Pedro Sanchez alla prova delle urne

Dopo la piena affermazione del centrodestra alle elezioni regionali del 28 maggio scorso, Pedro Sanchez cerca di rilanciarsi convocando elezioni anticipate e catalizzando il consenso intorno a lui: basterà per essere riconfermato alla Moncloa?

Lo scorso 29 maggio, a seguito di una debacle elettorale alle elezioni regionali del PSOE, il partito socialista spagnolo del premier Pedro Sanchez, sono state convocate elezioni nazionali anticipate per il 23 luglio. Con una calda campagna elettorale sotto l’ombrellone, nella penisola iberica si affrontano due visioni radicalmente diverse di paese: da una parte la coalizione progressista formata dai socialisti e dalla sinistra radicale, dall’altra l’inedita alleanza tra Partito Popolare di centrodestra e l’ultradestra di Vox. 

Un contesto complicato

Innanzitutto, occorre ricordare il contesto in cui si sono convocate le elezioni: durante le regionali del 28 maggio, quasi tutte le Comunidades Autonomas della Spagna hanno svoltato a destra, con una crescita esponenziale del Partito Popolare a discapito di una sinistra divisa e in costante calo nei sondaggi. Proprio in questo contesto il premier Sanchez decide di anticipare la scadenza naturale della legislatura in modo da catalizzare il consenso della sinistra attorno al PSOE di modo evitare una maggioranza di destra a livello nazionale, approfittando dell’indecisione e della confusione della galassia a sinistra dei socialisti e facendo pressione sulle contraddizioni dell’alleanza tra i Popolari e Vox, partito che racchiude molte posizioni estreme su temi come il cambiamento climatico, i diritti o l’immigrazione, Pedro Sanchez vuole provare a tentare il ribaltone puntando sugli ottimi risultati a livello economico e occupazionale. E, come nel 2019, potrebbe riuscirci.

La Spagna viene infatti da una legislatura piuttosto particolare, in cui si è formato il primo governo di coalizione della storia democratica del paese iberico. Questo accadde nel 2019, a seguito di una ripetizione elettorale: i socialisti ottennero infatti una maggioranza relativa nelle elezioni di aprile, ma a causa dell’intransigenza della sinistra radicale di Podemos e dei centristi di Ciudadanos, Sanchez fu costretto ad andare ad elezioni anticipate a novembre dello stesso anno. Con tutti i sondaggi che lo vedevano in calo di fronte ad un exploit di Vox e del Partito Popular, all’epoca guidato dalla giovane promessa Pablo Casado, Sanchez ottenne invece un risultato ben diverso: nessuna maggioranza della destra, con il PSOE che tenne botta e incassò la fiducia in coalizione con Podemos e con un ambiziosissimo programma di governo.

LA (FALSA) ROTTURA DEL BIPOLARISMO

Quattro anni dopo la situazione politica è però ben diversa, solidamente ancorata a un sistema bipolare che non lascia scampo a centrismi di alcun tipo. Ne sa qualcosa il già citato partito Ciudadanos, formazione liberale fondata nel 2006 come movimento progressista, che ha successivamente cercato di farsi spazio al centro a partire dal 2014, per poi finire stabilmente nello spazio di centrodestra dal 2017, adottando soprattutto una linea molto dura contro i separatisti catalani. Nel mentre arrivano terzi alle elezioni politiche nell’aprile del 2019, e hanno la possibilità di governare insieme a Pedro Sanchez. Dopo settimane di trattative, alla fine il leader naranja (in spagnolo arancione, dal colore identificativo del partito) rifiuta, e viene punito alle urne: da 57 seggi passa ad averne appena 10. La crisi di Ciudadanos però è appena iniziata: dal 2020 rimarranno su percentuali ampiamente sotto la doppia cifra e comparabili a quelle dei partiti liberali italiani; probabilmente, dopo la sconfitta cocente alle regionali del 28 maggio e dopo l’annuncio di non volersi presentare alle elezioni del 23 luglio, i naranja sono definitivamente sulla via del tramonto.

L’altro partito che si proponeva di rompere il bipolarismo tra socialisti e popolari era Podemos: nato dalle proteste degli Indignados, il movimento nel 2014 fece un exploit alle elezioni europee e andò bene anche alle politiche dal 2015. Da allora però sono stati costantemente in calo, soprattutto a partire dal 2021, quando lo storico leader del movimento Pablo Iglesias ha annunciato il ritiro dalla vita politica. La nuova classe dirigente, capitanata dalla giovane Ione Belarra, dopo aver affrontato la sfida del governo di coalizione con il PSOE, vuole cercare la riconferma all’esecutivo puntando tutto su Yolanda Diaz, popolarissima ministra del lavoro del governo Sanchez. 

La Diaz ha 52 anni e un passato come avvocato esperto di diritto del lavoro: entrata nello scenario politico con il Partito Comunista Spagnolo, viene eletta al parlamento regionale della Galizia, per poi giurare come ministro del Lavoro nel gennaio 2020. La ministra ha incentrato il suo lavoro sull’aumento del salario minimo e sulla lotta ai contratti a termine, modificando profondamente la riforma del lavoro emanata dal governo popolare di Mariano Rajoy, e ottenendo ottimi risultati a livello di occupazione, tant’è che la Spagna viene vista da molti come modello su questo tema. Nel maggio del 2022 lancia Sumar, una piattaforma politica con lo scopo di unire la sinistra sotto un unico cartello elettorale capace di essere competitivo con il PSOE e con il PP: aderiscono subito diversi movimenti locali e regionali di sinistra, e i primi sondaggi realizzati subito dopo le dichiarazioni della Diaz mostrano un ottimo gradimento del suo progetto da parte dei cittadini, tanto da raggiungere la doppia cifra nei sondaggi. Con un programma ambizioso e con volti fuori dalla politica, la ministra punta al terzo posto e a consolidare la realtà di sinistra nel paese iberico.

LA STRANA ALLEANZA TRA POPOLARI E VOX

Chi invece vuole completamente scardinare gli equilibri attuali e, stando al loro programma, “abrogare ogni legge approvata dal governo Sanchez” è il partito di estrema destra Vox, accusato da molti di avere simpatie neo-franchiste. La formazione, guidata da Santiago Abascal e alleata con Fratelli d’Italia in Europa, ha avuto molto successo nelle aree rurali del paese e ora vuole ingranare anche a livello nazionale, senza comunque rinunciare alla retorica incendiaria su diritti e rivendicazioni sociali: solo per fare un esempio, recentemente sono stati costretti a togliere uno striscione elettorale che attaccava frontalmente l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e la comunità LGBT

Queste loro posizioni sono motivo di conflitto anche con il Partido Popular, che dall’anno scorso è guidato dalla figura di Alberto Nunez Feijoo, un politico moderato che ha raccolto un partito in preda a litigi e lo ha trasformato, almeno stando ai sondaggi, nella prima forza politica di Spagna. Feijoo ha puntato tutto sulla contrapposizione a Sanchez, senza adottare ideologie estreme alla Vox, anche se nel suo partito non mancano posizioni più identitarie e di destra: un esempio è la presidente della Comunità Autonoma di Madrid Isabel Diaz Ayuso, una figura importantissima all’interno dei Popolari. Questo conflitto tra le due anime della destra iberica ha portato ad avere dei problemi nella formazione dei governi regionali in Murcia e in Estremadura, dove Popolari e Vox hanno spesso visioni contrastanti. 

Gli ultimi sondaggi mostrano il Partido Popular in testa, tallonato però dai socialisti di Sanchez che li inseguono a distanza di qualche punto percentuale; più distaccati invece Vox e Sumar, appaiati al 15%. Sembra quindi si andrà verso una vittoria della destra, che non avendo comunque i voti necessari per governare si troverebbe costretta a scendere a patti con i partiti autonomisti e indipendentisti della Catalogna e dei Paesi Baschi, gli stessi partiti con cui Populares e Vox hanno giurato di non collaborare mai. Lo scenario è quindi particolare e può cambiare con estrema facilità, proprio come la politica spagnola in questi ultimi anni. 

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