European Parliament/Flickr
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FENOMENOLOGIA DELL’INCOMPETENZA

A tre mesi dallo scoppio dell’epidemia in Italia, l’idillico clima iniziale di concordia nazionale e politica è definitivamente finito, e per essere politically incorrect, direi anche finalmente. Una straordinaria iniezione di fiducia, da parte dei cittadini, che questo governo ha tradito, adottando una strategia fallimentare sotto il profilo sanitario ed economico.

Il lockdown più lungo in Europa e la nomina di Vittorio Colao, manager di fama mondiale, a capo di una task force responsabile della ripartenza, ha fatto ragionevolmente credere a noi comuni cittadini, che questo tempo fosse necessario per sviluppare un programma sanitario dettagliato ed un energico piano di rilancio economico.

Invece no, i risultati ottenuti sono i seguenti: assenza totale di un piano di rafforzamento sanitario e di controllo dell’andamento dell’epidemia, il disastro dell’approvvigionamento di mascherine, i ritardi nell’ erogazione di cassa integrazione e bonus, le linee guida (nazionali o regionali?) insostenibili per la riapertura delle attività commerciali. Uno spettacolo indecente di incapacità gestionale, peggiorato da un infantile atteggiamento autodifensivo del governo. Il tutto accompagnato da una dose di irritante arroganza da parte del Presidente del Consiglio e dal commissario Arcuri, il cui odio verso i “liberisti da divano” deve essersi acuito, dopo che il prezzo calmierato delle mascherine a 50 centesimi ha di fatto reso ancora più difficile riuscire a procurarsele.

Eppure proposte di buon senso e ampiamente condivisibili sono state avanzate, ma pare che siano state sistematicamente ignorate per non si sa quale ragione. Tra le tante, i permessi retribuiti in alternativa alla cassa integrazione in deroga, la cui inadeguatezza era già stata ravvisata da Carlo Calenda all’inizio dell’emergenza o l’impiego dei percettori del reddito di cittadinanza per sopperire alla mancanza di manodopera agricola, idea sostenuta da molti esponenti politici e del mondo dell’imprenditoria.

D’altro canto, cosa potevamo aspettarci da un governo rappresentato dal partito dell’uno vale uno. Quello di Luigi Di Maio, convinto che l’app Immuni (caduta nel dimenticatoio) possa prevedere il futuro, o di Laura Castelli, fautrice della proposta dei bond perpetui a tasso zero. E dal partito democratico, che in nome di un bene superiore, ha accettato di allearsi con il suo nemico politico numero uno, ostentando un silenzio imbarazzante sull’amatorialità politica dei pentastellati.

Da modello per l’Europa, siamo diventati il fanalino di coda nella ripartenza post-covid e se le crisi sono il momento della verità, ve n’è una che emerge inequivocabilmente da questa situazione: abbiamo disperatamente bisogno di una leadership politica che vada aldilà dei giochi di palazzo e dei contentini elettorali, che sappia affrontare i momenti di crisi come questi con competenza, pragmatismo, coerenza e lungimiranza.

Oggi scopriamo che i miliardi spesi nell’ assistenzialismo spicciolo potevano essere stanziati per la nostra sanità, uno dei pochi vanti italiani a livello internazionale. La burocrazia prodotta negli ultimi decenni rappresenta il più grande ostacolo ad una risposta efficace contro la crisi economica che travolgerà il nostro paese. Il livello di digitalizzazione della nostra PA costringe i dirigenti pubblici a nascondersi dietro un improbabile attacco hacker dopo la pubblicazione di dati sensibili di milioni di utenti. Infine, la focalizzazione dell’opinione pubblica, fino a pochi mesi fa, su migranti che attraversano il mare per fuggire da guerra e dittatura, ci ha tolto tempo per indignarci sulle condizioni degradanti in cui migliaia di lavorati agricoli, italiani e immigrati, vivono.

Abbiamo perso il senso di ciò che conta veramente per crescere come comunità e come Paese. Da cittadini dobbiamo assumercene la responsabilità perché la classe dirigente che ci ritroviamo non è altro che il frutto delle nostre scelte o della nostra indifferenza. Nel secolo scorso, un grande intellettuale antifascista, Piero Gobetti, disse che il fascismo era “la sintesi delle malattie storiche del nostro Paese: retorica, demagogia, trasformismo e cortigianeria”. Ricondurre questo pensiero ai nostri tempi non risulta tanto difficile se pensiamo che questa crisi ha drammaticamente rivelato i difetti genetici del nostro paese, certamente non imputabili a questo specifico governo.

La crisi ci ha messo di fronte ad una realtà che per troppo tempo abbiamo fatto finta di non vedere e se c’è una cosa che possiamo legittimamente pretendere come cittadini è un netto miglioramento dell’offerta politica, basata sulla centralità della meritocrazia e della competenza.

Nei prossimi mesi e forse nei prossimi anni, la realtà ci costringerà ad abbandonare la politica degli slogan e del consenso, i nodi economici e sociali si imporranno sulla scena. Toccherà alla politica scioglierli, senza ricorrere a facili scorciatoie per autoassolversi da questo compito. I programmi elettorali non dovranno essere modulati unicamente su quei temi fortemente divisivi, funzionali all’ audience dei talk show televisivi, di cui abbiamo tanto parlato fino a tre mesi fa. Serve una convergenza collettiva sulla necessità di fare scelte coraggiose e interventi reali: investimenti in infrastrutture, sanità, scuola, politiche attive per il lavoro, come ha ben riassunto il presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Questa è l’opportunità che la crisi ci ha messo di fronte, sta a noi saperla cogliere.

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