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GIANNI BRERA, IL CANTORE DEL PALLONE

Come si parla di Omero padre spirituale dei cantori epici, così si parla di Gianni Brera come padre del giornalismo sportivo. 

Gianni “Giuan” Brera nasce nel 1919 a San Zenone al Po in provincia di Pavia. Ben presto si innamora del gioco del calcio giocando come terzino, e a 16 anni comincia a scrivere brevi articoli e commenti riguardo al campionato sul settimanale milanese “Lo Schermo Sportivo”. Comincia così la storia di un leggendario scrittore e giornalista sportivo, dotato di uno stile unico e inconfondibile, che nel corso della sua vita ha collaborato con influenti testate giornalistiche quali La Gazzetta dello Sport, Il Giornale e La Repubblica, e ha contribuito come opinionista nelle rinomate trasmissioni televisive de La Domenica Sportiva e Il Processo del Lunedì. 

Brera era uomo di grande cultura di cui faceva sfoggio con naturalezza. In ogni suo articolo non serve cercarne l’anima perché traspare nel periodare appassionato di ogni capoverso. Provvisto per natura, forse dono della diva Eupalla che aveva immaginato protettrice degli amanti del pallone, di tecnica letteraria sopraffina, insieme non tradisce il suo stile che si riconosce fin dall’avvio e si immagina sia lo stesso di quando chiacchiera nelle trattorie, o conversa con i suoi amici mentre fuma la pipa o beve vino dell’OltrePo Pavese. 

Enzo Bearzot ha l’aria – alle mie orecchie – di volersi fare coraggio quando dichiara, poco prima dell’involo da Vigo, che non gli fanno paura né l’Argentina né il Brasile. A me pare che sia un po’ matto. Si capisce che la sua intervista mi esalta. Sul piano giornalistico è un vero e proprio scoop. Né dimentico di essere uno schietto e dunque ingenuo tifoso della nazionale: però di calcio deliro e vivo da sempre: a me non la conti, mezzo Carnera furlan de l’ostia. Sono sincero fino all’autolesionismo. Ho scoperto da tempo che sbaglia i pronostici solo chi li fa.

Gianni Brera in un articolo pubblicato il 9 Luglio 1992 su Repubblica, in cui rievoca le sue impressioni a 10 anni dalla vittoria azzurra nei mondiali. Clicca qui per l’articolo completo.

Il suo stile unico di scrittura è stato per i suoi successori di ispirazione e vanta numerosi tentativi di emulazione. Celebri sono i suoi molteplici neologismi, che hanno contribuito all’arricchimento del lessico sportivo. Ne sono un esempio la già citata “Eupalla”, la “Melina”, il perpetuo passarsi il pallone al solo scopo di prendere tempo, nato dall’omonimo gioco bolognese, che significa indugiare, oppure il più goliardico “uccellare”, per definire una giocata/furbizia che riesce a confondere uno o più avversari. 

E’ di sua invenzione anche il termine “libero”, per definire il difensore che gioca senza compiti di marcatura, si occupa di comandare le manovre difensive, ha compiti di copertura e impostazione dal basso. 

E’ proprio quest’ultimo neologismo che ispira l’ideologia di gioco che Brera ha voluto abbracciare e se ne è eletto a esaltatore, ovvero l’italico catenaccio. Egli sosteneva che fosse la tattica che più si sposava alla natura del popolo italiano tra i suoi pregi e difetti. Non significa che non riconoscesse la bellezza del “Futbol Bailado” del grande Brasile, ma perché proprio dalla coscienza di inferiorità poteva nascere la superiorità del genio italico furbo e opportunista, che solo ricacciata sul Piave riacquista le sue virtù. Non c’è da vergognarsi della ruvida praticità del palla lunga e pedalare, se i risultati arrivano. 

Io triumphe, avventurata Italia! il terzo titolo di campione ti pone accanto al magno Brasile nella gerarchia del calcio mondiale. Hai strabiliato solo coloro che non te ne ritenevano degna, non certo coloro che sanno strologare a tempo e luogo sul mistero agonistico del calcio. La tua vittoria è limpida, pulita: non e neppure venuta dal caso, bensì da un’applicazione soltanto logica (a posteriori!) del modulo che ti è proprio, e in tutto il mondo viene chiamato all’italiana.

Incipit dell’articolo uscito il 13 Luglio 1982, che raccoglie le prime impressioni di Brera sulla fresca vittoria azzurra del mondiale. Clicca qui per l’articolo completo.

Altra caratteristica saliente dello stile di Brera sono gli iconici saprannomi ai calciatori, guidati anche dal suo gusto personale. Soprannominò “rombo di tuono” l’attaccante che ha fatto la storia del Cagliari dello scudetto del 1970, oltre ad essere uno dei giocatori italiani più forti di tutti i tempi, per via della sua costante ricerca della porta e per il suo fiuto del gol. Con accezione negativa invece soprannominò il gioiello del Milan Gianni Rivera “Abatino”, legato alla sua critica verso i calciatori più tecnici che combattenti. 

I racconti di Brera trascendono il quotidiano e divertiva con le sue iperboli, preferendo il calcio, ma raccontando di ogni sport. il nome di Gianni Brera risplende nella storia come eponimo del giornalismo sportivo, ed è di ispirazione per chi si approccia alla professione perché egli ha dimostrato di avere passione delle sue passioni, perché in questo si esalta l’essere umano e diviene insieme divino nei suoi gesti, sia sportivi ma soprattutto, semplicemente, umani. 

Consiglio la visione di questo speciale de La Domenica Sportiva in onore di Gianni Brera.
Si possono vedere vari spezzoni storici in cui si può capire la semplicità, l’umiltà e la grandezza del personaggio.

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