Mark Morgan/Flickr
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“I GOT A NAME”… DJANGO

Il 21 settembre 1973 usciva il primo singolo postumo di Jim Croce. Utilizzato come colonna sonora per il film “Django Unchained”, prodotto da Tarantino, è una canzone che parla di libertà, sogni e uguaglianza.

Jim Croce (1943-1973) fu un cantautore italo-americano. Svolse la gavetta in piccoli pub e eventi universitari, suonando insieme alla moglie Ingrid. Le prime difficoltà economiche lo portarono a disfarsi di tutti i suoi strumenti musicali, tranne una chitarra, e a svolgere il lavoro di camionista. Infine ottenne il successo con i due album prodotti per l’ABC Records, You Don’t Mess Around With Jim e soprattutto con Life and Times.

Tuttavia la vita decise di assestare un tiro mancino a Jim. Il Beechcraft 18 su cui siede non prende sufficiente quota al momento del decollo, e finisce per schiantarsi addosso all’unico albero nei dintorni della pista. Una sfortunatissima tragedia.

Il giorno stesso, il 20 settembre, esce I Got a Name. Il brano diventa disco d’oro e viene poi utilizzato come colonna sonora per il film “Django Unchained”, che narra la storia di uno schiavo che, dopo essere stato liberato dal cacciatore di taglie Schulz (cioè Cristoph Walz), va alla ricerca della moglie Broomhilda, da cui è stato separato. Tra sparatorie, latifondisti e piantagioni di cotone, la pellicola racconta una vicenda di emancipazione, liberazione e rivalsa rispetto a un ordine societario che tiene in schiavitù. Dai confronti con i fuorilegge a quello, famosissimo, con Samuel L. Jackson, che impersonifica l’afroamericano capo della servitù, appare chiaro come la personalità di Django rappresenti un’immagine di rottura con la tradizione schiavista e di supremazia bianca, nell’America popolata ancora da cowboy e mandriani.

Nel film capita spesso che si chieda al protagonista di presentarsi- di qui la famosa frase “Django…la D è muta”– e da questo punto partono le connessioni con il brano composto da Jim Croce.

“Like the pine trees lining the winding road
I got a name, I got a name
Like the singing bird and the croaking toad
I got a name, I got a name
.

Ossia: come il pino, come un piccolo uccel di bosco, come chiunque e qualsiasi cosa, io, Django, possiedo un nome, un’identità. Non si tratta quindi dello “schiavo robusto e con la barba”, ma di una persona con una propria storia e dignità. Anche la cosa più piccola e insignificante che esista al mondo ha un nome e uno scopo. D’altra parte invece, per Jim la frase ha, ovviamente, un significato differente. Il nome che egli porta sulle spalle è il cognome di famiglia, del padre che sognava il successo per il figlio, ma non potè assistervi. Si sa che la decisione di registrare tale brano sia partita proprio dalla volontà di omaggiare il padre (“e io lo (il nome) porto con me come fece mio padre, ma sto vivendo il sogno che tenne nascosto”).

Da una parte la canzone rappresenta già un punto di arrivo, è infatti un’esplicita affermazione di sè come individuo libero- cosa che nel film accade alla fine. Dall’altra il ritornello rappresenta un invito a proseguire per la propria strada, come fece Django prima di rincontrala, e anche quando cavalca alla ricerca della moglie, e come fece Jim nel suo sogno di diventare musicista, non vi rinunciò mai e alla fine potè dire: ho un nome, o forse sarebbe meglio dire “mi sono fatto un nome”.

Sfortunatamente il parallelismo non può durare in eterno. Django si riunì con la propria moglie e cavalcarono verso la libertà, mentre Jim, che ugualmente aveva ottenuto la libertà (nel senso di affrancamento dal lavoro) e il successo, non potè goderseli. La differenza sta tutta qui, nel fatto che nella vita reale i lieto fine sono contati, e non sempre coinvolgono il nostro protagonista. Forse allora Jim può essere visto come il dottor Schulz, che muore nell’assalto conclusivo a Candyland. Egli è morto per garantire la libertà alla coppia, e Jim ha garantito una vita agiata alla sua famiglia, grazie alla sua musica.

Purtroppo non si possono cambiare gli avvenimenti, per quanto ingiusti siano. Ma si può onorare la persona in questione e la carriera che si costruì, con grandissimo impegno e con coerenza e fiducia verso il suo stile, un folk classico, ma arricchito da un’ottima vocalità e un’abilità nel fingerpicking eccelsa.

Bisogna ricordarci che il protagonista può morire, ma può vincere la sua battaglia. Anche Django sarebbe potuto morire, ma avrebbe comunque portato a termine la sua missione, il suo scopo. Avrebbe dimostrato agli schiavisti che un nero può essere tanto forte e astuto da sconfiggerli, che è sbagliato sottomettersi a certe angherie e che chi lo fa, come Jackson, non ha capito nulla. Meglio, tutto ciò che ha capito è sbagliato, e falso. Avrebbe dimostrato come la libertà e la dignità umana sono fondamentali per chiunque. Avrebbe dimostrato come anche il più isnignificante schiavo può diventare il protagonista, e come anche il più sconosciuto cantautore può diventare una rockstar, un’icona.

Tutti saprebbero comunque il suo nome. Forse una volta che il sogno si è realizzato può finire e ci si può svegliare tra i rottami di un aereo, schiantatosi su un albero di peacan. Restano le canzoni, gli aneddoti, i video, le interviste. Resta il nome di famiglia, che ha portato in alto, insieme a lui. Non conosco la fede di Jim, mi perdonerà per questa conclusione. Ovunque sia andato una cosa è certa: “And I’m gonna go there free”. E lì ci andrò libero.

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