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I LED ZEPPELIN NON HANNO RUBATO “STAIRWAY TO HEAVEN”

Ci sarebbe stata una storia della musica da riscrivere, un olimpo del rock da ripensare, un mito da ridimensionare: ma il caso è definitivamente chiuso. I Led Zeppelin vincono la battaglia legale sul copyright della loro (perché ora si può dire) “Stairway to Heaven”.

Esistono artisti in grado di superare le cortine di ferro dei gusti personali: fanno parte della categoria dei consacrati, di coloro che per bravura, per storia, per importanza culturale (tre elementi che solo in casi particolari rimangono separati) sono ammirati, ricordati ed emulati da tutti. Ed esistono prodotti d’arte, pietre preziose di artisti mediocri o consacrazioni di future leggende, che, ugualmente, godono di tale privilegio. Ecco: “Stairway to Heaven” e i Led Zeppelin rientrano a pieno titolo in entrambe le suddette. Tutti li conoscono, tutti li hanno suonati, e tutti hanno sentito l’arpeggio che introduce il loro massimo capolavoro. È una delle partiture più vendute nella storia del rock. Rolling Stones, nella sua “500 Greatest Songs of All Time”, inserisce “Stairway to Heaven” al trentunesimo posto, mentre, secondo Guitar World, l’assolo di Page contenuto nel brano è il migliore mai eseguito. È insomma la pietra miliare degli Zeppelin.

Ma se non fosse stata scritta dagli Zeppelin?

Correva l’anno 2014 quando, su iniziativa del giornalista Michael Skidmore, fu presentata alla band inglese un’accusa formale di plagio: il brano “Stairway to Heaven” sarebbe infatti stata copiata, secondo Skidmore, dal brano “Taurus”, scritto nel 1968 dunque tra anni prima di “Stairway to Heaven”, dagli Spirit, gruppo rock fondato a Los Angeles nel 1967 dal chitarrista Randy California. Nel mirino dell’accusa, in particolare, l’iconico riff che apre il brano, e che Page esegue con la sua celeberrima Gibson EDS 1275 a doppio manico.

Le due band, nel 1968, avevano condiviso le date di un tour, dunque prima che gli Zeppelin incidessero l’iconico brano. Jimmy Page, che non ha mai negato una certa influenza degli Spirit, ed in particolare del loro chitarrista, sulla stesura di “Stairway to Heaven”, ha sempre altrettanto categoricamente smentito le accuse di plagio definendole, senza mezzi termini, “ridicole”.

La controversia iniziata nel 2014 era arrivata fino alla Corte Suprema quando il bassista degli Spirit, Mark Andes, assieme agli eredi di Randy California, morto nel 1997, aveva rilanciato l’azione legale per violazione del copyright contro Page e Plant e un’ingiunzione per bloccare ogni pubblicazione dell’album “IV”, contenente “Stairway to Heaven”, allo scopo di ottenere la firma di California sul brano. Se l’azione legale avesse avuto successo gli eredi non avrebbero comunque ricevuto nulla dei passati guadagni della canzone, stimati attorno ai 550 milioni di dollari, ma solo i compensi relativi ai diritti per i profitti futuri. Nell’aprile del 2016 il giudice di Los Angeles Gary Klausner, tramite una motivazione di 20 pagine, decise che i due Zeppelin sarebbero dovuti comparire il 10 maggio davanti ad una giuria che avrebbe avuto il compito di stabilire se quelle note fossero state effettivamente “rubate” dalla canzone contenuta nell’album di debutto degli Spirit. La giuria il 23 giugno successive stabilì che non c’erano sufficienti elementi di somiglianza per dare ragione agli eredi e votò all’unanimità in favore dei Led Zeppelin. Nel 2017 ci fu la richiesta di appello, accolta nel 2018. Così nello scorso marzo la Corte d’Appello di San Francisco sentenziò ancora a favore dei Led Zeppelin ma, ad agosto, gli eredi hanno presentato un procedimento per il riesame degli atti processuali chiedendo alla Corte Suprema degli Stati Uniti di intervenire, cosa che la corte ha deciso di non fare, non riaprendo il caso e chiudendo, un paio di giorni fa, in maniera definitiva la controversia. C’è lo stesso giro di accordi, arpeggiato in maniera leggermente diversa, e un “clima” simile, ma le canzoni, secondo i giudici americani, non hanno abbastanza elementi di somiglianza per definire un plagio.

Come ovvio che sia il caso è stato per molto tempo sotto i riflettori non solo per la fama della canzone, ma anche perché, se avesse avuto un diverso epilogo, avrebbe aperto un grande fronte di battaglie legali tra autori che hanno usato gli stessi giri di accordi per centinaia se non migliaia di altre canzoni, creando un’importante precedente nel campo del diritto d’autore. In realtà ciò è già avvenuto in occasione di un’altra sentenza controversa, quella di “Blurred Lines” di Pharrell Williams e Robin Thicke, in cui i giudici diedero invece ragione agli eredi di Marvin Gaye ravvisando la somiglianza con “Got to give it up” del grande autore afroamericano.

I casi di presunto plagio sono davvero innumerevoli: i Radiohead hanno fatto causa a Lana Del Rey per le somiglianze (notevoli) tra la sua canzone “Get Free” e la loro “Creep”. E poi c’è il caso “Ice Ice Baby”, tra i più spudorati di sempre: il rapper Vanilla Ice copiò quasi esattamente il famosissimo giro di basso che introduce la famosissima “Under Pressure” dei Queen e David Bowie. Ma ci sono anche casi a dir poco sorprendenti: come Albano Carrisi, che accusò Michael Jackson e la sua “Will you be there” di aver copiato la sua “I cigni di Balaka”, contenuta nel disco del 1987 “Libertà!”. Carrisi fece causa a Jackson nel 1992, e iniziò un processo che nel 1997 fece arrivare Jackson in una stanza della pretura di piazzale Clodio a Roma.

Tre “versioni” dello stesso brano?

Chiariamo: il plagio è cosa totalmente diversa dal campionamento (per il quale bisognerebbe sempre chiedere il permesso) e dalla cover, e pertanto ha un peso specifico, “artistico” e legale profondamente differente. Ma ci sono tra questi tre concetti delle zone grigie che sono difficili da valutare. Su due cose c’è certezza: le note sono solo 7 (12 con i diesis e i bemolle), e se gli inventori inventano, gli artisti traggono ispirazione da ciò che li circonda per farne dei capolavori.

20 potenziali plagi

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