(Európa Pont/Flickr)
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IL BLUFF DI POLONIA E UNGHERIA

Polonia e Ungheria hanno annunciato il veto al Recovery Fund sostenendo che il meccanismo dello stato di diritto proposto dal Parlamento Europeo vada a danneggiare la loro sovranità. Nonostante la decisione sia stata celebrata dalla destra europea, è solo un bluff, perché in ogni caso chi ci perde sono questi due paesi, e la destra stessa.

Sono passati circa 5 mesi da quando è stato ideato e annunciato il Recovery Fund, ossia quell’insieme di risorse che, in parte a fondo perduto e in parte di prestiti, dovrebbero aiutare gli stati europei a riprendersi dai catastrofici effetti che la pandemia ha avuto sulle economie di tutte le nazioni dell’Unione. Nonostante si fosse arrivati ad un accordo condiviso da tutti e 27 gli stati membri, una settimana fa Polonia e Ungheria hanno annunciato il veto al progetto, bloccando ogni passo avanti fatto in questi mesi: la ragione è attribuibile alla presenza del meccanismo dello stato di diritto, approvato lo scorso 5 novembre dal Parlamento Europeo, ossia il blocco dei finanziamenti in caso di violazione delle regole dei trattati su corruzione e protezione della libertà di stampa; secondo i governi di questi paesi est europei, questo meccanismo serve solo ad “assoggettare gli stati nazionali al potere centrale di Bruxelles”.

Il plauso della
destra europea (ed italiana)

La loro decisione è stata appoggiata dai due grandi partiti europei di destra: ECR, i Conservatori e Riformisti Europei, di cui fa parte il partito di governo in Polonia (e al cui vertice vi è Giorgia Meloni, che ha celebrato il veto come “difesa della sovranità e dei valori cristiani”) e ID, ossia Identità e Democrazia, dove siede la Lega insieme a partiti come il Rassemblement National di Marine Le Pen o Alternative Fur Deutschland. Questa mossa però riflette la paura di vedersi bloccati i ricchi finanziamenti del Recovery Fund per colpa delle riforme poco trasparenti portate avanti a danno dei cittadini, della libertà di stampa e dell’indipendenza della giustizia.

Tra autoritarismo, limitazioni e complotti

In Ungheria, ad esempio, non sono nuove le misure per limitare le libertà dei cittadini: dalle acquisizioni in massa di televisioni e giornali per diffondere la propaganda pro-Orban, a una contestata legge per la limitazione delle proteste, o ancora l’arresto di alcuni deputati del partito di opposizione liberale Momentum o la promozione della teoria del complotto del cosiddetto “Piano Kalergi” (ossia un fantomatico progetto di sostituzione etnica degli europei con gli abitanti dell’africa ad opera di George Soros, il bersaglio preferito di Orban); infine le misure adottate durante la prima ondata di Coronavirus, in cui si puniva la diffusione di generiche “notizie false”. Per queste ragioni Fidesz, il partito del primo ministro, è stato sospeso dal Partito Popolare Europeo (la famiglia politica europea che raccoglie i maggiori partiti di centrodestra del continente); inoltre molti politici influenti all’interno dell’organizzazione, come l’ex premier polacco Donald Tusk, vogliono espellere la delegazione ungherese dal PPE.

Proteste a Varsavia contro il governo polacco
Wojtek Radwanski/Agence France-Presse — Getty Images

La Polonia, governata dalla coalizione Destra Unita, di cui il partito sovranista e ultra conservatore Diritto e Giustizia è il maggior esponente, ha messo in atto diverse limitazioni all’aborto (rendendolo necessario solo in caso di estrema utilità) e alla libertà della comunità LGBT+, di fatto sostenendo finanziariamente quelle zone che si sono dichiarate LGBT-free e che si sono viste bloccare i fondi europei per volontà della commissaria all’uguaglianza Helena Dalli. Non solo: da tempo ci sono diverse proteste contro una riforma del sistema giudiziario detta legge-bavaglio, che consente la multa o addirittura l’arresto di giudici critici con la maggioranza di governo.

Il gioco non vale la candela

Questa decisione dei due paesi est europei di fatto spacca anche il cosiddetto gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, i paesi considerati più “sovranisti” in tutta l’unione), da tempo era già diviso: sia la Slovacchia del conservatore europeista anti-corruzione Igor Matovic che la Repubblica Ceca del populista Andrej Babis si sono schierati fin da subito a favore dell’intero progetto del Next Generation EU. 

La domanda che in molti si pongono è: ma il gioco di Polonia e Ungheria varrà la candela? La risposta è no, e molto probabilmente questa sarà la ragione per cui presto dovranno ritirare la loro decisione, che in ogni caso andrà a danneggiare proprio i due paesi est europei: il veto sul meccanismo dello stato di diritto infatti dimostra che temono veramente l’azione di Bruxelles e questo li mette anche in cattiva luce di fronte agli altri stati. Ma anche se il veto però dovesse persistere nel prossimo consiglio europeo del 10 e 11 dicembre, allora l’alternativa sarà un Recovery Fund a 25, lanciando quindi dei fondi comunitari sul modello di SURE (una serie di fondi per mitigare la disoccupazione causata dalla pandemia) e lasciando fuori i due paesi est europei: questo sarebbe lo scenario peggiore per Polonia e Ungheria, perché perderebbero sia i fondi comunitari che molta credibilità, e forse questo farebbe aprire gli occhi a quella destra, italiana e non, che ha celebrato la loro decisione. 


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