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IL DDL ZAN NON È UNA LEGGE LIBERTICIDA

Il 4 novembre, la Camera ha approvato con 265 sì e 193 no la proposta di legge contro l’omotransfobia, nota come legge Zan dal nome del relatore, il deputato Pd Alessandro Zan. Il testo ora dovrà essere esaminato al Senato. Celebrata come una «legge di civiltà attesa da anni» dalla maggioranza, è stata definita «liberticida» dall’opposizione di centrodestra.

Superflua, non necessaria, presuntuosa e rischiosa. Dalla lodevole intenzione di voler combattere i pregiudizi che penalizzano persone omosessuali e transessuali si è giunti a rimodulare fondamenti consolidati della nostra società, ridefinendo addirittura la natura umana. Ecco come può essere sintetizzata la vulgata dell’opposizione di centrodestra, che in risposta alla proposta di introdurre in tutte le scuole iniziative «contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia» nella Giornata nazionale fissata ogni anno il 17 maggio vanno a scomodare pure Huxley: il ricondizionamento della società in base alle idee di chi la guida comincia plasmando la mente dei bambini. Non vorrete mica far credere ai nostri innocenti pargoletti che l’esperienza che vanno facendo della realtà è una finzione essendo l’umanità non declinata al maschile e femminile ma tingibile di infinite sfumature? Riscrivere la natura umana per legge è colonialismo ideologico. “Indottrinamento gender”, secondo le parole di Giorgia Meloni. Partiamo dal presupposto che l’esercizio di tale “indottrinamento” spetta comunque alla “piena autonomia delle istituzioni scolastiche”, sancita dall’articolo 1 della legge 107 del 13 luglio 2015. Non verrà dunque alienata l’intangibile libertà di insegnare ciò che si vuole insegnare né verrà imposto alle maestre come obbligatorio “l’inverecondo lavaggio del cervello”. Chi sostiene il contrario non è in malafede, è solamente ignorante. Resta da capire dunque come le scuole italiane si approcceranno a questa materia molto delicata sia nelle sue sfaccettature più evidenti, sia, soprattutto, nelle sue declinazioni e implicazioni più psicologiche e umane: tematiche che di certo non possono essere affrontate da brontosauri conservatori. Si necessiterà di un corpo docenti pronto e formato in tal senso, per evitare che questa iniziativa si trasformi in una clava ideologica, in un senso e nell’altro.

Un altro argomento piuttosto in voga è il “c’erano cose più importanti”, che il parlamento avrebbe perso mille giorni e mille notti dietro a questa rimandabile questione, mentre in corso c’è una pandemia. Che un Paese alle corde non ha di certo bisogno di una legge che rimette in discussione cos’è l’uomo e cos’è la donna. Il disegno di legge Zan era stato approvato dalla commissione Giustizia della Camera lo scorso luglio, ma la discussione era stata ben presto rimandata ad ottobre. La legge risponde a una situazione concreta. L’Italia era uno dei pochi paesi europei a non avere una legge che proteggesse adeguatamente le persone della comunità LGBT+. Secondo l’European LGBTI Survey 2020, in Italia più di una persona LGBT+ su due non fa mai o quasi mai coming out e nove su dieci considerano che il loro paese non si impegni per nulla o quasi per nulla in una lotta efficace ed effettiva contro l’intolleranza e il pregiudizio. Chiamare perdita di tempo un primo passo verso un paese più attento ed aperto a queste problematiche è una scemenza, a maggior ragione tenendo che cinque mesi (nei quali il maggior periodo di tempo è coinciso con il “rinviato”) non è una finestra temporale così lunga (pensiamo al referendum confermativo sul taglio dei parlamentari inizialmente previsto per il 29 marzo 2020, e poi rinviato al 20 e 21 settembre a seguito della pandemia di COVID-19 in Italia).

«Un bavaglio alle opinioni differenti che persegue penalmente anche chi non istiga alla violenza ma semplicemente crede nella famiglia naturale, nel diritto di un bambino ad avere un padre e una madre, e chi condanna con fermezza la maternità surrogata e l’utero in affitto». Così Isabella Rauti, senatrice di Fratelli d’Italia, ha commentato l’approvazione della legge Zan sulla sua pagina Facebook.

In realtà il provvedimento firmato dal deputato Pd Alessandro Zan non riguarda semplici opinioni ma, tramite una modifica degli articoli 604-bis e 604-ter ed estendendo la legge Mancino del 1993, aggiunge alle discriminazioni per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi gli atti discriminatori fondati «sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità» (trovo quest’ultima, inserita dalla maggioranza con le modifiche in Aula, uno scivolone dal momento che vengono poste sullo stesso piano la questione omosessuale e l’offesa per un impedimento fisico, con il rischio di trasformare l’LGBT in una minoranza da tutelare come se avesse un handicap).

La legge si riferisce dunque ad atti di violenza veri e propri e, nella forma più “leggera” all’istigazione a commettere atti discriminatori. E un confine c’è, fra libertà di espressione e istigazione all’odio. Il punto è: quis custodiet ipsos custodes? Per poter configurare il delitto di istigazione non è sufficiente la manifestazione di qualunque opinione, ma solo di quella idonea a determinare un concreto pericolo rispetto alla commissione delle condotte istigate. Ma quanta latitudine ha quel “idoneo a determinare”? E se qualcuno non avesse ben chiaro, in buonafede o malizia, dove sia il suddetto confine, e si trovasse ad esprimere delle “opinioni differenti” con le quali non voleva offendere proprio nessuno? Ecco che all’articolo 4 troviamo la “clausola salva-idee” che dichiara che «ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte». E poi c’è l’articolo 21 della nostra Costituzione, una esplicita protezione delle convinzioni diverse (ma diverse quanto?) da quelle dell’ideologia LGBT: la famiglia naturale (ma è questa la cosa davvero importante?) può dunque dormire sonni tranquilli.

Ma mi si conceda: è sempre triste dover scendere a compromessi con la libertà di espressione. La vera clausola “salva idee” dovrebbe essere in seno alla maturità di una società e di una opinione pubblica che sui temi di coscienza lascia che il pluralismo fiorisca. Non è il nostro caso, ahimè, e una legittima preoccupazione è che la legge Zan, un grande passo verso un paese più inclusivo, sia possibile causa di futuri cortocircuiti. Maneggiare con cura.

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