Il ritorno di Dubček, Havel e il nazionalismo

2 Agosto 2023

L’internazionalista Alexander Dubček era tornato alle cronache durante la Rivoluzione di velluto. Dopo vent’anni in esilio, ascendeva a Piazza San Venceslao a Praga dalla sua Slovacchia in uno dei momenti più gloriosi della recente Storia europea. Sorrideva, era a suo agio tra la folla che non incontrava da vent’anni e che pacificamente agevolò il crollo del regime comunista nel novembre 1989. Dubček non era del tutto estraneo alle atmosfere di liberazione; l’aveva provata e promossa durante la Primavera nel 1968, quando sognava un socialismo democratico moderno, basato sull’individuo, sulla giustizia sociale. Che sapesse misurarsi con questioni economiche e con la democrazia. In un’intervista a l’Unità nel 1990, auspicava che il nuovo corso della Cecoslovacchia si orientasse verso una conciliazione tra questi elementi. Ma in Piazza, Dubček non era solo e non era neppure il protagonista.

Il nuovo corso del paese si apriva grazie all’entusiasmo attorno a Václav Havel e ai dissidenti di Dubček, il “rieccolo” invecchiato di vent’anni, non era noto tra i giovani che inneggiavano alla libertà. Lo stesso Forum Civico rifiutò la sua candidatura come Presidente della Repubblica. Vincitore dunque, ma pur sempre di serie B, Dubček nel 1989 era un leader antico, riabilitato dopo un oblio ventennale , che comparve vicino ad Havel sui balconi della Piazza per testimoniare il cambiamento. Quasi a riprendere il filo con il popolo interrotto un quinto di secolo prima. Ma nel 1989, tuttavia, poteva solo dare una generica benedizione al nuovo corso. La cortina era crollata, l’Europa tornava a essere unica. E la Cecoslovacchia conosceva, dopo quasi mezzo secolo, la libertà. In Piazza San Venceslao, durante la Rivoluzione di velluto, Alexander Dubček rappresentava il vecchio.

La Storia si è confermata generosa con il riformista slovacco, che si ritagliò il ruolo di vecchio saggio al tempo. Dal canto suo, Havel ammirava Dubček – uno dei suoi miti in gioventù. La questione stessa del “volto umano” della politica si rifaceva a concetti umanistici cari ad Havel. Nell’autunno del 1989, i due iniziarono a incontrarsi sia privatamente sia pubblicamente per concordare una comune linea politica nella nuova Cecoslovacchia. Se però Dubček voleva una trasformazione del socialismo, Havel voleva sradicarlo e traghettare il paese verso la democrazia liberale. Se in gioventù Havel aspirava  a  un socialismo umanista, nel 1989 non credeva più alle utopie. Havel e Dubček promossero congiuntamente l’unità della Cecoslovacchia. Antinazionalista, invecchiando Dubček si scoprì favorevole all’autodeterminazione dei popoli.

All’Unità, sottolineò che come il nazionalismo post-Guerra fredda fosse uno dei prodotti del post-crollo del Muro, ma potesse essere anche un’influenza positiva su determinati processi nazionali. Era positivo, disse, esaltare la coscienza nazionale dei due popoli, ceco e slovacco; e questo doveva avere effetti positivi per elevare il sentimento della comune appartenenza allo stato federale. Un mutamento ideologico non da poco. Nel 1968 il drammaturgo aveva mandato una lunga lettera al primo segretario in cui gli chiedeva di resistere alle pressioni di Mosca – ma non in nome del nazionalismo cecoslovacco. Qui denunciava la mancanza di libertà culturale nel paese e deprecò Dubček che accettò le condizioni di Mosca nell’estate 1968. Dubček, secondo Havel, doveva continuare a dire la verità al paese.

Ma, alla fine, la Storia lo avrebbe premiato. Nel 1989 marciavano entrambi assieme per la causa della libertà. Havel, contento di rivedere il suo idolo di gioventù – circolano ancora delle belle foto di repertorio in cui il drammaturgo in camicia bianca abbraccia l’anziano ex primo segretario – sapeva di essere il più popolare tra i due. Tuttavia, non fece mai pesare la cosa a Dubček. In onore dei compromessi necessari, specialmente in seno allo Stato federale, Dubček venne fatto Presidente dell’Assemblea – una sorta di risarcimento  per vent’anni di esilio. Al posto però di rafforzare l’unità cecoslovacca, le classi dirigenti che avevano in mano il paese ritennero una separazione tra Repubblica Ceca e Slovacca da farsi. Il nazionalista Dubček – che morì poco prima della separazione, nel novembre 1992 – come Havel, non era a favore del Divorzio di velluto.

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