Convegno Nazionale GMI – Sofia Chitoui/GMI
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INTEGRARSÌ: I GIOVANI MUSULMANI D’ITALIA (di Sofia Chtioui)

L’obiettivo di IntegrarSì è raccontare le storie di ragazzi e associazioni che si occupano del processo di integrazione e valorizzazione della diversità all’interno del panorama socio-culturale italiano. Spesso dell’integrazione si menzionano solo i fallimenti: ma è una realtà che merita di essere approfondita nelle sue sfide e anche nei suoi successi.

GMI Brescia – Sofia Chtioui/GMI

Buongiorno amici di AlterThink! Mi presento: mi chiamo Sofia, ho (quasi) ventitré anni, mi sono da poco laureata in Educazione Professionale all’Università degli Studi di Brescia e attualmente sono studentessa alla Bicocca di Milano, frequentando il corso di laurea magistrale in Scienze antropologiche ed etnologiche. Sono italiana (pota, di Brescia!) di origini marocchine e musulmana.

Non so esattamente perché io vi abbia detto prima ciò che studio, e poi ciò che sono. Forse perché penso che ciò a cui ci interessiamo nella vita sia strettamente legato alla nostra storia, al nostro percorso di crescita, alla nostra identità, a chi siamo, e a chi vorremmo essere.

È proprio questo che vorrei raccontarvi oggi: vi parlerò del mio essere italiana, musulmana e marocchina in Italia; vi parlerò di come queste tre parti di me convivono (anche se a volte in stanze separate), e di come tale convivenza, seppur arricchente, di tanto in tanto diventi difficile. Vi parlerò di come il mio impegno nell’associazione dei Giovani Musulmani d’Italia (GMI) mi abbia aiutata nel mio percorso di crescita personale ma anche di come l’attivismo sociale possa condurre ognuno di noi a lasciare la propria impronta nella società.

Ma, come diceva la mia prof di geometria, partiamo dalla base. Il contesto italiano in cui viviamo al giorno d’oggi è caratterizzato dalla pluralità culturale: questo è dovuto, oltre che ai processi di globalizzazione, ai flussi migratori che, se prima interessavano soprattutto gli italiani che si spostavano verso l’estero, attualmente sono rappresentati perlopiù da flussi in entrata nel territorio italiano.

L’Italia si è così trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione, ed il progressivo stabilimento di immigrati, con le conseguenti nascite ed i ricongiungimenti familiari, ha portato sotto i riflettori un tema che fino a qualche anno fa non godeva di particolare rilevanza: noi, figli di immigrati, comunemente chiamati seconde generazioni.

Soffermarsi sullo studio delle caratteristiche che riguardano i giovani di origine straniera vuol dire analizzare le modalità con cui amalgamiamo la nostra cultura d’origine e quella del contesto in cui siamo nati o cresciuti, dando vita a dei processi di ibridazione culturale, che rappresenta una delle sfide a cui i figli di immigrati devono far fronte durante la loro formazione identitaria. Chi siamo? Italiani o stranieri? Quale è il nostro posto nella società italiana? Ci è concesso averlo? Come ce lo guadagniamo?

Si può dire che queste domande siano un po’ la colonna sonora della nostra vita, fino a quando decidiamo di cercare le risposte di cui abbiamo bisogno, creando noi stessi il nostro posto nella società.

La prima volta in cui ho sentito che pormi tutte quelle domande mi portava solo più lontana da ciò che volevo essere è stata un paio di anni fa (meglio tardi che mai): non capivo più chi fossi, quale fosse il mio posto; mi rendevo conto che quando ero coi miei amici italiani ero una persona, quando ero in famiglia un’altra, con gli amici di origini straniere e della comunità musulmana un’altra ancora. Il film “Split” mi faceva un baffo.

Così cominciai a coltivare ognuna di queste componenti, a conoscermi e riscoprirmi in ognuna di esse. Mi avvicinai al gruppo giovanile della moschea di Brescia, tramite la conoscenza dell’associazione dei Giovani Musulmani d’Italia (GMI). Il suo nome racchiude tutto ciò che fino a quel momento avevo desiderato essere: una giovane, musulmana, italiana. Ed avevo trovato il posto giusto per poterlo essere.

Il GMI è infatti nato dalla volontà dei fondatori di creare un ente che potesse essere un punto di riferimento per i giovani di seconda generazione di fede musulmana. Pertanto, il tutto nacque da due vere e proprie esigenze: a livello individuale, far parte di un gruppo, nella fattispecie fondato sulla componente religiosa, porta i giovani a sviluppare un senso di appartenenza ad una comunità e all’impegno attivo in quest’ultima, a riavvicinarli alla cultura dei loro paesi d’origine, aiutandoli in quel percorso di riscoperta di sé anche attraverso la promozione dei valori ed i principi religiosi.

Un altro fattore molto importante, di cui ogni minoranza ha bisogno, è quello della rappresentanza: non a caso l’associazione nacque nel settembre del 2001, anno in cui gli attentati terroristici alle Torri Gemelle favorirono il dilagare di atteggiamenti di diffidenza nei confronti dei musulmani. I fondatori vollero dare voce a coloro che sono – a tutti gli effetti – musulmani d’Italia, promuovendo una narrazione dell’Islam che fosse alternativa a quella di stampo islamofobo, e incentivando un’applicazione dell’Islam in armonia col contesto italiano ed europeo, senza rinunciare ad alcun aspetto cardine della fede islamica.

I risvolti positivi, che coincidono con il raggiungimento degli obiettivi che l’associazione persegue, sono ben noti. Ma ci sono degli aspetti critici conseguenti all’attivismo dei soci in associazioni di questo genere? Sicuramente il GMI rappresenta nella sua unicità un ambiente protetto, costituto da ragazzi che professano la stessa fede e che hanno all’incirca lo stesso retroterra culturale: tale aspetto è però un’arma a doppio taglio.

Se da una parte questo clima favorisce lo sviluppo di competenze di adattamento a diversi contesti ed il rafforzamento dell’identità culturale e religiosa dei giovani soci, dall’altra questo può limitare lo sviluppo di competenze sociali che permettano loro di integrarsi nella realtà esterna all’associazione, che è ben più eterogenea e plurale.

Per questo motivo, l’associazione si impegna nel promuovere l’attivismo dei soci nel contesto italiano, tessendo collaborazioni con altre realtà nazionali come per esempio l’Associazione Volontari Italiani del Sangue (AVIS), il Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiane (CONNGI) ed il Consiglio Nazionale Giovani (CNG).

Ma nel concreto, come riesce un’associazione che opera a livello nazionale a raggiungere tali finalità a livello locale? L’azione del GMI si sviluppa su due piani, e lo stesso vale per le attività che offre. I temi che vengono trattati vanno dall’attualità, alla cultura generale a temi legati alla spiritualità e la religione: anche questo in ottica di trovare un connubio tra il nostro essere italiani di origine straniera e musulmani. Questi vengono trattati in lezioni, conferenze, workshop e dibattiti organizzati in ogni realtà locale e gli eventi che invece riuniscono tutti i soci in convegni e campeggi.

Nei nostri incontri di sezione organizziamo attività settimanali che riuniscono i ragazzi che vivono nelle zone limitrofi; i campeggi sono eventi a livello regionale, ed infine i convegni riuniscono i gmini (si, ci chiamiamo proprio così!) di tutta Italia. Pensate un po’, un raduno di più di cinquecento musulmani! Chissà cosa ne penserebbe l’amico dei gattini!

GMI Brescia – Sofia Chtioui/GMI

La strada verso l’integrazione è ancora lunga, e richiede l’impegno di tutti gli attori sociali che possono attuare un cambiamento in questo ambito: associazioni come il GMI fanno un lavoro importante portando sotto i riflettori la voce dei propri soci, lavoro che però risulta essere parziale se non accompagnato da un impegno anche a livello istituzionale nel riconoscere i figli di immigrati come la nuova generazione di italiani.

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