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W CHI NON CONTA NIENTE

Eugenio Bennato attraverso il progetto “Taranta Power”, grazie al potere di una musica “italiana ed extracomunitaria”, che ha radici antiche e un significato profondo, dà voce al Sud, anzi a tutti i Sud del mondo, accomunati da un unico destino.


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Mia madre, grande fan di Eugenio Bennato, ha sempre tenuto che andassi con lei ai concerti che, durante il tour estivo, teneva nei vari paesini della Calabria. Da bambina facevo sempre resistenza, non capivo perché ci tenesse tanto ad ascoltare quella musica, cosi diversamente “mainstream”, la percepivo come qualcosa di lontano, anacronistico, per quanto fosse piacevole ascoltarla poiché intensa e travolgente, in grado di trascinare tutti gli spettatori in balli catartici e contagiosa allegria. Con gli anni ho avuto modo di capire, grazie ad un attento ascolto di Bennato e grazie alla lettura de “La terra del rimorso” di Ernesto De Martino, quanto i miei fossero solo pregiudizi dettati dall’ ignoranza sull’argomento.

Prima di tutto ho capito quanto questa musica sia a me vicinissima e mi appartenga a livello identitario proprio perché  figlia del “mio Sud  scomunicato”. In secondo luogo come sia attuale, perché è una testimonianza della storia trapassata e passata del Meridione ma anche della storia presente. D’altronde, come è noto, solo la conoscenza del passato ci dà occhi abbastanza profondi per poter guardare e capire la contemporaneità.

Nel 1998 Eugenio Bennato fonda il movimento “Taranta Power” con lo scopo di valorizzare la Taranta grazie all’apporto della musica, del cinema e del teatro. Prima di entrare nelle sue canzoni è interessante parlare brevemente del tarantismo.

Il tarantismo

Taranta è un termine utilizzato per identificare un ragno il cui nome scientifico è Lycosa Tarantula, questo ragno in terra di Puglia, era solito durante la stagione estiva, dunque durante il momento del raccolto, “mordere” i lavoratori. In seguito a tale morso, il veleno entrava nel corpo dando vita a degli effetti collaterali che colpivano mente e psiche e potevano essere placati grazie all’azione catartica della musica. Infatti, il tarantato in un primo momento eseguiva un ballo in orizzontale quasi ad identificarsi con la taranta, poi in verticale a voler uccidere simbolicamente l’animale.

“Occorre cioè danzare con il ragno, anzi essere lo stesso ragno che danza secondo una irresistibile identificazione; ma, al tempo stesso, occorre far valere un momento più propriamente agonistico, cioè il sovrapporre e imporre il proprio ritmo coreutico a quello del ragno, costringere il ragno a danzare sino a stancarlo, inseguirlo fuggente davanti al piede che incalza, o schiacciarlo e calpestarlo col piede che percuote violentemente il suolo al ritmo della tarantella. Il tarantato esegue la danza della piccola taranta (tarantella) come vittima posseduta dalla bestia e come eroe che piega la bestia danzandola”.

Ernesto De Martino, La terra del rimorso, il Saggiatore, Milano 1961, (62-63).

Ma gli effetti del  veleno potevano tornare a farsi sentire nelle estati successive, nella ricorrenza del primo morso, dunque arrivava il momento del “rimorso”, che poteva ripetersi, annualmente, fino a quando la taranta non avrebbe trovato la morte.
Ogni taranta aveva un colore e un umore, di conseguenza per ogni tarantato vi erano effetti diversi e dunque melodie diverse e adeguate per placare la crisi. (Non solo la musica, ma anche i colori potevano avere un effetto catartico).

Ernesto De Martino

Ernesto De Martino nell’estate del ‘59 fece un’inchiesta in Puglia per indagare sulla natura simbolica  del tarantismo, questo lavoro è andato a confluire nel libro “La terra del rimorso”, l’esito di tale indagine ha negato di poter ricondurre il tarantismo (che “mostrava non soltanto una distribuzione di luogo (immunità locali), di tempo (elettività stagionali e calendariali) e di sesso ( schiacciante presenza femminile)” 1 ed era diffuso prevalentemente tra i ceti popolari) al latrodectismo e ad altre forme di aracnidismo. Infatti il morso di tale ragno non è altro che il simbolo dello scatenarsi dei conflitti psichici individuali “che non hanno trovato soluzione sul piano della coscienza” e che si sfogano al di fuori di questa. L’avvelenamento simbolico andava a “normalizzare” la crisi inquadrandola in un contesto culturale e rituale.

Perché proprio il ragno come simbolo?

Perché, effettivamente, in una società agricola nella stagione estiva del raccolto erano numerosi gli animali che potevano insidiare chi lavorava nei campi, quindi la minaccia era concreta.

Perché il simbolismo stagionale?

“In virtù del simbolismo stagionale le crisi individuali potenzialmente disseminate in un qualsiasi momento del tempo venivano tendenzialmente raccolte e concentrate in un’ epoca elettiva di insorgenza, dove trovavano tutto un sistema simbolico, che con il consenso e col soccorso della società, era pronto ad entrare in azione e a svolgere la sua efficacia risolutiva. Si otteneva in tal modo il vantaggio  di sgomberare i periodi “fuori stagione” dal rischio della crisi e di istituire una sorta di dilazione nel pagamento dei debiti esistenziali contratti; e si otteneva altresì l’altro vantaggio di poter rateizzare tale pagamento in più estati successive, mediante il simbolo del morso che ogni anno rimorde col tornare dell’epoca del primo morso”.

Ernesto De Martino, La terra del rimorso, il Saggiatore, Milano 1961, (160).

Perché, fuori da ogni simbolismo, i conflitti irrisolti trovavano il loro culmine proprio in estate?

Il popolo, in un contesto molto povero, riusciva a sopravvivere grazie alla terra e ai suoi frutti, ed è proprio in estate che

“si consumava il faticoso epilogo dell’anno agricolo e riceveva fausta o infausta risposta la trepidante attesa del “pane” e del “vino”. Era in questa stagione che veniva deciso il destino dell’anno, si colmavano i granai e le celle vinarie, si pagavano i debiti: gli animi entravano in un’epoca di drammatica sospensione” ne consegue nell’animo una “disperata ansietà”.

Ernesto De Martino, La terra del rimorso, il Saggiatore, Milano 1961, (159).

Il mondo corre

Ritornando su Eugenio Bennato, non si può non riconoscere nella sua attività musicale un contributo importantissimo nella promozione della Taranta e del suo valore culturale. Infatti attraverso il ritmo e il testo delle sue canzoni possiamo entrare nella storia del Sud, nei suoi valori, tradizioni ma anche nelle ferite, sofferenze, nei ritardi e nella sua lentezza. Per esempio possiamo citare, la canzone “Il mondo corre” un’appassionata apologia della lentezza del Sud, non in grado, di stare al passo con il resto del mondo che corre:

E se ne va, il mondo con la sua velocità
E non aspetta chi non va in fretta e chi non ce la fa”

Questione meridionale

Ma i ritardi e la lentezza del Meridione sono atavici e hanno radici antiche. Le canzoni “Ninco Nanco”  e “Questione Meridionale”, raccontano  di questa maledetta “terra di conquista” difesa “solo dalle sirene” abbandonata ad un amaro destino di povertà e sfruttamento, in un contesto storico in cui solo i briganti erano gli eroi degli oppressi. Ma anche quando si è posto fine dall’alto al brigantaggio e

i fratelli scesi giù dal settentrione
[…]ci hanno “liberato” per formare una “Nazione”

ecco che siamo diventati una questione: la questione meridionale. Bennato individua nell’ anniversario dell’Unità d’Italia, l’anniversario dell’emigrazione di “chi parte contadino e arriverà terrone” o di chi a Ellis Island si sottoporrà al “primo esame d’idoneità all’emigrazione”.

Si va!

E nella canzone “Si Va!” Bennato canta:

Si va, si va nell’avventura
e chi sa come andrà a finire
e chi sa vivere, sopravvive
e chi sa scrivere, scriverà
e scriverà lui la canzone
dell’emigrante pronto a partire
così l’Italia potrà capire
l’emigrazione che arriverà.

Mon père e mon mère

Quale migliore canzone che “Mon père e mon mère” per descrivere l’emigrazione dall’estremo Sud verso l’Italia e l’Europa, di chi porta il peso di essere nato sotto una cattiva stella, perché figlio di un Sud schiavizzato, depredato e disprezzato dal resto del mondo, di chi dovrebbe sentirsi in colpa perché di colore, perché povero e perché paga tutto il prezzo delle diseguaglianze e pretende persino di varcare una frontiera solo per il sogno della libertà e della dignità di una vita normale. Questa canzone nasce intorno ad una frase scritta da un ragazzo del Camerun Eric Perfait e consegnata su un biglietto a Bennato, durante un concerto a Tangeri:

“Mon père et ma mère se sont connues dans la galère, comme heritage ils m’ont laissé, m’ont laissè dans la misère” (Mio padre e mia madre si son conosciuti in galera, in eredità mi hanno lasciato, mi hanno lasciato nella miseria).

https://www.identitainsorgenti.com/il-disco-esce-canzoni-di-contrabbando-di-eugenio-bennato-con-linedito-girato-allopg-je-so-pazzo/

Taranta Power

Ed ecco che arriva il punto cruciale del progetto di Bennato, far incontrare e sposare le melodie, i ritmi, le lingue, le voci, le culture e le storie di tutti i Sud del mondo, per sottolinearne il destino che li accomuna e proporre così una “musica italiana ed extracomunitaria” che possa farsi portavoce dei “perdenti della civiltà globale, vincitori della gara a chi è più meridionale”.

A tal proposito riporto le parole di Bennato in merito all’album “Sponda Sud” durante un concerto presso Cascina Monluè:

«Questo nuovo lavoro è un prosieguo del percorso precedente, è un allargamento dell’orizzonte mediterraneo a più lontane latitudini, e in particolare alla intensa e misteriosa Africa, dove colloco una mitica sponda che custodisce la fonte di tutte le leggende, e il segreto di un suono battente primitivo che attraverso deserti e mari viaggia e si diffonde e arriva fino a noi, fino alle nostre sponde, che risuonano così di antiche tammorre e chitarre, nelle campagne ricche di arte e di cultura. Da Napoli al Gargano alla Calabria quelle voci quelle melodie e quei balli mi portano ad Algeri, a Orano a Casablanca, e poi più in là al Cairo, in Etiopia, in Mozambico. Ogni tappa è una scoperta e un riconoscimento, lungo il filo di un’emozione e di un’idea, in un percorso alternativo rispetto alla devastante logica del business e dell’appiattimento globalizzante, contro la quale silenziosamente combattono i tamburi di ogni villaggio.»

https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Bennato

W chi non conta niente

Spero di poter tornare al più presto sotto un palco a celebrare la mia terra (e non solo), e aggiungere al repertorio delle canzoni precedenti, l’ultima uscita nel 2020 “W chi non conta niente” e poter cantare insieme a Bennato:

“Evviva gli ultimi della terra
migranti verso chissà dove
evviva il viaggio della speranza
evviva la disperazione”
.

1. Ernesto De Martino, La terra del rimorso, il Saggiatore, Milano 1961, (50)

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