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ITALIANO TRASFORMISTA: LA POLITICA FRA IDEALI E COMPROMESSI

Scriveva Montanelli: il trasformismo è “l’arte del fare di ogni nemico un amico e viceversa”. Bistrattata e malvista, oggi, poiché della sua origine storica e del suo tratto caratteristico, il nobile compromesso, principale abilità della politica quale pratica del possibile, quest’arte conserva ben poco. Infatti, oggi, anche se non ci puzza poi così di marcio, si riduce al procrastinare ogni cosa per non disturbare qualcuno, per mantenere la carica, ai più nota come poltrona.

Caduta la cosiddetta «prima Repubblica», per quasi un ventennio la politica ha riprodotto un gioco a somma zero sotto l’egida della scelta di campo netta, a prescindere dai temi sul tappeto. O con me o contro me. La divisione tra berlusconiani e antiberlusconiani somigliava più ad una intransigente scissione antropologica, ancor prima che politica. Solo vent’anni dopo l’inflessibilità di Parmenide lascia spazio al cangiante Eraclito: nulla è vietato e tutto è permesso. Meglio ancora: tutto scorre, tutto si modifica. Ma quello che dovrebbe somigliare ad un brutto vizio, il funambolismo opportunista, oggi è creduto essere una inclinazione naturale. Per un uomo di politica addirittura un dono, una virtù. L’italiano è trasformista: abbiamo una tradizione ed una scuola, a riguardo, assai pasciuta. Ma nulla oggi somiglia a ciò che il trasformismo, nella sua accezione più squisita e machiavellica, è stato e dovrebbe ancora rappresentare. Questa nobile arte deve i suoi natali politici ad Agostino Depretis, classe 1813, figura centrale del liberalismo postunitario, macchinatore di una convergenza tra i moderati delle due distinte anime della politica parlamentare fino ad allora esistenti, destinata a creare il “partito unico della borghesia italiana”. Dal punto di vista della geografia parlamentare, l’insieme delle forze della “sinistra” poteva, nei suoi anni, essere idealmente diviso in tre gruppi principali: Rattazzi alla guida dei più moderati, Crispi a capo dell’ala intransigente, fedele alla tradizione mazziniana e garibaldina, e infine Depretis, uomo di “centro” (categoria non contemplata nella prassi dell’epoca) più che di sinistra, che insieme al suo omonimo Bertani animava un gruppo intermedio, occasionalmente disposto al compromesso e detto degli “agostiniani” o, più criticamente, “equilibristi”;

Il 10 ottobre 1875, con una Destra storica il cui potere appariva sempre più insicuro e vacillante, Agostino Depretis, pronuncia un discorso (il “discorso di Stradella”, poiché pronunciato durante un banchetto presso il comune dell’Oltrepò Pavese) in cui definisce i capisaldi della politica della sinistra liberale e la base delle pretese di questa di poter accedere al governo del paese. In questo discorso, Depretis fece riferimento in primis al carattere marcatamente laico e anticlericale che sarebbe stato necessario dare all’istruzione scolastica elementare, gratuita e accessibile a tutti i sudditi del regno. Il secondo punto principale del programma enunciato a Stradella riguardava la necessità di allargamento del suffragio, poiché le istituzioni erano in realtà rappresentative di una parte infinitesima dei sudditi di casa Savoia. Infine, si faceva portavoce delle esigenze di decentramento amministrativo e di riforma del fisco e della magistratura. Le elezioni del 1876 furono un vero e proprio trionfo per la Sinistra e fornirono al governo Depretis una presenza alla Camera che gli permise di portare avanti il programma annunciato: ridurre la pressione esercitata dallo Stato sulla società civile, in direzione di un progresso di ispirazione privatistica e liberistica, di stampo borghese, laico e alieno da qualsiasi idea di estremismo politico. La principale riforma messa in atto dall’esecutivo fu certamente la legge Coppino del 1877 che, mantenendo la principale delle promesse fatte a Stradella, garantì l’istruzione pubblica, laica e gratuita a tutti i bambini dai 6 ai 9 anni. Arrivò poi il 1882, un anno che, oltre alla nascita della Triplice Alleanza, vide anche, dal punto di vista della politica interna, l’approvazione della nuova legge elettorale. Ma con l’allargamento del diritto di voto, i liberali cominciarono a temere una crescita delle ali estreme, in particolare dei movimenti repubblicani. Così l’8 ottobre 1882 Depretis, rivolgendosi direttamente ai futuri deputati della destra e, concretamente, al loro leader Marco Minghetti, chiese loro di “trasformarsi” in senso progressista per la tenuta politica dello Stato. L’appello, che sostanzialmente domandava di superare le differenze ideologiche createsi tra Destra e Sinistra durante il processo risorgimentale, venne sostanzialmente accolto da Minghetti, inaugurando una nuova fase della politica dello Stato unitario, detta appunto del “trasformismo”, durante la quale i governi, altri cinque esecutivi guidati da Depretis, furono sostenuti da una larga maggioranza convergente al centro che, di fatto, in nome del comune liberalismo proprietario, divenne “il partito unico della borghesia italiana”.

Depretis, durante gli anni della sua Presidenza del Consiglio, fu capace di creare, anche e soprattutto grazie alla sua capacità di trasformarsi e trasformare, un centro fortemente progressista attorno a programmi contingenti in grado di superare la tradizionale scissione tra destra e sinistra. Ci insegna che discutere e raggiungere un onesto compromesso significa corrispondere all’idea che nessuno è portatore della verità: dettato fondamentale del liberalismo. D’altronde, al venir meno della forza della contraddizione, il momento del negativo di cui parlava Hegel, la società non progredisce, la conoscenza stessa diventa statica e alla fine inservibile. Oggi, tanto in politica quanto nel quotidiano, va svanendo la consapevolezza del carattere chiaroscurale dei problemi che il nostro tempo ci impone: pensiamo di essere, tutti, portatori di verità assolute. La nostra operazione di prendere partito, che è sempre più un prendere posizione pro o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero. Ha messo profonde radici l’idea che qualunque scostamento dal modello del bipartitismo sia il frutto di una degenerazione istituzionale, specchio di un vizio congenito, quasi di un difetto del carattere nazionale. È evidente che la gente è poco seria, quando parla di sinistra o destra. E fare il bagno nella vasca è di destra, mentre far la doccia invece è di sinistra. Un pacchetto di Marlboro è di destra, ma di contrabbando è di sinistra. Una bella minestrina è di destra, mentre il minestrone è sempre di sinistra. E allora la dialettica, permettete, con il suo instancabile dialogo tra positivo e negativo non è solo il grande rimosso della filosofia, ma anche della politica. La nobile arte del confronto, di maggioranza e opposizione, oggi non è altro che un gioco nel quale nessuno corre e, a musica spenta, nessuna sedia viene tolta all’improvviso: stanno tutti lì, a banchettare a Villa Pamphili. Tutti così trasformisti, ma in senso velleitario, demagogico, astratto, immobile e opportunista. Senza nessun senso per la complessità di quel compromesso che, lungi dover somigliare alla cosa meno sgradita al popolo o meno scomoda all’alleato di governo, dovrebbe esprimere quella superiore sintesi in cui risiede il più profondo significato del principio democratico. Il governo Conte bis è frutto di un’operazione trasformistica, si dice. Dunque va respinto con disprezzo: ma è un leitmotiv sbagliato. Il punto è che Movimento 5 stelle e il Pd non sono stati, al momento, ancora in grado di accordarsi su un programma (cioè su una serie di provvedimenti) realistico e fattibile, che sia di giovamento al paese, e dunque il trasformismo tanto dei primi quanto dei secondi è solo di facciata. E questo non ce lo suggerisce una qualche etichetta moralistica, bensì il concreto svolgimento della vicenda politica. Così il compromesso finisce per essere una parolaccia che ricalca il solito vezzo: quello di voler stare sempre a galla fingendo, chissà, di fare il morto.

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