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L’ANNO ELETTORALE EUROPEO

Il 2021 sarà un anno fondamentale per gli equilibri politici del vecchio continente: alcuni importanti paesi dell’Unione sono chiamati al voto e in molti casi si tratta di elezioni molto significative, che avranno ripercussioni sulla politica dell’intera Europa.

Dopo un 2020 segnato da pochissime tornate elettorali in tutto il mondo, di cui molte rimandate a causa COVID, alcuni paesi in Europa e nel mondo saranno chiamati al voto nel 2021 per rinnovare i loro parlamenti nazionali e, potenzialmente, cambiare totalmente le carte della politica internazionale: basti pensare alle recentissime elezioni negli Stati Uniti d’America, che hanno segnato la fine dell’era Trump e un riavvicinamento degli USA all’Europa. E proprio nell’UE ci sono delle nazioni importanti che si recheranno alle urne, e che potrebbero cambiare le sorti di tutto il mondo occidentale.

I Paesi Bassi: il falco Rutte vola verso un quarto mandato

Tornati alla ribalta recentemente per una crisi di governo causata da alcuni scandali che riguardavano precedenti governi, i Paesi Bassi si recheranno alle urne nel marzo di quest’anno, e il premier uscente Mark Rutte, che governa il paese dal 2010, ha ottime probabilità di essere riconfermato: secondo i sondaggi, il suo partito liberale di centro destra VVD stacca di circa 10 punti l’ultradestra di Geert Wilders e i popolari di Wopke Hoekstra, il ministro delle finanze salito agli onori della cronaca per essere stato il più grande oppositore al Recovery Fund, insieme al premier olandese (da qui il soprannome “falco” che viene attribuito a Rutte). 

Nell’ultimo anno diversi scandali hanno travolto la frammentaria politica olandese: da quello che ha fatto cadere il governo formato dal VVD, dai popolari CDA, dai social liberali D66 e dal partito cristiano CU, (oltre a far dimettere il leader dei laburisti, che era personalmente coinvolto) fino alle accuse di antisemitismo all’ala giovanile del partito conservatore e sovranista FvD, che fino all’anno scorso era il secondo partito della nazione ed oggi invece si ritrova ad un misero 2%.

Catalogna: gli indipendentisti in cerca della maggioranza

A quattro anni dal referendum sull’indipendenza, la regione più problematica della Spagna è chiamata a rinnovare il suo parlamento regionale e il suo governo, chiamato Generalitat. La campagna elettorale è segnata dall’assenza, come nel 2017, dei due grandi leader del fronte indipendentista: l’ex presidente Carles Puigdemont e Oriol Junqueras, leader di Esquerra Republicana, un partito di sinistra indipendentista; i due infatti sono rispettivamente in esilio a Bruxelles e in carcere per aver organizzato unilateralmente il referendum per l’indipendenza.

Secondo i sondaggi, il fronte indipendentista formato da Esquerra Republicana, il partito Junts di Puigdemont e l’estrema sinistra nazionalista di CUP dovrebbe mantenere la maggioranza: questo potrebbe portare, nel caso di un grande consenso alle urne, a un secondo referendum; questo potrebbe essere il peggiore scenario per il premier spagnolo Pedro Sanchez, che governa grazie ai voti del partito di Junqueras. Nel fronte unionista invece sembrano andare molto bene i Socialisti mentre i grandi perdenti delle prossime elezioni secondo tutti i sondaggi saranno i liberali unionisti di Ciudadanos, che alla scorsa tornata elettorale fu il partito più votato, con un programma fortemente contrario all’indipendenza catalana.

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Bulgaria: voglia di riscatto nel paese più povero d’Europa

Il 2020 per i bulgari è stato un anno particolarmente complesso, non solo per la pandemia: diversi scandali hanno travolto il fragile sistema politico di Sofia, e hanno soprattutto danneggiato l’immagine di Boyko Borisov, l’uomo che da più di 10 anni governa il paese est-europeo con il suo partito conservatore GERB, supportato dalla destra nazionalista. 

Ad aprile quindi la Bulgaria sarà chiamata a rinnovare il suo parlamento, e queste potrebbero essere le ultime elezioni dominate dal bipolarismo tra la destra di Borisov e la sinistra conservatrice dei socialisti: oltre ai liberali della minoranza turca, dovrebbero entrare in Parlamento anche il partito populista e anti corruzione simil-Movimento 5 Stelle del cantante Slavi Trifonov (che, similmente ai grillini, ha giurato di non voler governare né con la destra né con la sinistra) e alcuni partiti centristi. Senza dubbio c’è molta voglia di cambiamento nel paese più povero dell’Unione, dove il salario medio è un quarto di quello italiano.

Repubblica Ceca: un referendum sul miliardario populista Babis

L’ultima volta che la Repubblica Ceca si è recata alle urne è stato nel 2017, quando si è affermata con forza la controversa figura di Andrej Babis: l’uomo, che è fra i più ricchi del suo paese grazie alla sua azienda Agrofert, nel 2011 ha fondato un suo partito centrista e anti corruzione, con cui è prima diventato ministro delle finanze e in seguito Primo Ministro, governando con i socialdemocratici grazie all’appoggio esterno dei comunisti. Babis è accusato di fare i propri interessi grazie al suo potere, anche con un atteggiamento piuttosto sprezzante verso l’Unione.

Le prossime elezioni saranno quindi un referendum sulla sua figura: il suo partito è in testa ai sondaggi, tallonato dalla coalizione di destra Spolu e dall’insolita alleanza tra Partito Pirata di orientamento liberale e i sindaci indipendenti. Il vero rebus sarà capire chi potrà continuare a sostenere un governo con Babis, dato che le relazioni interne alla coalizione attuale sono ai ferri corti: alcuni commentatori azzardano a dire che, nel caso di una situazione di stallo, i comunisti e l’estrema destra possano dare luce verde a un secondo mandato del tycoon.

Germania: il futuro dell’Europa nel dopo-Merkel

Il paese più influente dell’Unione voterà a settembre, e tutte le luci sono puntate sulla CDU, il partito di Angela Merkel (che dopo queste elezioni si ritirerà dalla politica): secondo i sondaggi l’Unione staccherebbe di più di dieci punti i Verdi; inoltre, con l’elezione a leader del partito di Armin Laschet, primo ministro della ricca regione Nord Reno-Vestfalia, viene confermata la linea centrista conseguita negli ultimi 15 anni dalla cancelliera. 

Le vere incognite rimangono l’identità del cancelliere-designato, che secondo molti potrebbe essere il ministro della sanità Jens Spahn o il popolarissimo bavarese Markus Söder, e soprattutto della coalizione che si formerà dopo che sarà chiaro il quadro nel Bundestag: la coalizione più probabile è tra la CDU e i Verdi sul modello del governo austriaco (magari con il sostegno dei liberali del FDP), ma non é da escludere un governo con la grande coalizione di conservatori e socialdemocratici che tuttora governa la Germania. Chi di sicuro sarà escluso dalle trattative saranno i due partiti più estremisti, ovvero la sinistra radicale e l’ultra destra di Alternative für Deutschland.

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