Michael Franz via Flickr
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30 ANNI? WHATEVER, NEVERMIND

Qualche giorno fa, il 24 settembre 2021, Nevermind ha compiuto 30 anni. Dire qualcosa di nuovo su uno dei dischi più importanti della storia del rock a trent’anni dalla sua uscita è sostanzialmente impossibile. Le origini, le fasi di registrazione, i significati dei testi, gli aneddoti… Tutto quello che c’è da sapere su Nevermind si può trovare tranquillamente nei libri, nei documentari e nelle interviste. Eppure, il bisogno di celebrare, in qualche modo, un’icona del genere era veramente troppo forte. Per cui, alcune settimana fa, mi sono posto una domanda fondamentale: cosa rende Nevermind così speciale da doverne parlare a trent’anni dal suo debutto?
Forse, inconsciamente, ero già a conoscenza della risposta; tuttavia, ho preferito percorrere una strada leggermente più lunga per trovarla. Per iniziare, ho ripensato alla prima volta che ascoltai Nevermind, circa cinque anni fa. E dopo mi fu tutto più chiaro.

Il mio primo incontro con Nevermind – e coi Nirvana in generale – risale a quando, da bambino, sfogliai il listone de “i 500 migliori album di ogni tempo” di mio padre. Alla posizione numero 17 mi balenò agli occhi una copertina che catturò immediatamente la mia attenzione. Non ricordo quale dettaglio mi colpì di più, se la stramba presenza di un dollaro appeso a un amo o l’inquadratura subacquea del neonato. Ad ogni modo, capii subito non l’avrei mai dimenticata.
Ci volle ancora un po’ di tempo prima che la band di Seattle risuonasse stabilmente nelle mie cuffie. Avevo quindici anni quando venni stregato dalla rabbiosa tristezza di Heart-Shaped Box – peraltro neanche quella originale, ma una gradevolissima cover dei Dead Sara, strategicamente messa nei titoli di coda del videogioco “Infamous: Second Son” -, e ne avevo sedici quando finalmente mi convinsi ad andare oltre Smells Like Teen Spirit.

La cover di Heart-Shaped Box a cura dei Dead Sara.

Ascoltare Nevermind nel pieno dell’adolescenza fu un’esperienza che definirei “gratificante”. In quel periodo mi ero gradualmente allontanato dal rock, i cui interpreti del genere – Beatles, Beach Boys, Rolling Stones, Who, Led Zeppelin, AC/DC e via dicendo – erano stati un po’ i miei secondi padri. All’inizio delle superiori superai i miei pregiudizi verso le musica rap, e di fatto ci rimasi parecchio sotto. La scoperta di quella componente della cultura hip-hop, che rappresentava qualcosa di squisitamente nuovo, del tutto alieno a quelli che erano i miei codici preferenziali, fu per me un “cigno nero” in scala ridotta. Mise in discussione il mio gusto musicale, particolarmente malleabile come quello di ogni teenager, rivoluzionandolo. Iniziai quindi ad esplorare sempre più generi – per quanto mi limitai a raschiarne le superfici. In questo particolare contesto, l’avvento dei Nirvana mi ricongiunse al mio primo amore, il rock, mostrandomelo però in una veste più moderna, elettrizzante.

A primo impatto, ciò che più mi impressionò delle canzoni di Nevermind fu la loro forma. Buona parte dei brani sembrava vomitare rabbia repressa, rinchiusa però in una struttura straordinariamente orecchiabile. Lo scheletro di questa impalcatura sonora, il tanto amato e odiato stratagemma verse-chorus-verse (strofa-ritornello-strofa), era reso più vivo che mai dalla dissonanza tra la (relativa) quiete delle strofe e la vigorosa esplosione del ritornello – un escamotage che Cobain riprese dagli amatissimi Pixies. E questo schematico saliscendi emotivo, questo tattica di trepida attesa e contropiede fulmineo, è divenuto quasi istantaneamente una delle peculiarità più iconiche dei Nirvana, oltre ad essere stato una chiave fondamentale per il successo planetario di Nevermind.

Il video ufficiale di In Bloom, quarto singolo estratto da Nevermind.

Oltre alle melodie, geniali nella loro semplicità, rimasi stupefatto anche dai testi di Cobain. Per qualche strambo motivo, sembravano comunicare direttamente con me. Forse perché tendevo a ricondurre una discreta quota dei singoli versi alle esperienze che stavo vivendo in quel periodo critico – talvolta scollegandoli, volutamente, dalla dimensione originaria del testo. O forse perché, più semplicemente, la spaventosa enfasi con cui Cobain manifestava il suo tormento rendeva così reale quel malessere persistente da proiettarlo indirettamente su di me.


Ad ogni modo, le liriche di Cobain – che grossomodo trattavano tematiche come la depressione e la disillusione giovanile, ma anche questioni vertenti sull’ambito sociale, come la violenza sulle donne – erano costantemente permeate d’aura intrisa di rancore, astio e disprezzo, nonché di angoscia e oppressione, che veniva espressa – oltre che dalla voce – da wordplays diretti e taglienti, talvolta addirittura ironici e cruenti. Tuttavia, questa foga disperata – le cui origini, per inciso, sono da ricercare nella travagliata infanzia di Cobain – veniva spesso controbilanciata e poi annullata da una perpetua sensazione di rinuncia, di resa. Una resa condizionata da un forte pessimismo verso la fattibilità di una qualche svolta positiva, destinato a mutare in un totale disinteresse per l’esistenza stessa.

I found it hard, it’s hard to find
Oh well, whatever, nevermind

Smells Like Teen Spirit

I’m so lonely, that’s okay, I shaved my head and I’m not sad
And just maybe I’m to blame for all I’ve heard but I’m not sure
I’m so excited, I can’t wait to meet you there and I don’t care

Lithium

Monkey see, monkey do
Rather be dead than cool

Stay Away

The finest day that I’ve ever had
Was when I learned to cry on command
I love myself better than you
I know it’s wrong so what should I do?

On a Plain

Qualche tempo dopo aver (ri)sentito Nevermind e le altre opere presenti nella discografia dei Nirvana, estesi il mio campo d’ascolto all’intera area di Seattle, la culla del grunge. Volevo indagare sulle altre band della cerchia, e soprattutto sui possibili elementi in comune con il gruppo di Cobain. Presto mi accorsi che se da un lato prettamente musicale il “suono di Seattle” non era esattamente uniforme e ben definito – per quanto si possano scorgere delle evidenti influenze dal punk rock, dal rock tradizionale e dall’heavy metal, la cui presenza varia a seconda della band di riferimento -, da un punto di vista contenutistico esprimeva un’identità ben consolidata.

I componimenti di Layne Staley, Eddie Vedder e Chris Cornell, analogamente a quelli di Cobain, erano impregnati di tristezza, squallore, disagio e ingiustizie, figlie di un periodo storico-culturale avverso ai giovani di Seattle, abbandonati a loro stessi e vittime della disoccupazione e della droga. Il grunge era quindi il racconto crudo di una realtà maledettamente spietata, portata all’attenzione dei media proprio dallo scoppio atomico di Nevermind e immediatamente sfruttata per un’operazione commerciale d’immensa portata, con il dispiacere del suo sfortunato portavoce – e carnefice, in un certo senso – Kurt Cobain. Quest’ultimo, non a caso, poco dopo il trionfo del suo secondo disco venne immortalato, assieme alla neonata Frances Bean, con indosso una t-shirt con scritto “grunge is dead“, a voler indicare il crollo morale dei valori e della battaglie che il Seattle Sound portava avanti.

Quindi sì, per tornare alla questione originale, ha perfettamente senso parlare di Nevermind a distanza di trent’anni. Perchè Nevermind non è solo un semplice disco neotrentenne. É quell’album che ha scombinato le carte dell’intera industria musicale, rendendo mainstream un sound che per caratteristiche proprie non avrebbe mai dovuto esserlo. É quell’album che ha portato alla ribalta non solo la controversa figura di Kurt Cobain, consegnandola di fatto alla storia, ma tutto il movimento di Seattle. Ma soprattutto è quell’album che è divenuto la colonna sonora di una generazione intera, con Smells Like Teen Spirit a interpretare il ruolo dell’inno nazionale. Nevermind, in pochissime parole, è storia.

Certo, ascoltarlo per la prima volta a più di vent’anni dalla sua uscita non è certo come averlo ascoltato il 24 settembre 1991, su questo non ci sono dubbi. I tempi, i luoghi, la società e le persone sono cambiate drasticamente dagli anni ’90. Eppure, la forza comunicativa di Nevermind persiste, trascende il tempo stesso. Sono convinto che anche tra altri trent’anni ci sarà sempre un adolescente che si immedesimerà nelle parole di Cobain, che urlerà a squarciagola il ritornello frastornante di Territorial Pissings, che citerà sulla biografia di chissà quale nuovo social una frase di Come As You Are o che metterà come suoneria del cellulare il riff di Teen Spirit. E se mai dovessi sbagliarmi, well, whatever, nevermind.

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