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LA DEMOCRAZIA DIRETTA TRA ROUSSEAU E BEPPE GRILLO – AI MARGINI DELLA DEMOCRAZIA

A pochi giorni dal referendum sul taglio dei parlamentari, Beppe Grillo è tornato a esprimersi a favore della democrazia diretta, ritenendo che la democrazia rappresentativa sia ormai divenuta largamente inadatta. L’articolo – primo di una serie dedicata alla Democrazia – tenta di muovere alcune argomentazioni in difesa della democrazia rappresentativa e contro la sua degenerazione.

A pochi giorni dal plebiscito referendario che ha sancito la volontà di quasi il 70% degli elettori di ridurre il numero dei parlamentari da 945 a 600, Beppe Grillo, fondatore del partito di cui la legge costituzionale è figlia, si è espresso in termini critici nei confronti della democrazia rappresentativa. “Non credo assolutamente più in una forma di rappresentanza parlamentare”, ha affermato Grillo, aggiungendo poi: “credo nella democrazia diretta”. Nulla di nuovo sotto il sole, in fondo: il fondatore del Movimento è da sempre un sostenitore della democrazia diretta, avendone adottato le pratiche nelle questioni di politica interna del partito-non-partito tramite la piattaforma “Rousseau”, che deve per l’appunto il nome al massimo fautore di tale forma di governo. 

La democrazia diretta in Rousseau

Pur consapevole che si tratti di un’utopia, Rousseau difende l’ideale della democrazia diretta – e ne rigetta la controparte rappresentativa – in nome della necessità della più naturale e fedele espressione della volontà generale. In altri termini, Rousseau sostiene che, dal momento che un atto legislativo ha valore universale (deve, cioè, essere valido per tutti) esso non può che essere espressione della volontà di tutti. Nel rifiutare la democrazia rappresentativa, Rousseau afferma il primato della deliberazione universale, l’unico processo che può legittimare un atto di valenza universale. La democrazia rappresentativa, semplicemente, non è democrazia – dice Rousseau – perché tradisce la natura fondamentale della legge: l’universalità. Beppe Grillo si è espresso in modo leggermente più prosaico, in piena coerenza con la retorica che portò il Movimento in auge: facendo leva sul sentimento di delusione nei confronti dei rappresentanti, si invoca la democrazia diretta come metodo deliberativo alternativo per sopperire alla disonestà della “casta” e alla sua incapacità di rispondere ai problemi reali dell’entità che nella retorica grillina si configura come diametralmente opposta ad essa: il “popolo”.

La democrazia diretta nell’era del populismo

Pur restando fermo nelle sue convinzioni, Rousseau stesso riconosceva dei limiti nella democrazia diretta, e in particolare nella capacità delle masse di esprimere una volontà autonoma, illuminata e lungimirante.

Il popolo da sé vuole sempre il bene, ma non sempre lo vede da sé. La volontà generale è sempre retta, ma il giudizio che la guida non sempre è illuminato. Bisogna […] mostrarle la buona strada che cerca; controbilanciare l’attrattiva dei vantaggi presenti col pericolo dei mali lontani e nascosti.

Jean-Jacques Rousseau, Il Contratto Sociale, 1762

La questione sollevata da Rousseau stesso è di vitale importanza nella valutazione dei sistemi politici. La qualità delle scelte pubbliche non è indifferente dal soggetto da cui vengono elaborate. Da questa nozione può nascere la difesa più strenua della democrazia rappresentativa. Essa è molto di più di un mero compromesso per rendere praticabile la deliberazione pubblica in comunità piuttosto numerose, in cui non sarebbe fisicamente possibile riunire l’intera popolazione per votare a maggioranza sugli affari pubblici. L’elemento che più rende apprezzabile la differenza tra le due forme di democrazia è la consapevolezza che una porzione, sia pur rappresentativa, della popolazione, che abbia il compito di occuparsi esclusivamente di questioni pubbliche e venga pagata per farlo, possa compiere scelte migliori della popolazione stessa.

Beppe Grillo sembra ignorare tale argomento, concentrandosi solamente sui limiti pratici della democrazia diretta, che però – afferma Grillo – possono essere facilmente superati nell’era digitale. “Con il digitale possiamo fare tutto. Si può fare un referendum alla settimana”, sostiene il comico, dimenticando però il vero elemento distintivo della democrazia rappresentativa, le tracce del quale avrebbe, forse, potuto trovare anche in Rousseau.

Com’è possibile, dunque, essersi dimenticati di tale elemento, che, in normali condizioni, dovrebbe fungere da soluzione al problema sollevato da Rousseau stesso, ovvero la scarsa capacità delle masse di compiere delle decisioni pubbliche vicine all’ottimale? Da una normale democrazia rappresentativa ci si aspetterebbe una classe politica sufficientemente responsabile da fungere da guida che “mostri la buona strada” al giudizio popolare. Eppure, nell’era del populismo sembra essere accaduto l’opposto.

La costante ricerca del consenso priva ormai le decisioni pubbliche di qualsivoglia elemento di lungimiranza, e innumerevoli indicatori economici e sociali sembrano supportare l’ipotesi che qualcosa sia andato (e stia andando) storto nel nostro processo di public decision making. Invece di una guida illuminata, l’opinione pubblica ha trovato uno sfruttatore, incarnato di volta in volta dal leader di turno, pronto a sfruttare i sentimenti popolani più condivisi e legittimare quelli peggiori pur di ottenere il bene più prezioso nella democrazia contemporanea: il consenso.

Democrazia rappresentativa o “indirettamente diretta”?

Pare dunque di essere entrati in una nuova fase democratica, in cui la versione “rappresentativa” della democrazia si sia snaturata fino a divenire “indirettamente diretta”. In una democrazia rappresentativa, i rappresentanti politici vengono eletti per un periodo di tempo limitato e sono incaricati di prendere decisioni per conto del popolo al meglio delle loro capacità. Tale prerogativa li esula dal doversi confrontare ad ogni occasione con il popolo, perché di essi sono la diretta espressione costituzionale.  In una democrazia formalmente rappresentativa ma, alla prova dei fatti, “indirettamente diretta”, i rappresentanti politici rinunciano al proprio ruolo e alla propria prerogativa di guida politica al fine di mantenere il legame con le masse votanti, e di conseguenza il loro consenso, diventando di fatto non più delle guide ma, come scrisse Enrico Letta nei confronti di Matteo Salvini, “follower dei propri followers”, assoggettandosi alla volubile opinione delle masse.

La rinuncia della classe politica alle proprie responsabilità, in favore di una retorica (e di una politica) più acchiappa-consensi, sono il vero cancro che affligge il nostro Paese. Tale rinuncia è figlia della transizione dalla politica tesa al bene pubblico alla politica tesa al bene personale o di partito. Assistenzialismo, promesse elettorali di corto respiro e slogan sono infatti un toccasana per il consenso di un partito claudicante o nascente, ma hanno effetti manifestamente deleteri per il Paese. Si noti poi l’ironia nel fatto che di tale transizione il Movimento 5 Stelle sia il massimo rappresentante: nell’affermare, facendo uso di slogan e promesse populiste, di voler tornare ad una politica per i cittadini, stava invece cavalcando il processo inverso, guadagnando voti a scapito del bene pubblico di lungo termine.

Ciò di cui un’opinione pubblica allo stato brado ha bisogno non è dunque un maggior peso politico, ma piuttosto una nuova classe politica all’altezza delle proprie responsabilità, rappresentativa del (ma non assoggettata al) popolo, che sappia ricondurre il Paese nell’ambito di una vera e propria Democrazia Rappresentativa.

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