PRESIDENTE JAIR MESSIAS BOLSONARO/Flickr
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LA NECROPOLITICA DI BOLSONARO E IL COVID-19

Scegliere chi far vivere o chi lasciare morire fa parte di una serie di politiche di controllo sociale attraverso la morte: la cosiddetta necropolitica, concetto sviluppato dal filosofo camerunese Achille Mbembe. In questi mesi di pandemia medici di tutto il mondo si sono trovati di fronte a questa complessa questione. 

Italia

In Italia, durante le settimane di picco del numero di contagi da Coronavirus, i medici in prima linea si trovarono a dover scegliere chi salvare. La priorità veniva data a coloro che avevano “maggiore probabilità di sopravvivere” tra migliaia di pazienti che occupavano i letti delle terapie intensive degli ospedali. Insieme all’Italia, diversi altri paesi si sono imbattuti nella stessa situazione. Si parla soprattutto di contesti in cui il sistema sanitario si è rivelato essere inefficiente di fronte a un numero sempre più crescente di positivi. 

In un’intervista al programma Accordi & Disaccordi, il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte non è riuscito a trattenere la commozione alla domanda sul momento più difficile dell’emergenza: È stato quando ho dovuto confrontarmi con i primi decessi. E ho capito che sarebbero aumentati. Lì abbiamo toccato con mano una ferita che si sarebbe aperta sempre più”, ha confessato con voce spezzata. 

Negazionisti nel mondo

Data la drammaticità del contesto, mostrare tale compassione sembrerebbe normale. Invece, non è stato proprio sempre così, e nemmeno ovunque. Politiche negazioniste non sono mancate in questi mesi di pandemia. Soprattutto nel periodo iniziale di crisi sanitaria diversi leader politici hanno minimizzato e fatto ironia sulla gravità del problema. 

A marzo, il primo ministro inglese Boris Johnson aveva invitato i cittadini inglesi ad abituarsi all’idea di perdere i propri cari. Il suo atteggiamento iniziale è stato caratterizzato dallo slogan “Nothing will change”.

Nemmeno da oltreoceano sono mancate dichiarazioni sgradevoli. Il presidente americano Donald Trump ha più volte criticato l’OMS accusandola di diffondere dati falsi sul numero dei morti e contagi. “Molte persone che contrarranno il virus si riprenderanno rapidamente, senza neanche andare dal medico”. Anzi, “alcuni continuano ad andare al lavoro e stanno bene”, diceva

Affermazioni spiacevoli si sono sentite anche in Sudamerica. Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro, seguendo le orme del collega americano che tanto ammira, ha più volte relativizzato la situazione del paese. In un’intervista disse: “Qualcuno morirà? Certo, qualcuno morirà. Mi dispiace, è la vita.e ancora “in Italia ci sono tanti morti perché è un paese di vecchietti”.

Di fronte alla gravità dei dati e l’aumento esponenziale del numero di vittime, anche i leader negazionisti si sono dovuti ricredere. A fine marzo, mentre nello stato di New York si scavavano le prime fosse comuni in cui seppellire i deceduti, Donald Trump ha ammesso la gravità della situazione. Così ha fatto anche il premier britannico, dopo essere stato lui stesso ricoverato a seguito del contagio per Coronavirus. 
C’è qualcuno però che non sembra non fermarsi nemmeno di fronte all’evidenza: Jair Bolsonaro.

Brasile

Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) in materia sono state chiare fin da subito: per contenere l’avanzamento della malattia, è necessario promuovere l’isolamento sociale. 
Contro le raccomandazioni dell’OMS, Jair Bolsonaro ha suggerito vie d’uscita alternative. Ha condotto raduni pubblici; ha difeso il ritorno al lavoro a distanza sociale; oltre all’uso di farmaci, come la clorochina, la cui efficacia nel trattamento della malattia non è stata ancora scientificamente dimostrata.

Tuttavia, sin dall’inizio della pandemia in Brasile il Ministero della Sanità, cui direzione è stata inizialmente affidata a Henrique Mandetta, ha determinato l’isolamento sociale attraverso la chiusura di attività commerciali e lo stop delle attività produttive considerate non essenziali.
La mancata sintonia tra le posizioni del ministro della sanità e quelle del presidente, ha reso instabile lo stesso governo. A metà aprile, il ministro della sanità veniva licenziato e sostituito con Nelson Teich, il quale si è dimesso dopo nemmeno un mese. Licenziare il Ministro della Sanità in una situazione così critica, con il pretesto che questo avesse ignorato gli impatti dell’isolamento sociale sull’economia, è la prova del ragionamento irresponsabile di Bolsonaro. Il Brasile si trova attualmente senza un Ministro della Sanità.

Una “gripezinha”

Il 24 marzo, attraverso una dichiarazione su rete nazionale, il capo di stato del Brasile ha suggerito la fine della quarantena e ha messo in dubbio la chiusura delle scuole, oltre a classificare nuovamente il Covid-19 come “gripezinha” (leggera influenza) e si è dichiarato “rilassato”, sottolineando che ha “una buona salute in quanto ex atleta”. 
Peccato però, che la “gripezinha” ha portato, ad oggi venerdì 29 maggio, quasi 27 mila morti e più di 420.000 contagiati. 

A fronte delle sue affermazioni, il Presidente è stato più volte bersaglio di “panelaços”, manifestazioni da parte della società civile con pentole, clacson e proiezioni di diapositive negli edifici con le parole “Fora Bolsonaro!”.

Il terzo più grande desiderio dei brasiliani

Nonostante in Brasile la salute sia gestita da un sistema sanitario pubblico (SUS), questo non è riuscito a raggiungere pienamente gli obiettivi di efficacia, dovuto alla limitazione delle proprie risorse finanziarie. Pertanto, la precarietà del sistema sanitario pubblico stimola un aumento della domanda di piani sanitari, rafforzando il settore sanitario privato.
Successivamente alla crisi che ha toccato il paese nel 2015-2016, molti brasiliani non hanno trovato altra opzione se non quella di tagliare alcune spese, e lo hanno fatto proprio con quelle relative al piano sanitario. 
Secondo un sondaggio condotto da Ibope Inteligência su richiesta dell’Institute for Supplementary Health Studies (IESS), avere un’assicurazione sanitaria è il terzo più grande desiderio dei consumatori brasiliani. I quattro elementi più desiderati sono l’istruzione (1°), la proprietà della casa (2°), assicurazione medica (3°) e assicurazione sulla vita (4°). 

Lo Stato dell’Amazonas, ad esempio, è stato tra i più colpiti dalla pandemia. È proprio lì che sono stati registrati circa il 10% dei decessi da COVID-19 in Brasile, portando a un collasso delle strutture sanitarie e funebri. A preoccupare maggiormente sono le condizioni di vita delle popolazioni indigene che vivono nei territori più remoti dell’Amazzonia.

Da crisi sanitaria a crisi politica

Diversi politici brasiliani hanno ripudiato il comportamento del presidente. Molti governatori hanno deciso di proseguire con le politiche di isolamento e prevenzione. Tuttavia, l’efficacia delle misure dipende anche dalla capacità dello Stato in termini di investimenti nei servizi di sanità pubblica e assistenza sociale ai più vulnerabili.  

La crisi del governo federale è peggiorata da aprile: oltre agli scontri con i governatori, ci sono state anche manifestazioni contro l’isolamento, condotte in alcune città brasiliane, con minacce al Congresso Nazionale e al Supremo Tribunale Federale.
La sfiducia da parte del Supremo tribunale si è manifestata chiaramente nel momento in cui il presidente brasiliano si è rifiutato di mostrare i propri risultati del test per Coronavirus. 

Secondo un’analisi del Financial Times, Bolsonaro si trova in un momento di difficoltà politica. L’indice di popolarità è crollato e si trova ora sotto il 30%. Circa il 50% della popolazione disapprova la gestione della pandemia da parte del governo.

A mettere ancora più a rischio la posizione del capo dello stato brasiliano sono state le dimissioni dell’ex giudice della famosa operazione anticorruzione Lava Jato ed ex ministro della Giustizia Sérgio Moro, il 24 aprile. In seguito alle dimissioni, Moro ha fornito diverse prove contro Bolsonaro, accuse che sono state sufficienti affinché la Corte Suprema avviasse un’indagine che potrebbe portare ad eventuale impeachment.

Coerenza

A molti la posizione di Bolsonaro non sorprende. Di fatto, ha agito in modo coerente con la politica attuata fin dal primo giorno di mandato, anzi, dal primo giorno di campagna elettorale. Osservando la sua traiettoria è possibile individuare un frequente atteggiamento di opposizione al “sistema”. Come un outsider, qualcuno che sarebbe presumibilmente in grado di mettere in discussione i poteri e la conoscenza storicamente costituiti.
Il presidente brasiliano difende da sempre la riduzione della spesa sociale da parte dello Stato in materia di politiche sociali e lo smantellamento della sanità pubblica e dei servizi di istruzione. Tuttavia, la scienza, l’istruzione e la ricerca, così come un sistema sanitario efficace giocano un ruolo fondamentale nella strategia per affrontare la pandemia. 

La necropolitica di Bolsonaro

In uno scenario crescente di vittime, i più esposti sono coloro che si trovano in una situazione di vulnerabilità sociale, politica ed economica, come già discusso in questo articolo. Pratiche semplici per contenere la diffusione del virus, come un’igiene adeguata, l’uso di disinfettante e mascherine di protezione individuale, non sono così scontate.

Alla luce di questa situazione, settori isolati della società civile brasiliana assumono un ruolo guida nell’attuazione della necropolitica. Una parte dell’élite urbana brasiliana abbraccia un discorso contrario alle politiche di isolamento sociale, tra le varie misure previste dalla legge n. 13.979, del 6 febbraio 2020. Contro la quarantena vi è l’argomentazione a favore della ripresa delle attività economiche, l’accumulo di ricchezza e l’aumento del reddito a danno di quella fascia della società che “morirebbe comunque”. Stiamo parlando delle tribù indigene, già vittime di multinazionali, bracconieri e minatori. Della popolazione nera che vive nella favelas, già soggetta alle violenze della polizia.

È importante sottolineare che Jair Bolsonaro rappresenta il grande capitale internazionale e i suoi alleati interni. Le azioni da lui attuate sono in linea con le esigenze capitalistiche per affrontare la crisi: massimizzare i profitti, rimuovere i diritti e abbassare le condizioni di vita della classe lavoratrice.

Ciò che ci si chiede ora è: fino a che punto può arrivare Bolsonaro? Tutti i suoi comportamenti non fanno altro che pensare a una sempre più vicina rottura della democrazia verso un sistema decisamente autoritario.

Madalena Lima

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