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La nuova geopolitica dell’energia: come si stanno muovendo Stati Uniti, Europa, Cina e non solo 

27 Agosto 2023

La nuova geopolitica dell’energia. Gli Stati Uniti hanno raggiunto l’indipendenza energetica grazie agli investimenti in oil e shale gas, ma ora cercano di guidare la transizione verso energie pulite. L’Europa è stata fino a ieri dipendente dall’energia russa. La Cina cerca di diversificare le sue fonti energetiche attraverso alleanze con Russia e altre nazioni, anche in Africa. I paesi emergenti come India e Corea del Sud stanno aumentando la richiesta energetica per sostenere la crescita economica, mentre il Medio Oriente domina la scena grazie alle sue aziende energetiche di stato.

L’AUTOSUFFICIENZA DEGLI STATI UNITI

Ogni presidente degli Stati Uniti a partire da Richard Nixon nel 1973 ha cercato di conseguire l’obiettivo dell’indipendenza energetica degli Stati Uniti, ottenuto definitivamente nel 2019, anno in cui per la prima volta dal 1952 gli Stati Uniti hanno esportato più energia di quanto ne abbiano importata. Il driver principale in questo processo è stato l’aumento della produzione stimolato dal successo degli investimenti in tight oil e shale gas, mentre la produzione di carbone è diminuita. 

Sotto l’amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno alimentato una ripresa della produzione di combustibili fossili domestici, incentivando gli investimenti di perforazione ed estrazione mineraria. 

Al 2019, i combustibili fossili rappresentavano circa l’85% del mix totale di domanda energetica.
La produzione petrolifera statunitense è tornata a crescere a un tasso medio sperimentato solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Per quanto riguarda il gas, l’aumento della produzione ha reso gli Stati Uniti il primo produttore mondiale e, grazie all’avvio di sei impianti di liquefazione, tra i più importanti esportatori mondiali di gas. Le esportazioni energetiche americane sono in continua crescita, e dopo sessant’anni gli Stati Uniti sono tornati a essere un esportatore netto di prodotti petroliferi raffinati come benzina e diesel. Tra i principali acquirenti di questi prodotti troviamo economie emergenti come India, Brasile, Cina e Turchia. La produzione di petrolio degli Stati Uniti è aumentata notevolmente negli ultimi anni, grazie allo sviluppo delle tecniche di estrazione non convenzionale come lo shale oil e lo shale gas. Inoltre, gli Stati Uniti hanno investito in nuove infrastrutture di raffinazione, che hanno permesso di aumentare la produzione di prodotti petroliferi raffinati.

Nel 2021, l’Amministrazione Biden ha introdotto un ambizioso programma ambientale che mira a raggiungere emissioni nette zero negli Stati Uniti entro il 2050. Come passo intermedio, si propone di ridurre del 50% le emissioni di anidride carbonica entro il 2035. Questo programma prevede anche investimenti significativi, con un budget di 400 miliardi di dollari in dieci anni, per lo sviluppo di tecnologie e innovazioni nel campo dell’energia pulita e della Green Economy. Tra gli obiettivi principali del programma energetico statunitense, c’è l’installazione di oltre 500.000 nuovi punti di ricarica pubblici per veicoli elettrici entro il 2030. Nel corso degli anni, gli investimenti nella Green Economy promuoveranno la sostituzione graduale delle attuali tecnologie, coinvolgendo sia il settore pubblico che privato in nuovi macchinari, tecnologie e infrastrutture per agevolare una transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. 

L’EUROPA E LA DIPENDENZA DALLA RUSSIA

Nel febbraio 2011, l’Unione Europea e la Russia stabilirono una partnership di lungo termine nel settore energetico. L’accordo prevedeva la cooperazione tra le due entità nel settore del gas, del petrolio e delle energie rinnovabili. Alcuni analisti espressero preoccupazione per il fatto che l’accordo avrebbe potuto dare alla Russia troppo potere sull’UE.

L’accordo all’epoca costituì un passo importante verso la creazione di un mercato energetico integrato e sostenibile in Europa. Nel decennio successivo, culminato con l’invasione dei confini ucraini da parte della Federazione Russa, sono emersi tre rischi significativi legati all’eccessiva dipendenza energetica europea. Il primo rischio è di vulnerabilità strategica. L’UE dipende fortemente dalle importazioni di energia e questo la rende vulnerabile a interruzioni delle forniture o a shock inflazionistici. Il secondo rischio è a livello infrastrutturale. L’UE ha bisogno di investire in infrastrutture per stoccare, trasportare e generare energia da gas e rinnovabili. Il terzo rischio è di natura politica. La Russia, divenendo il primo fornitore di energia, ha usato la sua posizione per esercitare pressioni politiche sull’UE. 

Il valore medio mensile delle importazioni di prodotti energetici nell’UE è aumentato significativamente dal 2016 al 2019, passando da 17,4 a 25,8 miliardi di euro (primo trimestre 2019). Nel 2018, la Russia ha fornito il 27% del petrolio importato dall’UE e si è imposta come il principale fornitore di gas naturale dell’UE, con una quota del 39,3% del commercio totale extra-UE. Le relazioni energetiche tra UE e Russia si sono progressivamente complicate nell’ultimo decennio e non sono mancate le avvisaglie di quanto  sarebbe poi accaduto nel 2020. Nel gennaio 2009, Gazprom, la compagnia energetica russa, interruppe il flusso di gas verso l’Ucraina a causa di pagamenti insoluti da parte del gruppo energetico ucraino Naftogaz. La sospensione delle forniture ebbe un impatto significativo sull’Europa, che si trovò ad affrontare una grave crisi energetica. Nel 2004-2005, l’Ucraina ha vissuto la cosiddetta “Rivoluzione arancione“, una serie di manifestazioni di piazza che hanno portato alla destituzione del presidente Viktor Yanukovych. La rivoluzione fu innescata dall’accusa di brogli elettorali alle elezioni presidenziali. La sospensione delle forniture di gas da parte della Russia fu vista come una forma di pressione politica sull’Ucraina. Alle elezioni presidenziali del 2010, la Russia sostenne il candidato filorusso Viktor Yanukovych, poi eletto. 

Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, a Kiev, in Piazza dell’Indipendenza, si svolse una serie di manifestazioni di protesta (che presero il nome di “Euromaidan”), contro la decisione del presidente filorusso di non firmare un accordo di associazione con l’Unione Europea, preferendo accettare un pacchetto di investimenti economici da Mosca. Il 21 febbraio 2014, Yanukovych fuggì dal paese e si rifugiò in Russia, mentre nella capitale si insediò un nuovo governo filoccidentale. Di lì a poco le tensioni tra Ucraina e Russia sfociarono nell’annessione russa della Crimea e nel conflitto in Donbass, antefatti dell’invasione su scala nazionale perpetrata da Mosca a partire dal febbraio 2022. Stando ai dati Eurostat del 2020 sulle importazioni europee di prodotti energetici, l’Unione Europea importava il 58% dell’energia consumata. Il mix energetico era così composto: 35% petrolio, 24% gas naturale, 17% fonti rinnovabili, 13% nucleare, 11% carbone. La Russia era il principale fornitore di petrolio (26%), gas naturale (46%) e carbone (53%) ed era responsabile del 24% del complessivo fabbisogno energetico europeo. I paesi maggiormente esposti all’importo di prodotti energetici dalla Russia erano Lituania (96,1%), Slovacchia (57,3%) e Ungheria (54,2%). Germania e Italia erano esposte rispettivamente per il 31,1% e per il 23,8%, con una forte incidenza del gas naturale (58,9% e 40,4%). Sulla base del quadro descritto emerge con chiarezza la forte dipendenza europea dal fornitore russo. Non a caso negli ultimi anni la Russia non si è fatta scrupoli nell’utilizzare gli idrocarburi come leva geopolitica, come ad esempio nel dossier Nord Stream 2

Al momento dell’inizio del conflitto, il 60% del gas naturale consumato dall’Unione Europea era importato, per il 40% russo e arrivava in Europa attraverso quattro gasdotti principali: Nord Stream, Yamal-Europe, Urengoy–Pomary–Uzhhorod, Turkstream. A seguito dell’invasione dell’Ucraina, i paesi membri UE hanno reagito con compattezza avviando subito una drastica politica di “decoupling” al fine di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi russi. Le sanzioni nel settore energetico sono state molto più impattanti rispetto a quelle varate nel 2014, relative all’annessione della Crimea. Il divieto di importazione di carbone ha colpito almeno un quarto dell’export globale di carbone russo, per un valore di otto miliardi di euro annui. Il divieto di importazione di petrolio ha previsto un’eccezione temporanea per le importazioni via oleodotti da parte dei paesi maggiormente dipendenti dalla Russia. Per la Bulgaria è stata prevista una deroga temporanea per l’importazione di petrolio via mare, mentre la Croazia ha potuto importare gasolio sottovuoto. Le sanzioni sul petrolio russo hanno colpito complessivamente il 90% dell’import di petrolio russo nell’Ue. Sul fronte del gas, Bruxelles non aveva ancora applicato alcuna sanzione, vista l’elevata dipendenza di paesi come Germania e Italia. Tuttavia, questi due Paesi sono riusciti in breve tempo a riorganizzare le proprie fonti di approvvigionamento e a mantenere capienti i propri stoccaggi di gas. Il sabotaggio del Nord Stream e del suo raddoppio nel settembre 2022 ha definitivamente reciso il cordone energetico tra UE e Russia. Intanto, l’UE sta cercando di aumentare le importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti, dal Qatar e da altri paesi. Nell’ultimo anno, circa i due terzi degli afflussi incrementali di GNL in Europa sono arrivati grazie alle navi-cisterna americane. Tuttavia, anche altri fornitori, come Qatar, Norvegia, Algeria ed Egitto, hanno giocato un ruolo fondamentale nel reindirizzare significativi volumi verso il mercato europeo. 

LA POLITICA ENERGETICA DEL DRAGONE

La Russia ha guadagnato 13 miliardi di dollari in più dalle esportazioni di carbone, petrolio e gas a Cina e India da febbraio 2022 a giugno 2022. Gli acquisti cinesi di petrolio russo sono aumentati del 55% rispetto a maggio 2021, portando la Russia a diventare il maggiore fornitore di petrolio per la Cina, superando l’Arabia Saudita. Anche l’India ha aumentato di circa trenta volte gli acquisti di petrolio russo rispetto allo stesso periodo del 2021. I due colossi asiatici hanno acquistato complessivamente circa 2,4 milioni di barili di greggio russo al giorno, con uno sconto del 30% rispetto al prezzo di mercato. Gazprom sta compensando i minori volumi di gas esportati nel vecchio continente con gli ordini degli acquirenti asiatici, che tuttavia acquistano a prezzo scontato e possono effettuare le transazioni con la propria valuta. Il gasdotto “Power of Siberia” porta gas russo in Cina per 10 miliardi di metri cubi all’anno e Mosca vorrebbe portare i volumi a 50 miliardi attraverso la costruzione del “Power of Siberia 2”. Nei primi sei mesi del 2022, le forniture di gas alla Cina sono aumentate del 63,4%, nonostante un calo del 30% dell’export e una riduzione della domanda globale di 24 miliardi di metri cubi. La Russia è pronta a consolidare l’interdipendenza energetica in Asia, ma non mancano i dubbi sulla sostenibilità nel lungo periodo di tale strategia. Cina e India già soddisfano, infatti, parte del proprio fabbisogno energetico attingendo da altri fornitori in Medio Oriente. Inoltre, saranno necessari anni per ampliare la capacità delle condotte. Infine, la partnership tra Cina e Russia vede Mosca giocare la parte dell’alleato debole, esponendola a una forte dipendenza dalla domanda di gas naturale cinese. 

La Cina è il secondo paese più grande del mondo per consumo di energia, dopo gli Stati Uniti. La sua economia è in rapida crescita e il suo consumo di energia è destinato a crescere ancora nei prossimi anni. La Cina dipende fortemente dalle importazioni di energia, soprattutto dal Medio Oriente e dall’Africa. L’afflusso di gas russo rappresenta un’ottima opportunità agli occhi di Pechino per diversificare maggiormente il proprio portafoglio energetico. La Cina importa circa il 70% del suo petrolio e il 50% del suo gas naturale. Questa dipendenza dalle importazioni rende la Cina vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi dell’energia e alle instabilità politiche nei paesi produttori di energia. La Cina sta investendo in energia rinnovabile, ma il carbone rimane la sua principale fonte di energia, dato che soddisfa circa il 60% del suo fabbisogno energetico. La combustione di carbone è una delle principali cause dell’inquinamento atmosferico in Cina. Non a caso, il paese è il più grande emettitore di gas serra al mondo. La Cina sta affrontando una serie di sfide legate all’energia, tra cui la sicurezza energetica, l’inquinamento e i cambiamenti climatici.

La grande domanda di risorse energetiche ha spinto la Cina a cercare nuove alleanze in Africa arrivando a stipulare  oltre trenta accordi strutturali per la concessione di prestiti con più di venti Paesi africani, e ha investito in numerosi progetti per sfruttare le risorse naturali africane. Gli analisti ritengono che la Cina stia giocando un ruolo importante nell’aumento del prezzo del petrolio. Questo perché la Cina è un grande importatore e la sua domanda è in costante aumento. Il paese è anche un grande importatore di altre materie prime, come il ferro, il rame e il carbone.

La presenza cinese in Africa ha sollevato alcune preoccupazioni, dato che attraverso “la trappola del debito” finisce per prendere il controllo delle risorse strategiche che i paesi debitori insolventi danno in garanzia dei finanziamenti ricevuti da Pechino. A seguito del moltiplicarsi dei casi di pignoramento, i governi dei paesi africani sono via via sempre meno incentivati ad accettare accordi di questo tipo. Al tempo stesso, la Cina offre risorse finanziarie senza pretendere in cambio il rispetto dei diritti umani o degli standard ambientali nella realizzazione delle infrastrutture, a differenza degli investitori occidentali. Circa il 50% delle esportazioni cinesi sono dirette verso l’Asia, l’America Latina e l’Africa, mentre oltre il 60% delle importazioni cinesi provengono da queste stesse regioni. Nel contesto di questa espansione, il commercio bilaterale tra la Cina e l’Africa ha raggiunto un valore di circa 18 miliardi di dollari all’anno, registrando un notevole incremento del quasi 100% negli ultimi cinque anni. Gli analisti economici di Pechino sono sempre più entusiasti delle prospettive che l’Africa offre e il governo cinese ha dichiarato pubblicamente e ufficialmente di considerare il continente africano come un mercato fondamentale a lungo termine per i suoi beni di consumo a basso costo. 

Inoltre, Pechino pone molta  enfasi sulle opportunità di investimento nelle economie africane, specialmente nei settori minerario, delle telecomunicazioni e dell’edilizia, che le aziende cinesi potrebbero sfruttare. Questo sviluppo dei rapporti economici è stato favorito da joint venture supportate da finanziamenti cinesi, risultando nell’operatività di quasi 700 compagnie cinesi attive in ben 49 dei 54 Paesi africani. La maggioranza di queste imprese opera in  settori come il commercio, l’industria, i trasporti, l’agricoltura e l’estrazione mineraria. Per mantenere la crescita economica straordinaria degli ultimi decenni, la Cina deve garantire una maggiore sicurezza nelle forniture energetiche e nelle risorse naturali e al tempo stesso  è determinata a ridurre la sua dipendenza dal mercato internazionale del petrolio, cercando di ottenere accesso diretto alle fonti di approvvigionamento. Ciò si traduce nell’acquisto di azioni dei giacimenti petroliferi africani e nell’instaurazione di accordi, anche di natura militare, per garantire l’accesso a queste risorse.

LA GEOPOLITICA DELL’ENERGIA DEI PAESI EMERGENTI

I Paesi emergenti, seguendo modelli occidentali, stanno aumentando la richiesta energetica per sostenere la loro crescita moderna. Le dinamiche energetiche sono centrali nel panorama geopolitico, con una crescita del consumo globale del 47% dal 1985 al 2005 secondo il Dipartimento dell’Energia USA. Le previsioni dell’IEA indicano un aumento del 55% nella domanda di energia primaria entro il 2030, fino a  17,7 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio. Il consumo energetico è cambiato nel tempo: nel 1990, l’OCSE aveva il 57%, l’ex blocco sovietico il 14% e i Paesi in via di sviluppo il 29%. Tuttavia, entro il 2030, i Paesi in via di sviluppo avranno il 47%, l’OCSE il 34% e l’ex-area sovietica il 20%. Questa tendenza riflette una polarizzazione globale tra esportatori di energia e consumatori crescenti, trainati dagli emergenti come Cina e India. Nel 2015, i Paesi emergenti rappresentano il 47% del mercato energetico globale, destinato a superare il 50% nel 2030, dal 41% attuale. Il Giappone è il principale importatore di petrolio e gas in Asia, data la sua scarsità di risorse interne. È altamente dipendente dal gas liquefatto e ospita il maggior numero di rigassificatori al mondo, cosa che lo rende  uno dei maggiori importatori globali di gas. Le principali aziende giapponesi sono coinvolte nell’importazione di petrolio e gas sia attraverso progetti oltremare che nel settore downstream. Le principali fonti di importazione sono Malaysia, Indonesia e Australia. 

Il mercato energetico giapponese è variegato, con aziende pubbliche e private, nazionali e straniere. In passato, il governo aveva creato la Japan National Oil Corporation, dominante nel settore fino a qualche anno fa. Successivamente, si sono sviluppate diverse società pubbliche e private, come la Nippon Oil Corporation (parte di Mitsubishi), impegnata nell’esplorazione, raffinazione e distribuzione. Idemitsu Kosan, oltre al settore downstream, è coinvolta nell’esplorazione in Norvegia e nel Sud Est Asiatico. Inpex, la maggiore compagnia giapponese, si focalizza principalmente su progetti oltremare, con interessi significativi in Indonesia, Kazakhstan e un progetto di estrazione di gas naturale denominato Ichthys nelle acque dell’Australia. Inoltre, Inpex possiede un giacimento di gas al largo di Timor Est. Le compagnie giapponesi hanno anche avviato progetti in Iran e nelle Isole Sakhalin. 

La Corea del Sud, classificandosi al quinto posto tra gli importatori mondiali di petrolio e al secondo per il gas naturale, affronta la carenza di risorse attraverso operazioni principalmente estere. La compagnia chiave del paese, SK Corporation, ha interessi significativi in Yemen, Argentina, Mar del Nord, Kazakhstan, Vietnam e Australia. Allo stesso tempo, altri Paesi asiatici come Filippine, Vietnam e Cambogia stanno vivendo un rapido aumento nella domanda energetica a causa della crescita economica accelerata. 

L’India si distingue tra gli emergenti, accanto alla Cina, mentre entrambe si avviano a diventare superpotenze globali. La crescita economica rapida dell’India porterà a un aumento significativo nella richiesta energetica, esercitando un forte impatto sul consumo mondiale di energia. La domanda di energia dovrebbe crescere del 3,6% all’anno entro il 2030, con il carbone rimasto come principale fonte. Il settore elettrico, guidato dalla richiesta delle industrie e degli edifici residenziali e commerciali, sarà un importante fattore di crescita. Inoltre, il settore dei trasporti sarà tra i più veloci e in crescita, a causa dell’espansione del parco veicoli. 

L’India dipenderà in gran parte dalle importazioni per soddisfare il suo fabbisogno energetico sia attuale che futuro. Le importazioni di carbone aumenteranno notevolmente, rappresentando il 28% della domanda totale nel 2030, rispetto al 12% del 2005. Le importazioni nette di petrolio raggiungeranno 6 milioni di barili al giorno nel 2030, poiché le riserve nazionali sono limitate. L’India supererà il Giappone come terzo importatore netto di petrolio entro il 2025. Sebbene ci si attenda un aumento temporaneo della produzione di gas a seguito di scoperte recenti, si prevede che raggiungerà il suo picco tra il 2020 e il 2030, diminuendo gradualmente successivamente. In India, il settore petrolifero è in gran parte controllato dallo Stato, che possiede partecipazioni in tutte le aziende energetiche. La principale azienda operante nell’intera catena di produzione è la ONGC (Oil and Natural Gas Corporation), responsabile dell’esplorazione e dell’estrazione a livello nazionale, con circa il 75% delle riserve indiane. La ONGC Videsh, affiliata alla ONGC, possiede il 25% delle partecipazioni nella GNPOC, impegnata nell’estrazione petrolifera in Sudan. Un altro importante coinvolgimento è il 20% nei progetti guidati da Exxon Mobil nelle Isole Sakhalin. La IOCL (Indian Oil Corporation Limited) è la principale azienda di raffinazione e distribuzione, con il controllo di 10 delle 17 raffinerie nel paese. Il governo indiano ha avviato nuovi progetti di esplorazione energetica, coinvolgendo anche compagnie private. Alcune raffinerie sono già in mano a soggetti privati. Mentre finora i progetti sono principalmente affidati a compagnie indiane, si considera l’opzione di attrarre grandi colossi internazionali per sfruttare tecnologie avanzate. Il settore privato è guidato da Reliance Industries, specializzata nell’estrazione in India. La situazione è simile nel settore del gas naturale, anche se le importazioni di gas sono inferiori rispetto al petrolio. Tuttavia, si prevede un aumento della domanda interna e si valuta la costruzione di gasdotti dal Turkmenistan attraverso Afghanistan e Pakistan o dall’Iran attraverso Pakistan verso l’India. Negli ultimi anni, nonostante l’aumento dei prezzi del petrolio, la domanda energetica è cresciuta. Questo aumento è attribuito sia all’insicurezza dei mercati petroliferi globali a causa dei conflitti in corso che all’ingresso di nuovi consumatori come Cina, Brasile, India e ex membri dell’Unione Sovietica. Tuttavia, l’espansione della domanda non è stata accompagnata da un adeguato sviluppo delle capacità di produzione. 

La geopolitica dell’energia contemporanea è dominata da aziende di Stato, prevalentemente legate a Paesi emergenti. La società di punta è Aramco dell’Arabia Saudita, con profitti in crescita del 90% e la più alta capitalizzazione di Borsa nel settore. Si prevede che i Paesi del Medio Oriente accumuleranno ulteriori 1.300 miliardi di dollari di ricchezza nei prossimi quattro anni grazie al controllo delle principali aziende energetiche mondiali, secondo il Fondo Monetario Internazionale. A beneficiarne saranno i Fondi sovrani come il Saudi Arabia Public Investment Fund, il Qatar Investment Authority, l’Abu Dhabi Investment Authority e il Kuwait Investment Authority

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