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LA “SOCIETÀ CONFESSIONALE” E I SUOI NARCISI

Gli Stoici dicevano che ci si deve applicare e ritirare in sé stessi, e lì dimorare. Figure come Seneca e Marco Aurelio non avrebbero di certo patito un’imposta quarantena, né tantomeno un distanziamento sociale. Con quel loro terapeutico e svariato scrivere: annotare riflessioni su sé stessi da rileggere in seguito, comporre lettere indirizzate ad amici per aiutarli, tenere taccuini. Serbavano viva la propria interiorità. Con quel loro scrivere a mano, cancellare e rivedere che oggi ci appare tanto lento. E con quella solitudine, tremenda condanna e meravigliosa conquista, come indispensabile principio.

Un processo oggi che, se non del tutto smarrito, ha subito un totale rovesciamento. Le nostre “Lettere a Lucilio” sono le bacheche dei nostri profili social, dove ognuno s’impone di esternare sentimenti, sensazioni, problemi estemporanei. Il nostro bisogno naturale di relazioni si riflette in comode e veloci comunità virtuali, dove ciascuno di noi ha diritto di cittadinanza, di “partecipare” alla vita pubblica di tale comunità. La condivisione di problemi e pensieri privati è stata elevata a virtù civica, uno dei pochi mezzi per offrire alla collettività un senso di coesione. Così molti vivono la vita per poterla raccontare sui social, in cerca di altri “es-posti”. Il Narciso contemporaneo, trovandosi di fronte alla propria immagine riflessa nell’acqua, non annega nel tentativo di afferrarla: la ricerca è di uno sguardo altrui, ossessione da autoscatto. Siamo la “me-Generation”, figli bastardi dell’incontro fatale tra i criteri diagnostici distintivi del disturbo narcisistico e i valori moderni trasmessi dai mezzi di comunicazione di massa. Preferiamo il riconoscimento dell’Altro alla differenziazione. Così Galimberti, nell’introduzione alla sua opera “Le cose dell’amore” (Feltrinelli, 2004), arriva a considerare l’incontro con l’amore “il luogo della radicalizzazione dell’individualismo, dove uomini e donne cercano nel tu il proprio io […], amore indispensabile per la propria realizzazione come mai lo era stato prima, e al tempo stesso impossibile perché, nella relazione d’amore, ciò che si cerca non è l’altro, ma, attraverso l’altro, la realizzazione di sé”. E se è vero che è sul contatto con l’altro che costruiamo la nostra identità, intrattenendo rapporti virtuali e strumentali possiamo solo alimentare la costruzione di identità fondate sull’illusione; identità fragili, forse bellissime, ma vuote.

Zygmut Bauman definisce magistralmente la comunità umana del ventunesimo secolo: una “società confessionale”, segnata dal trionfo definitivo di quella invenzione squisitamente moderna che è la privacy, ma anche dall’inizio delle sue vertiginose cadute dalla vetta della sua gloria. «La segretezza, per così dire, traccia e contrassegna i confini della privacy, essendo quest’ultima la sfera destinata ad essere propria, il territorio della propria sovranità indivisa, entro il quale si ha il potere totale e indivisibile di decidere “che cosa sono e chi sono”. In una sorprendente “inversione a U” rispetto alle abitudini dei nostri antenati, però, abbiamo perso il fegato, l’energia e soprattutto la volontà di persistere nella difesa di quegli insostituibili elementi costitutivi dell’autonomia individuale. Quel che ci spaventa al giorno d’oggi non è tanto la possibilità del tradimento o della violazione della privacy, quanto il suo opposto, cioè la prospettiva che tutte le vie d’uscita possano venire bloccate. A quanto sembra non proviamo più gioia ad avere segreti, a meno che non si tratti di quel genere di segreti in grado di esaltare il nostro ego attirando l’attenzione dei ricercatori e degli autori dei talk-show televisivi, delle prime pagine dei tabloid e delle copertine delle riviste su carta patinata» (da “Facebook, l’intimità e l’estimità” intervento che Bauman ha tenuto a Roma il 9 aprile 2011 durante la rassegna “Libri come“).

Non ci affanniamo per una costruzione autentica del sé, quanto piuttosto per ciò che gli altri vedano di noi, ossia un’immagina edulcorata. I nuovi Narcisi della “me-Generation” hanno, di conseguenza, sempre meno per modello quello familiare o dell’insegnante, quanto più quelli evanescenti prodotti dallo spettacolo: le “celebrities” che un giorno, apparse sui media, hanno bucato lo schermo. Spesso dietro queste immagini troviamo effettivamente personalità non comuni. Ma se dei modelli ideali di un tempo, di Gandhi o Winston Churchill, di Isadora Duncan o Picasso, si sapeva dire perché erano noti, oggi, invece, la fama appare conseguenza dell’essere celebrity, ma anche, circolarmente, sua causa. Le celebrities sono prima di tutto espressioni esagerate di sé stesse, soprattutto della propria digitale bellezza, lontana e intransitiva. Picasso aveva prodotto dipinti nuovi, Gandhi una nazione nuova. Le celebrities la propria fama: come il neo-ciclope, sono fini a sé stessi. È la fama di chi produce lo scandalo. Sono gli anti-eroe che devono raccontare tutti i risvolti della propria vita intima, anche i più insignificanti, le proprie difficoltà e debolezze. La star deve attrarre, vuole essere ammirata. Ma allo stesso tempo deve concedersi in tutta la sua umanità: una separatezza che ha l’effetto di generare intorno al “personaggio” il velo dell’aura che affascina. Così nella mente degli adolescenti, intenti a esplorare e moltiplicare identità personali (o esperimenti di esse) attraverso la plurima rappresentazione di sé, si rincorrono i sogni di poter un giorno emulare tali personaggi.

«Che cosa sono adesso?

Pensava contemplandosi allo specchio.

E lo specchio replicava con la brutale

sincerità degli specchi:

“Il Nulla”»

(V.Woolf, “Flush”, 1933)

2 Comments

  1. Lascio un primo ed ultimo commento inaugurale. Considerato l’indiretto coinvolgimento, d’ora in poi mi asterrò. Più che un commento è un augurio, un forte incitamento: l’iniziativa è coraggiosa e vi fa onore. Tenete alto il tiro e siate giustamente orgogliosi di ciò che fate.
    Grandi, tutti.

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