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LA SOLUZIONE DEI DUE STATI PUÒ RISOLVERE IL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE?

Tutte le volte che tra Israele e Palestina si compiono violenze e scorre il sangue, c’è sempre chi, alfiere della pace e spesso infastidito dallo Stato ebraico, piange per i danni che quest’ultimo provoca al processo di pacificazione nell’area e auspica, sognando, la soluzione dei due Stati. Prima di esporre quella che è la mia visione, in particolare, su quest’ultimo tema occorre, però, fare alcune premesse. In primis: non voglio qui dare conto di quanto sta succedendo in questi giorni tra Israele e Palestina, né riferire sui bombardamenti israeliani e i lanci di razzi da parte dei palestinesi. In secondo luogo, mi preme sottolineare che condivido poco o nulla di quanto decide il Governo Netanyahu – che, comunque, non può e non deve sovrapporsi, nell’immaginario, a Israele – e provo sincera repulsione per alcuni dei suoi ministri. Infine, sostengo che sia necessario, quantomeno per comprendere e gestire bene la situazione in quell’area travagliata del mondo, fare un esercizio di realismo, lasciando da parte i desiderata e le speranze, come anche le ideologie. Pensare che Israele abbia sempre ragione e che i palestinesi siano un insieme unico e compatto di violenti terroristi è sbagliato e fuorviante tanto quanto chiacchierare di ‘Free Palestine’ (da chi?) e accusare gli israeliani di olocausto palestinese. 

Ciò su cui, però, vorrei concentrarmi è la sempreverde soluzione a tutti i problemi tra Israele e Palestina: quella dei due Stati. Beninteso, reputo tale ipotesi potenzialmente la migliore per la risoluzione del conflitto, ma credo anche che non sia, ad oggi, praticabile. Non solo, essa risulterebbe perfino dannosa sia per i rapporti tra i due vicini, sia per il precedente ‘globale’ che questa creerebbe.

Guardiamo, di nuovo, a come stanno nella realtà le cose. Facciamolo tenendo a mente soprattutto cosa intendiamo per Stato, quali sono le sue caratteristiche, e quali sono i rischi di portare una entità statuale imperfetta al livello di Stato.

Da una parte abbiamo una democrazia liberale, sul modello occidentale, con tutti i suoi complessi e i suoi limiti, tutt’altro che esente da gravi responsabilità nei confronti dei palestinesi e tutt’altro che rappresentabile come un innocente agnello circondato da lupi.

Dall’altra parte, invece, cosa abbiamo? Abbiamo un’entità statuale traballante, divisa nel suo territorio, con enormi problemi di incapacità gestionale. Il presunto Stato di Palestina si trova quindi ad essere diviso anche fisicamente: da una parte la Cisgiordania, che risente degli insediamenti israeliani e che viene governata dal Raìs – questo è – Abu Mazen, e dall’altra la Striscia di Gaza, saldamente nelle mani dell’organizzazione terroristica Hamas e del suo sanguinario capo, Ismail Haniyeh. La Striscia sfugge, nei fatti, al controllo del governo ‘centrale’ di Abu Mazen, e si comporta come una riottosa e pericolosa entità a sé stante, spesso con obiettivi e gestione diversi da quelli vigenti in West Bank. Non che lì la situazione sia democraticamente più facile, essendosi Abu Mazen garantito unilateralmente la proroga della sua presidenza a partire dal 2009. Altra differenza con Israele, Paese in cui, pur tra alti e bassi e contrattazioni tipici di una democrazia parlamentare, Bibi Netanyahu è stato democraticamente ri-eletto e non potrebbe certo garantirsi il posto come il suo collega palestinese. La questione della suddivisione amministrativa e geografica della Palestina non è secondaria o trascurabile, anche perché impedisce una gestione dello Stato che sia pur minimamente seria ed efficiente.

Non è assolutamente secondario o trascurabile neanche il tema del governo della Striscia di Gaza da parte di Hamas. Nella Striscia abita un terzo della popolazione palestinese, strettamente controllato e governato col pugno di ferro da un’organizzazione terroristica. Organizzazione che, quando non fomenta l’odio verso Israele del popolo che governa, si occupa di affamarlo e di investire, non in ciò che potrebbe rendere migliore la vita dei palestinesi della Striscia, ma in ciò che potrebbe rendere peggiore quella dei cittadini israeliani. Va comunque chiarita una questione: le prime vittime del regime di Hamas non sono gli israeliani, che hanno ben modo di difendersi dalle piogge di razzi, spesso di fabbricazione casalinga, provenienti dalla Striscia, ma i palestinesi stessi. Il governo di Haniyeh, lungi dall’essere un esempio di liberalismo, e l’organizzazione terroristica da lui guidata si autoalimentano dell’odio e della miseria degli abitanti della Striscia. Affamandoli ed esponendoli alle bombe di Israele, senza minimamente curarsi di loro, ne alimentano l’atavico odio contro il nemico ebreo – sì, ebreo, non israeliano – e permettono così al regime di vivere e prosperare. Naturalmente, come si è detto, bisogna che si prenda atto della realtà: l’odio, da quelle parti, più che esser contro gli israeliani è, in un misto di religione e politica, contro gli ebrei. Se è vero, come è vero, che Israele non cerca la distruzione della Palestina, altrettanto vero è che Hamas spazzerebbe volentieri via dalla faccia della Terra e Israele e il popolo ebraico.

Viene dunque da porsi alcune domande: quali possibilità di crescita civile e sociale può avere un bambino indottrinato all’odio? Quale sentimento può covare nei confronti del suo vicino col quale deve necessariamente dialogare – vista l’ingente sproporzione di forze – se non l’odio puro, che lo spinge magari ad accoltellare ignari passeggeri di un bus di Gerusalemme?

Non bisogna dimenticarci neanche che lo Stato di Palestina è sprovvisto di una capitale. Dal 1967 Gerusalemme Est, proclamata capitale dai palestinesi, è sotto il controllo israeliano. Ciò porta lo Stato di Palestina non solo a difettare dei principali requisiti moderni per definirsi tale, ma pure di una vera capitale.

Manca quindi un territorio, manca una capitale, manca un esercito e manca la capacità di far rispettare la legge sul tutto il territorio dello Stato da parte delle autorità dello stesso. Quale Stato, in una tale situazione, potrebbe definirsi tale e andrebbe riconosciuto come tale? Nessuno.

Il riconoscimento, difatti, che è poco più di un mero sostegno politico, rischia di legittimare una situazione che va a detrimento di parte dei cittadini palestinesi e della pace nella zona. Le violazioni dei diritti umani perpetrate da palestinesi contro palestinesi valgono forse meno di quelle che commettono gli israeliani contro i palestinesi? Devono essere forse taciute? Si riconoscerebbe uno Stato che è, per un terzo dei suoi abitanti, gestito da una organizzazione terroristica che si oppone al governo ‘legittimo’, con quest’ultimo che si trova nell’incapacità più totale di assicurare il rispetto dell’unità statuale e della legge a tutti i livelli sul suo territorio? Con quali rappresentanti bisogna dunque trattare, se Abu Mazen non riesce a imporre – pur essendo accreditato come Presidente dell’ANP – la sua linea e la sua politica ad un terzo dello Stato che dovrebbe governare? Si può riconoscere uno Stato che ha al suo interno una forza politica di Governo che auspica la distruzione dello Stato di Israele e lo sterminio dei suoi abitanti?

Queste domande devono trovare una risposta, che deve essere necessariamente oggettiva e che deve “andare drieto alla verità effettuale della cosa”. Se si decide, quindi, di riconoscere lo Stato di Palestina e si pretende che questo possa avere la piena parità nei rapporti con Israele, bisogna prima chiedere ai palestinesi di diventare uno Stato. Non basta che quella o quell’altra nazione del globo sostengano l’esistenza di uno Stato palestinese perché questo ci sia davvero, né si può pensare che uno Stato frammentato come quello che si divide tra Ramallah, Gaza e Gerusalemme Est possa davvero avere il peso e la credibilità dello Stato ebraico. Oltretutto, un riconoscimento politico e affrettato spiana la strada ad un incrudimento – comprensibile – di certe posizioni poco condivisibili della destra israeliana, che, piaccia o meno, governa il Paese. 

I tempi non sono maturi – e chissà quando lo saranno – per dare pari ‘peso’ ad uno Stato palestinese, ma questo non può giustificare la mano pesante e lo sprezzo delle leggi internazionali da parte di Israele né la violenza palestinese. Un dialogo costruttivo con le parti in causa, una incessante mediazione che sappia far rinunciare – almeno per ora – ad alcune concessioni (ad esempio, Gerusalemme capitale di Israele), un lavoro internazionale di condanna e di marginalizzazione di Hamas – unito all’aiuto vero e non politicizzato ai palestinesi che più ne soffrono il giogo – sono elementi di base per riuscire a stemperare la tensione e per preparare una via alla soluzione del conflitto. Lasciando da parte le formule ideologiche, gli atti di forza unilaterali, gli scatti in avanti. E usando come bussola le leggi, in ogni loro forma. Perché non si può condannare la violenza del più forte coprendosi gli occhi di fronte a quella che usa il più debole.

1 Comment

  1. Sono assolutamente d’accordo su quasi tutto. Ho scoperto oggi il suo blog e lo seguirò con interesse

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