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Perché sui social siamo tutt* stronz*?

Fana, Bisin e Puglisi

Qualche giorno fa si è scatenata una polemica riguardante un tweet di Marta Fana. Due economisti di scuola liberale, Riccardo Puglisi e Alberto Bisin, hanno canzonato Fana, senza tuttavia entrare nel merito della questione.

Nel merito, l’affermazione di Marta Fana è criticabile e nessuno deve essere esente da critiche. Ma i due economisti, invece di entrare nel merito della questione supportando la loro tesi con dati e modelli, hanno preferito un atteggiamento da branco, ridicolizzando la studiosa davanti ai loro follower. 

Si tratta, ormai, di un comportamento tipico a cui si conformano molti di noi, e io mi includo in questa categoria: sui social siamo degli stronzi/delle stronze. 

Siamo noi o sono i social?

Sembra infatti esserci una distanza apparentemente incolmabile tra ciò che siamo nella vita reale e l’immagine che diamo di noi sui social, se non si vuole sposare la tesi pessimistica del “siamo davvero tutti stronzi”. Nella vita reale tutti noi, suppongo, abbiamo dubbi, debolezze, momenti di fragilità. Questa dimensione – in particolare quella del dubbio – rimangono soffocate nella dinamica social. Si predilige invece una dinamica più muscolare, con opinioni monolitiche e certezze granitiche.

Quello che dobbiamo chiederci è se questo atteggiamento sui social dipende intrinsecamente dai social – la tesi “il medium è il linguaggio” – oppure dipende da un noi – quella che potremmo chiamare “tesi social alla mano” seguendo Heidegger.

Ci sono argomenti per sostenere entrambe le posizioni.

Partiamo dalla prima, quella del medium è il linguaggio. Per semplicità, ci limiteremo al caso di Twitter, ma questo vale per qualunque social con le dovute differenze.

In primo luogo Twitter incentiva la battuta tagliente e lo sfottò. Il limite di caratteri, che da sempre ha contraddistinto il social, lascia poco spazio per una riflessione lunga e argomentata.

Inoltre, l’interazione si limita alla scrittura. Questo tende a irrobustire i pregiudizi. In un esperimento condotto negli Stati Uniti, gli scienziati hanno mostrato come l’interazione faccia a faccia, anche solo per una chiacchierata, tende a dare risultati duraturi sulla transfobia. Ciò non era invece accaduto attraverso i media tradizionali.

D’altronde, siamo a conoscenza dei fenomeni di stanze di risonanza presenti nei social. Quelle che in letteratura vengono chiamate Echo Chamber sono state studiate approfonditamente negli ultimi anni: si tratta di ambienti online in cui le opinioni dei singoli vengono rafforzate dall’interazione con informazioni del loro stesso orientamento. 

Se queste caratteristiche vengono esacerbate dai social, anche nella formazione di network reali assistiamo a fenomeni di questo tipo. Dopo la nascita di Internet, questa branca sta vivendo un’epoca di splendore. Le relazioni umane si prestano bene a una rappresentazione su network. Tanto che uno degli aspetti più interessanti di questa disciplina, lo Small World Effect, deriva proprio da un esperimento di Milgram svolto negli anni ‘70 sui sei gradi di separazione. A livello matematico, un network è assimilabile a un grafo G, cioè a un insieme di vertici e link. Detta in soldoni, puntini e stanghette che li uniscono. Per fare un esempio, prendiamo il grafo rappresentato in figura. 

Questo grafo può rappresentare una rete di amicizie e relazioni: 4 è amico con 5 e 6, mentre 1 è amico solo con 2 e via discorrendo.

Il modello cardine per la dinamica culturale è dovuto a Axelrod. Senza entrare nei dettagli tecnici del modello, la sua fortuna è dovuta all’aver catturato due importanti caratteristiche delle relazioni umane: l’omofilia e l’influenza sociale. Da una parte quindi l’interazione tende a influenzare le opinioni degli agenti rendendoli simili, dall’altra però questa interazione è più probabile per individui già simili. Il fenomeno di polarizzazione, come fa notare Sunstein nel suo Come Avviene il Cambiamento, è un fenomeno intrinseco alle dinamiche sociali: non è quindi monopolio dei social.

Quei fenomeni quindi che osserviamo nella dinamica social sono presenti anche all’interno delle nostre relazioni ordinarie.

Le istituzioni contano

Quello che vorrei sottolineare, quindi, è che non è necessario solo indagare la nostra dinamica sui social, ma anche la nostra dinamica sociale. Sarebbe infatti errato considerare i social come una sfera disgiunta dalla sfera sociale: questi due mondi si intersecano e si influenzano reciprocamente.

Poiché abbiamo detto che vogliamo riportare lo studio della dinamica sui social allo studio della dinamica sociale, è necessario sottolineare l’importanza delle istituzioni. Uno degli studi fondamentali su questo tema è quello di North, che definisce le istituzioni come norme, convenzioni e leggi che regolano l’attività umana. Il nostro comportamento, lungi dall’essere libero e incondizionato, dipende appunto da queste regole che, implicitamente o meno, accettiamo. La domanda è proprio sul perché sono utili e perché le accettiamo. Sappiamo infatti che non basta istituire una legge per farla rispettare. Le ultime vicissitudini riguardanti il coprifuoco lo provano.

Per capire allora come funzionano prendiamo un esempio, rifacendoci a uno dei giochi più importanti: la battaglia dei sessi.

Giulia e Matteo si amano e devono decidere cosa fare il sabato sera: Giulia vuole andare al cinema mentre Matteo preferirebbe andare in una sala da tè a degustare una tazza di Lapsang Souchoung.

Se fossimo interessati soltanto a massimizzare il loro benessere individuale, diremmo che Giulia va al cinema da sola mentre Matteo andrebbe, sempre da solo, alla sala da tè. Ma abbiamo detto prima che Giulia e Matteo si amano: per questo preferiscono passare la serata assieme rispetto all’andare dove desiderano. Questo porta a due situazioni ottimali: Giulia va insieme a Matteo alla sala da tè; Matteo va insieme a Giulia al cinema a guardare un film.

C’è, però, un problema. Nella vita reale questo porterebbe, in assenza di regole, a lunghe discussioni su chi dovrebbe andare con chi. Per questo entrano in gioco le istituzioni, ovvero regole, schemi, norme: una norma che si può seguire, nell’ipotesi che il gioco sia ripetuto, è quella “una volta per uno”.

Entrambi i giocatori sono incentivati a rispettare questa regola: se si amano, l’utilizzo di una semplice convenzione del “una volta per uno” porta a ridurre le discussioni, gli sfoghi e la frustrazione.

Affinché quindi una norma sia rispettata deve portare un beneficio agli agenti che partecipano.

E proprio qui sta il punto: tanto sui social tanto nella vita di società non vi è alcun vantaggio nel mostrarsi deboli e fragili. Prendiamo, sempre per fare un esempio, una semplice serata fuori con un gruppo di persone. Se ci mettessimo a parlare delle nostre problematiche e delle nostre paranoie probabilmente verremmo presi per dei brontoloni che si lamentano di tutto e tenderebbero a non chiamarci più.

Sul perché questo succeda, tanto a livello sociale tanto a livello social, non vi è una spiegazione soddisfacente.

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