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L’ANIMA DI VENDRAME

Il 4 aprile 2020 ci ha lasciati uno dei giocatori italiani più discussi degli anni ’70. In un anno dove il calcio ha salutato, tra i tanti, Pablito Rossi e Diego Armando Maradona, voglio riservare uno spazio ad un Artista che, col mondo del calcio, non voleva averci niente a che fare.

Vendrame odiava il calcio. Odiava essere portato per una cosa in cui devi fare fatica ed impegnarti per essere al massimo del livello. “Se dovevo nascere per fare fatica tanto valeva che fossi un mulo.” scriverà nel suo libro intitolato “Se mi mandi in tribuna godo”. Già dal titolo si evince quanto Ezio poco centrasse col mondo del calcio e delle sue logiche. Ma andiamo con ordine.

È in realtà ingiusto dire che a Vendrame non piacesse giocare a calcio. Diciamo che a lui piaceva giocare il suo calcio. D’altronde il pallone era ciò che fin da piccolo gli permetteva di staccare dall’orfanatrofio in cui fu abbandonato a 6 anni. Già in tenera età sperimentò (come lui lo definì dopo) “il vuoto dell’assenza” .

Non voglio ripercorrere qui la sua carriera: non ci sono fasti. Vendrame è un maledetto, nel calcio non riuscirà mai ad esprimere quello che è. Lui ama il pallone, odia il calcio. Soprattutto quello bigotto e “professionale” degli anni 1970 dove i George Best sono l’eccezione alla regola e non la consuetudine. Col pallone ci sa assolutamente fare, ma la sua testa è sempre altrove. Farà una carriera che si svilupperà essenzialmente in Serie C, al Padova; la massima serie la vedrà solo per tre anni, senza lasciare il segno. Il calcio a quei livelli è troppo agonistico, corsa, schemi, insomma per un insolente come lui non c’è spazio. La Serie C invece gli permette di vivere dignitosamente e senza tutte quelle pressioni. Lui il talento lo ha, ed in Serie C basta quello per sopravvivere.

In Serie C le leggende sul Poeta di Casarsa si sprecano. Vengono tutte riportate con dovizia di particolari nel suo libro già citato prima. Una su tutte rappresenta quale era il rapporto di Vendrame col mondo del calcio.

«Mancavano due giornate alla fine, ospitavamo la Cremonese. A loro bastava un punto per ottenere la promozione in serie B, a noi di quella gara non fregava niente. Prima dell’ inizio ci accordammo per il pari. Una gigantesca melina, una pazzesca rottura di balle. Giocavamo all’Appiani, vedevo gli sbadigli della gente e mi venne una vampata di vergogna. A un certo punto presi il pallone al limite dell’area avversaria e puntai la mia porta. Feci il campo in retromarcia, scartai avversari e compagni e mi presentai davanti al nostro portiere: finsi di calciare e sulle tribune qualcuno collassò. E che cavolo, bisognava regalare un’ emozione, vivacizzare il pomeriggio».

Ora, conoscendo il personaggio probabilmente stiamo parlando della classica “romanzata”. Ma Vendrame rappresenta l’eccesso nel corpo di un calciatore. Un rettangolo di gioco però non è abbastanza per esprimersi. Ezio affianca infatti all’ “hobby” del calcio la pratica della poesia (da qui il soprannome Poeta). Ecco a cosa serviva il pallone: a sostenere quella sua carriera alternativa da scrittore.

D’altronde da uno nato nella stessa città (Casarsa della Delizia) di Pier Paolo Pasolini cosa ci si poteva aspettare? A tal proposito, Vendrame dirà di lui:

“E’ il mio compaesano più vivo, peccato sia morto”

Donne, alcool e poesia. Come si evince dal racconto degli amici (tra cui Piero Ciampi), Dio solo sa che cosa ha combinato Ezio da “Luigino”, nota locanda dei tempi nel padovano. Tutta la notte fuori in “compagnia”, poi il giorno dopo senza aver dormito lo vedevi in città alla ricerca di un bar dove prendere un caffè e buttare fuori la bile. Poi in campo a giocare. Una vita all’eccesso ma senza alcun tipo di rimorso.

“Boniperti disse che con un’altra testa sarei arrivato in Nazionale. Ditegli a Boniperti che in Nazionale ci ho sempre giocato perchè ho sempre fatto quello che ho voluto, senza dare agli altri il telecomando della mia vita”

Per paura di essere frainteso come un donnaiolo però Vendrame ci tiene a sottolineare (più volte lo farà) come sia stato con centinaia di donne, tutte però amate. “Senza Amore non c’è vita, e con loro ero vivo.”

Ricercava nell’affetto femminile quell’affetto che nè l’orfanatrofio nè il mondo del calcio (definito da lui asettico) erano riusciti a dargli. Naturalmente le sue “prede” le portava in un appartamento rigorosamente in affitto perchè, sempre citandolo:

“Meglio l’affitto, fanculo la proprietà privata.”

E l’altro sfogo era la poesia. Perchè Vendrame era comunque uno spirito sensibile, forgiato dal dolore dell’abbandono e da un’infanzia complicata in orfanatrofio. Le raccolte di poesia scritte da Ezio lasciano trasparire proprio questo, il bisogno di esprimere il proprio stato emozionale in un modo tanto chiaro quanto violento.

Odia il suo paese di nascita dove “ci tornerà orizzontale”, sempre citandolo. Infatti passerà i suoi anni dopo il ritiro ben lontani dalla vita pubblica (proverà una esperienza da allenatore in Serie D, senza successo), ritirato in casolari di campagna o appartamenti in paesini sperduti nel padovano. Che nessuno gli parli delle festività poi. Odiate forse più del suo compleanno. “Muoio il 23 dicembre e rinasco dopo l’epifania.” scriverà di lui.

Le sue apparizioni pubbliche rimarranno assai sparute e coincideranno con la pubblicazione di un suo lavoro come scrittore o poeta. In fondo come può uno come lui sentirsi a suo agio con il mondo della tv e con i canoni sociali imposti da altri?

Meglio stare in disparte, chitarra, quaderno, penna ed amici. Pochi ma buoni. Fra tutti Zigoni, calciatore con ben altra carriera, e Piero Ciampi, cantautore. Oltre alla quotidiana presenza della compagnia femminile e dell’alcool (il vino rosso, in particolare).

Al calcio lascerà davvero le briciole del suo Essere. Dietro a quella maglia c’era tutto un altro mondo, trasmesso egregiamente a parole.

“Questo Sole

Sempre puntuale ogni giorno,

oggi è sprecato su di me

che sono nebbia.”

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