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PERCHÈ L’INSURREZIONE DI CAPITOL HILL È UN PERICOLO PER L’ITALIA

La rivolta avvenuta a Washington, che ha portato all’assalto del Congresso statunitense, rappresenta l’ennesimo sfregio istituzionale che rischia di lasciare strascichi pericolosi anche nel nostro paese.

L’insurrezione di Capitol Hill rappresenta il momento più miserevole e disdicevole di questi anni di amministrazione Trump: lo scempio alle istituzioni democratiche americane è stato totale.

La tensione politica accumulatasi successivamente alla vittoria elettorale di Biden, e alla conseguente sconfitta di Trump, si è scaricata alla fine su Capitol Hill. Lì si è riversato un coacervo di sostenitori del presidente uscente i quali, incitati dalle parole che quest’ultimo aveva pronunciato poco prima in un comizio tenuto di fronte alla Casa Bianca, hanno superato i blocchi e i presidi di polizia, sono entrati nel palazzo del Campidoglio, e hanno usurpato le aule del Congresso, dove deputati e senatori si trovavano riuniti in seduta plenaria, per contare i voti dei Grandi Elettori e certificare quindi la vittoria di Biden.

Per quanto fosse alta la preoccupazione riguardo agli effetti che la campagna mistificatoria di Trump avrebbe potuto provocare, mai ci saremmo aspettati di vedere scene del genere nel cuore della più grande democrazia al mondo. Eppure, è potuto accadere.

L’inconcepibile che diventa realtà: è in questo passaggio di assimilazione degli eventi e formazione delle conseguenti reazioni, che si determina il miglioramento o il peggioramento della salute della società civile di un paese. E, rivolgendo l’attenzione alle reazioni di casa nostra, proverò a tracciare lo stato mentale di quella vasta parte d’Italia simpatizzante o, di più, adulatrice di Trump e del trumpismo. Lo farò innanzitutto attenendomi alle dichiarazioni rilasciate, nella serata di mercoledì, dai leader politici italiani che sono vicini, rivendicandolo o meno, a Donald Trump. Dopodiché, renderò note le mie mortificanti aspettative sul livello del dibattito pubblico interno che nei prossimi giorni si svilupperà sul tema, e le mie preoccupazioni riguardo la pericolosità delle scorie psicologiche che rimarranno nel nostro paese a seguito di tutto ciò.

Le reazioni delle italiche cheerleaders trumpiane

La prima nota da evidenziare, è che la consueta foga con cui certi nostri politici operano sui social, in questo caso ha lasciato il posto a una non involontaria sgradevole attesa. E a farla cessare, solo qualche timido commento arrivato in ritardo. Prenderò in considerazione quelli di Conte, Di Maio, Salvini e Meloni, non prima però di aver fatto una precisazione: il comune imbarazzo patetico che traspare dalle loro dichiarazioni, derivante dalla necessità di sdrammatizzare fatti invece gravissimi, serve a soddisfare esigenze politiche diverse.

I primi due, infatti, devono cautamente ripulirsi dai vecchi, scomodi legami con il presidente repubblicano uscente, addirittura affettuosi come ben ricordiamo nel caso di “Giuseppi”. Il fine è quello di proseguire la loro grottesca operazione di trasformismo, utile a rivendersi progressisti di centrosinistra, e quindi al fianco del nuovo presidente democratico Biden. Il tutto però senza essere troppo plateali: mancherebbero di rispetto al loro passato, che deve pur sempre continuare ad essere venduto come “appassionatamente vissuto”. Quello in questione è quindi un imbarazzo da “ci siamo lasciati perché ho trovato di meglio, ma comunque non stavo malaccio con te”.

Per Salvini e Meloni invece è diverso: Trump è un loro modello assoluto, e vorrebbero che continuasse ad esserlo. Per la loro narrazione sovranista, ornata di toni illiberali, suprematisti e xenofobi, lui è stato un indiscutibile punto di riferimento, una figura fondamentale per il rafforzamento e la legittimazione delle loro posizioni ideologiche. È ben nota infatti la loro confluenza nel progetto di internazionale sovranista, cui l’ideologo Steve Bannon, braccio destro di Trump nella campagna elettorale americana del 2016, è stato perno di giunzione. In questo caso, quindi, si tratta di un imbarazzo da “ti amo tanto, ma non mettermi a disagio in pubblico per favore”.

Anche la scelta dei canali social, cui destinare le loro reazioni a caldo, è stata emblematica. Dei quattro solo Conte, forzato dal ruolo istituzionale che ricopre, ha utilizzato Twitter, ripubblicando subito dopo il suo “cinguettio” anche su Facebook e Instagram. Meloni invece si è limitata a Twitter e a Facebook, mentre per Di Maio e Salvini solo Twitter. Ora, chi intende gli ordini di grandezza e le caratteristiche dell’utenza dei tre principali social network usati dalla politica, sa benissimo l’utilità di questa scelta: assolvere alla tediosa pretesa del pubblico di leggere qualche loro parola sul tema, perché completamente zitti non possono stare, riuscendo a pagare il minor prezzo possibile in termini di esposizione mediatica a facili imbarazzi.

Il contenuto del tweet di Conte, come quello di Di Maio, Salvini e Meloni, è pressochè uguale: loro sono preoccupati, loro condannano la violenza, loro sperano che tutto possa tornare alla normalità. Anche ciò che in quei tweet invece è assente, coincide: la condanna irremovibile a Trump e al suo incitamento criminogeno al disordine. Anzi, Meloni riesce addirittura a ribaltare il senso della realtà, avendo l’ardore di scrivere “mi auguro che le violenze cessino subito come chiesto dal presidente Trump”. Evidentemente si riferiva al video di quest’ultimo, pubblicato ad assalto in corso, in cui diceva ai facinorosi: “capisco il vostro dolore” per “lo scandalo di un’elezione rubata”, “vi voglio bene, siete speciali”, ma “non possiamo fare il gioco dell’altra parte”, “ora andate a casa in pace”.

Ecco che la convenienza politica diventa l’accettabile movente per la discesa alle più infime bassezze di squallore umano.

Il mortificante dibattito pubblico interno che ci attende

Già percepisco l’afflato banalizzatore di questi eventi, che spirerà forte nel nostro paese. L’operazione sarà quella dell’annacquamento e del distorcimento della realtà, e sarà condotta più o meno cautamente a seconda degli obiettivi politici da raggiungere, che come precedentemente accennavo sono differenti. Il lavoro più difficile spetterà sicuramente ai leader di partito e ai sedicenti intellettuali di quell’area politico-culturale che sono solito chiamare clerico-fascista, notoriamente simpatizzante di Trump, perché dovranno essere in grado di agire su due distinti fronti.

Il primo è quello verso gli avversari, che faranno di tutto, legittimamente, per etichettarli come gli amici di chi ha fomentato gli assaltatori. Da questa parte dovranno difendersi, mostrando di essere formalmente distanti dai fatti accaduti.

Il secondo, è invece quello verso i propri sostenitori, davanti ai quali non potranno ritrattare gli elementi di fede ideologica in cui comunemente si riconoscono, uno dei quali sicuramente è l’insofferenza per il potere costituito che risiede nelle istituzioni. Da questo lato dovranno quindi suscitare empatia per la concezione svilente delle stesse, di cui i facinorosi di Capitol Hill sono i rappresentanti più grotteschi.

Come tenere insieme il tutto? Ovviamente con i giochi di parole e lo sventolamento dei più vuoti slogan. E quindi, loro saranno per la pace nel mondo, che sia a Washington o a Pechino non fa differenza, sottolineando però che questo non significhi negare la libertà ai protestatori. L’annacquamento e il distorcimento della realtà appunto, per passare alla larga da ogni possibile ferma condanna dei responsabili morali dell’accaduto.

La pericolosità delle scorie psicologiche che rimarranno

Qual è il rischio dell’insurrezione a cui abbiamo assistito, per il nostro paese? Che possa essere emulata a breve anche qui in Italia?

No, io non credo. Anzi, mi sembra una prognosi fuorviante e semplificatrice.

Il rischio sta nel modo in cui questa prova di svilimento democratico sarà assimilata da gran parte degli italiani. E, per i motivi di tatticismo politico che prima menzionavo, volti a impedire ogni possibile scivolone di autonegazione della propria essenza ideologica, risulterà essere un’interiorizzazione dell’accaduto mancante della necessaria e doverosa stigmatizzazione. Questo, pertanto, sarà l’ennesimo esempio di sfregio istituzionale che si accatasterà, senza impedimenti, sopra tutti gli altri che già si sono ben sedimentati nella subcultura civica italiana, e la normalizzazione di quanto avvenuto, la sua catalogazione come qualcosa di ammissibile e plausibile, sarà un ulteriore colpo al ribasso per la salute del nostro paese.

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