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LE ELEZIONI TEDESCHE E LO STRANO TIFO ITALIANO

Domenica si sono tenute le elezioni tedesche per il rinnovo del Parlamento. La SPD (il partito socialdemocratico) di Olaf Scholz ha superato la CDU-CSU (il partito di centrodestra) di Armin Laschet. Finita l’era Merkel, che ha governato per sedici anni e non si è ricandidata, la Germania avrà un nuovo cancelliere. Sono iniziate in questi giorni le trattative per la formazione della maggioranza di governo e potrebbero durare a lungo. Intanto, in Italia, per chi facciamo il tifo?

L’esito delle elezioni tedesche rende necessaria la formazione di una coalizione per governare. Le possibilità sono tre: la prima e la più probabile è quella della cosiddetta «coalizione semaforo» tra SPD (25,7%), Verdi (14,8%) e Liberali della FDP (11,5%); la seconda è la cosiddetta «coalizione Giamaica» tra CDU-CSU (24,1%), Verdi e Liberali; infine, la terza – meno probabile e per ora esclusa dalle trattative – è una grande coalizione tra SPD e CDU-CSU. La situazione è molto incerta e probabilmente dovremo aspettare mesi prima di vedere formato il nuovo governo. Nel frattempo, in Italia, osserviamo attentamente e facciamo il tifo, facendoci guidare da una domanda curiosa: quale sarebbe lo scenario migliore per continuare a offrire mancette elettorali e sperperare il maggior quantitativo di denaro pubblico?

Questa tendenza la notiamo anche sui media. Sui giornali e nei talk-show siamo invasi da fini analisi politiche che seguono esclusivamente quella linea: individuare la coalizione che ci permetterà di sperperare più risorse. Ci si interroga su che cosa potrebbe accadere se si formasse questa o quella maggioranza, su quale sia il partito più «frugale», quale il meno rigorista. Allora i Liberali della FDP sono i cattivi, perché sono dei rigoristi dei conti e forse con loro ci toccherà togliere dal carrello un prepensionamento. Invece i Verdi sono i buoni: con loro deficit a doppia cifra, bonus da non stancarsi mai e balli di gruppo.

La CDU-CSU va tenuta d’occhio: con Merkel era divenuta più permissiva; ora meglio che vada all’opposizione, ma attenzione, perché la sconfitta potrebbe radicalizzarli e alla prossima tornata elettorale potrebbero tornare più agguerriti che mai. Incredibile: siamo un paese che fa analisi politiche di lungo periodo, perfino di altri stati, con l’obiettivo di continuare a racimolare consensi evitando di proporre politiche di lungo periodo. La SPD, più clemente dei Liberali ma meno dei Verdi, ha fatto un po’ di cerchiobottismo sulla questione del ritorno del Patto di stabilità, ma in fondo loro sono un po’ come noi: la spesa pubblica «je piace». Insomma: visioni politiche? Futuro dell’Unione Europea? Macché, basta che ci facciano spendere.

Al posto di alzare lo sguardo, nascondiamo la testa sotto la terra del nostro bell’orticello, facendo il tifo per il partito che crediamo sarà più indulgente con noi scapestrati: siamo bambini, lasciateci giocare. Gli italiani, ora che si sono abituati al bazooka pandemico del Recovery Fund, non vogliono più tornare indietro. Esecrano il ritorno del Patto di stabilità, vorrebbero eliminare qualsiasi parametro di contenimento della spesa pubblica, vorrebbero vivere in un mondo delle favole dove parole come deficit e spread non esistono, dove i soldi piovono dal cielo e dove si può spendere e spandere all’impazzata.

In questo senso, le elezioni tedesche sono uno spartiacque determinante. Osserviamo una gigantesca ipocrisia italiana quando si auspica una permanente mutualizzazione del debito, ammantandosi di un finto spirito europeistico, per occultare la volontà di continuare a fare le cicale senza doverne pagare il prezzo, per avere una formica in comodato d’uso che saldi il conto del loro pranzo abbondante. Con quale cancelliere, con quale coalizione potremo scialacquare più soldi senza che qualcuno ci bussi alla porta?

Non è tutto. In questa situazione surreale c’è addirittura qualcuno che, parlando dell’addio di Angela Merkel, ne discute come se fosse stata lei ad aver inventato quel curioso numero che è lo spread. Mannaggia, se lo è inventato lei. Un giorno è arrivata nel suo ufficio e ha trovato per terra un bigliettino: conteneva quella brutta cifra che tante sofferenze ha causato al nostro povero paese. Allora, adesso che Merkel non c’è più, nemmeno lo spread esiste più. Quel numero non ha più alcun valore: bisogna festeggiare. Come direbbe Cetto La Qualunque «daremo mille euro a persona», anzi «duemila! E imbianchiamo la causa di tutti, gratis».

Queste persone dimostrano di essere totalmente scollegate dalla realtà e di non capire come funzioni il mondo che abitano. Stiamo facendo il tifo per chi ci farà finire prima nel baratro. Si tratta di una sorta di irrazionale autolesionismo per il quale decidiamo consapevolmente di bucarci le gomme da soli, persuadendo gli elettori – che ci credono – che così avremo più sprint nel rettilineo. Poi, fatti i conti con la realtà e appurato che con le gomme forate si stia fermi, costruiamo un nemico – per esempio la crudele Germania – e lo accusiamo di avercele bucate lui quelle maledette gomme. Gli elettori, naturalmente, celebri per la loro memoria da pesce rosso, credono anche a questo e iniziano a inveire contro qualcosa che non esiste.

Si sentono persino da qui: «Ah, il neoliberismo!». Stiamo parlando di un concetto volatile, immaginario. Non riescono nemmeno a darne una definizione precisa, perché questa non esiste, ma lo identificano come il male assoluto. Ma tralasciamo, e prendiamo per buono quello che interpretano loro. Quel calderone di concorrenza spietata, feroci leggi di mercato, stato minimo e privatizzazioni à gogo. Ma dove stanno queste cose? Viviamo in un paese in cui la presenza statale è massiccia, il debito pubblico è alle stelle, di liberalizzare non se ne parla, la concorrenza è inapplicata e tutti i partiti, da Articolo Uno a Forza Nuova, hanno un programma economico di tipo statalista. In Italia abbiamo questo paradosso per cui imprechiamo contro cose che non solo non esistono, non solo non sono mai esistite, ma che se esistessero sarebbero un bene. Kafka ci fa un baffo.

I nostri spauracchi – i vincoli di bilancio, il rigorismo – sono quegli elementi che ci permetterebbero di crescere. Invece di passare il tempo a puntare il dito contro la Germania cattiva e sperare che cambi assomigliando un po’ più a noi, dovremmo guardarci dentro, capire che i problemi sono tutti interni e provare a cambiare noi, assomigliando un po’ più a lei.

D’altronde le politiche dei paesi rigoristi non sono anti-italiane, ma a nostro favore. I cosiddetti falchi non sono freddi e sadici burocrati che vogliono affamarci, bensì cercano di fare in modo che un paese sbandato come il nostro ritorni sulla retta via, cominci a crescere e non sia un freno per lo sviluppo dell’Unione intera. Questo non vogliamo capirlo, e allora ben venga il tanto vituperato vincolo esterno. Abbiamo la necessità di qualcuno che ci tolga le fette di prosciutto che abbiamo sugli occhi. A proposito di prosciutto, signora mia, «ma come si mangia in Italia…».

 

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