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LO SPAZIO A DESTRA E LA PAURA DI OCCUPARLO

5 Novembre 2021

Osservando il panorama politico italiano notiamo che c’è un grande spazio vuoto. La destra è occupata dai sovranisti (Lega e Fratelli d’Italia) e da un partito (Forza Italia), ormai al termine del proprio ciclo di vita, a cui manca la forza per imporsi. Il grande assente è un centrodestra liberale e moderato, necessario per il buon funzionamento della democrazia. Le possibilità di occupare quello spazio sono molte, ma nessuno ha il coraggio di stanziarcisi. Perché? E quali conseguenze comporta? Un’analisi dell’era in cui dirsi di destra è diventato un disonore.

Premessa, per frenare in partenza le obiezioni che sento già arrivare: quelle per cui «Suvvia, siamo nel duemilaventuno e ancora questo qui parla di destra e sinistra», «La Prima Repubblica è finita da un pezzo», «Sinistra e destra sono concetti superati». Le fermo prima. Anzitutto perché penso che, se le lasciassi continuare, il loro flusso di incoscienza condurrebbe verso bislacchi orizzonti antidemocratici. Secondariamente perché, nonostante le linee di frattura della disgraziata politica dei giorni nostri siano, sì, tra populisti e anti-populisti, tra competenti e incompetenti e tra ideologici e pragmatici, credo che il posizionamento a destra o a sinistra mantenga comunque la sua rilevanza a livello simbolico.

Possiamo effettuare le più raffinate analisi politiche che vogliamo, trovare infinite linee di divisione tra i partiti e posizionare questi ultimi su un grafico a più dimensioni, ma a cena le persone non parlano di politica in questi termini e rimangono affezionate a quella linea immaginaria, da sinistra a destra, sulla quale collocare i partiti. Nei fatti, una sinistra riformista e una destra liberale concorderebbero sulla gran parte delle decisioni politiche ragionevoli. Ne è un esempio il governo Draghi, la cui agenda politica potrebbe essere presa in carico e fatta propria dall’una o dall’altra sponda. Il provvedimento politico è lo stesso, ma decidi tu come colorarlo e confezionarlo. Quella confezione è importante, è il pacchetto che arriva direttamente ai cittadini e, inspiegabilmente, è colorato sempre allo stesso modo.

Nonostante esista un grande spazio da occupare a destra, quella posizione spaventa e nessuno ha intenzione di costruirci la propria casa. Per cercare di analizzare meglio il fenomeno occorre focalizzarsi sulle attuali condizioni della destra nel mondo, sull’immaginario che questa evoca e sulle percezioni che ne hanno i cittadini. Parliamo di destra ed è inevitabile notare come questa, negli ultimi anni, si sia spostata sempre più verso gli estremi, polarizzandosi. Da Trump a Salvini, da Le Pen a Meloni, da Fidesz di Orbán ad Afd in Germania la tendenza è sempre la stessa. La destra radicale soppianta la destra moderata. Il centrodestra di tradizione cattolica e liberale eclissa.

Torniamo in Italia e poniamo la nostra attenzione sull’ambiguità di Forza Italia, partito che dichiara di ispirarsi ancora a quei valori. Il partito fondato da Silvio Berlusconi tiene due linee differenti a seconda del luogo in cui si trova in quel determinato momento. Così a Bruxelles sta coi popolari europei, mentre in Italia si lascia trainare dalla linea sovranista dei suoi sodali di coalizione, dissolvendo quei principi che professa di incarnare.

Altri attori che potrebbero insediarsi nel centrodestra, ma si tengono lontani dal farlo, sono Azione di Carlo Calenda e Italia Viva di Matteo Renzi. Il primo tende spesso a ribadire che i valori fondanti del suo partito siano quelli del socialismo liberale, facendo storcere il naso a molti che da quell’«ismo» vogliono tenersi alla larga. Per il secondo, invece, parla il suo passato da segretario del Pd, la provenienza dei suoi in Parlamento e la comprensibile difficoltà a emanciparsi dal mondo della sinistra.

Dopo questa panoramica generale proviamo a rispondere alla fatidica domanda: perché non entra in scena un partito che, impavido, dichiari «Noi siamo di centrodestra, votateci»? La risposta sta in un concetto che io definisco l’«ombrello della sinistra». Si tratta di questa strana tendenza secondo la quale per essere ritenuto un interlocutore credibile devi dichiarare la tua appartenenza a un certo schieramento, devi chiarire che da sinistra provieni e a sinistra vuoi rimanere, devi ripararti dalla pioggia di accuse e insinuazioni sotto questo immaginario ombrello. E se non ti ci metti sotto vieni automaticamente collegato a quella destra brutta e cattiva di cui parlavamo poc’anzi, con tutti gli annessi e connessi che ben conosciamo.

Non facciamoci illusioni e ammettiamo serenamente che essere di sinistra paghi, soprattutto a livello mediatico. Ne sono un esempio i numerosi influencer, nuovi maître à penser del progressismo, tra i quali spiccano per superficialità e populismo i Ferragnez. Essi si presentano come degli audaci che vanno controcorrente, come i rappresentanti di una piccola minoranza che lotta contro i mali del mondo. In realtà, pragmaticamente, Chiara Ferragni e suo marito hanno capito che, in questi tempi maledetti, posizionarsi politicamente a sinistra faccia vendere più smalti. Smerciando come anticonformismo il conformismo più totale, costruiscono il loro mondo immaginario popolato da esseri spregevoli in modo tale da fare risplendere, per contrasto, la loro limpidezza. Sostengono di avere tutti contro interpretando al meglio la logica dei buoni contro i cattivi: è lo schema amico-nemico, ma sono tutti amici loro. La digressione era necessaria, poiché la stessa questione si presenta in politica.

Le nuove generazioni sono cresciute con l’idea nefasta e illiberale per cui i buoni starebbero a sinistra e i cattivi a destra. Gli intelligenti a sinistra e gli ignoranti a destra. Se voti a sinistra sei sano, sei dei nostri; se voti a destra devi avere qualche problema di tipo intellettuale: non c’è altra spiegazione. Si tratta del tema riproposto della superiorità morale della sinistra, lo conosciamo bene. Il punto, però, è che una vera destra questi ragazzi non l’abbiano mai vista e conosciuta. Se la destra che si trovano di fronte è quella attuale, allora il loro atteggiamento, che comunque non è giustificabile e provoca effetti di imbarbarimento del dibattito pubblico disastrosi, appare quanto meno comprensibile.

Oggigiorno l’etichetta di destra viene considerata alla pari di un insulto. Si legge sui giornali di questo o quel politico che «ammicca alla destra» come se questa fosse un’azione riprovevole, di cui vergognarsi. Non stupitevi: tutto questo fa parte di quel processo di rincretinimento generale per il quale la politica non deve più convincere chi non è d’accordo, ma twittare quello che i cretini a compartimenti stagni vogliono sentirsi dire. Io credo che sia necessaria un’operazione politica che abbia l’obiettivo di raccogliere i consensi di quegli elettori di centrodestra che o votano controvoglia partiti di centrosinistra seguendo la logica del meno peggio, oppure votano una destra in cui non si riconoscono, che non sentono loro.

D’altronde una buona destra gioverebbe anche a tutti gli elettori di sinistra, che vedrebbero un dibattito pubblico ragionevole e fruttuoso. La politica smetterebbe di assomigliare a una curva di uno stadio in cui si sventolano bandiere e si cantano cori. Inoltre, avremmo una maggiore varietà nell’offerta politica. Dal punto di vista economico sarebbe certamente utile un attore di orientamento liberista che si contrapponga alla quasi totalità del Parlamento italiano, che ha una visione fortemente statalista dell’economia. Un altro tema sul quale differenziarsi potrebbe essere quello della giustizia. In un paese martoriato dal giustizialismo, in cui si è garantisti con i propri sodali mentre si agitano le forche contro gli avversari, una forza politica con valori realmente garantisti sarebbe un toccasana per la democrazia.

Dunque un centrodestra liberale e moderato per dare vitalità al dibattito politico, rimasto congelato per troppo tempo. Abbiamo un assoluto bisogno di scrostarci di dosso le ideologie, che ci impediscono di muoverci tra le questioni in libertà. Quelle ideologie che ci fanno schierare da una parte o dall’altra della sponda senza nemmeno conoscere i temi di cui stiamo parlando. Quelle stesse ideologie che ci portano a utilizzare il fascismo come un elemento regolatore, come una linea da spostare a piacimento. Se ti trovi a destra della linea che traccio io, allora sei fascista. Questa logica viene trasposta ad altri ambiti. Così succede che se non partecipi alla manifestazione indetta dai sindacati sei fascista, e lo sei anche se sei contrario al ddl Zan. Questa retorica non è più accettabile. Per favore, fate qualcosa.

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