"Mario Draghi" by EU2017EE is licensed with CC BY 2.0. To view a copy of this license, visit https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/
/

MARIO DRAGHI: LA NOSTRA ULTIMA CHANCE

Mattarella decide di calare l’asso affidando il Paese nelle mani del migliore disponibile sulla piazza, Mario Draghi. Una scelta per certi versi drammatica e disperata. L’ultima chance per il nostro Paese condannato ad un declino inarrestabile.

IL LENTO DECLINO DELLA PALLINA ITALIA

“Avete presente la teoria del piano inclinato? No? Ve la spiego. Se mettete una pallina su un piano inclinato la pallina comincia a scendere, e per quanto impercettibile sia l’inclinazione, inizia correre e correre sempre più veloce. Fermarla, è impossibile. Ma per fortuna gli uomini non sono palline: basta un gesto, un’occhiata, una frase qualsiasi a fermare il corso delle cose.

Così Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo, in una delle scene di “Chiedimi se sono felice” spiegava come un singolo evento può dare il là a una serie di conseguenze inaspettate impossibili da fermare. Si arriverà quindi ad un punto di rottura, in cui tutto andrà perso o, grazie all’azione dell’uomo, tutto troverà la giusta direzione.

Ecco, questa metafora spiega esattamente quello che sta accadendo in queste ore nel nostro Paese. L’Italia è la pallina lanciata a velocità impazzita lungo il piano inclinato del suo declino iniziato ormai più di 20 anni fa.

E no, se l’Italia è ferma da ormai più di due decenni, non è colpa di un complotto tedesco o dell’euro cattivo o del neoliberismo sfrenato come molta opinione pubblica crede. L’Italia, ad esempio, è al 80esimo posto nell’ Indice globale della libertà economica della Heritage Foundation.  Subito sotto al Kyrgyzstan e subito sopra le isole Fiji, in coda al gruppo dei Paesi che vengono definiti moderatamente liberi. Non proprio qualcosa di cui andare fieri!

I problemi relativi alla mancata crescita del PIL vanno ricercati altrove. In primis: la produttività.

L’Italia è tra gli ultimi per i livelli di produttività già dal 2001 e non è questa una questione squisitamente tecnica o per gli addetti. Senza un sistema economico produttivo ed efficiente non potrà esserci benessere diffuso e crescita.

Senza dare niente per scontato, perché è importante la crescita della produttività? La produttività è un indice molto semplice: il rapporto tra quanta ricchezza si produce usando una certa quantità di lavoro, di capitale o un mix dei due con altri fattori produttivi. Se essa aumenta, significa che a parità di condizioni, si è prodotto di più e meglio rispetto all’anno precedente.

Se cresce la produttività, si genera ricchezza per le aziende e per il Paese che può essere usata anche per il welfare, per aumentare la quota salari dei lavoratori, per rendere il sistema fiscale più equo.

Ma come sappiamo, tutto ciò non casca dal cielo. Va costruito con politiche che vadano in quella direzione. Ecco, l’Italia è andata in quella opposta. Un sistema produttivo efficiente richiede investimenti pubblici in istruzione, ricerca, infrastrutture, una giustizia civile dai tempi certi e una pubblica amministrazione efficiente. Il nostro paese è sotto la media OCSE e UE in termini di spesa per ricerca e istruzione, agli ultimi posti per laureati e ai primi per NEET. La giustizia civile è la più lenta d’Europa, mentre la nostra PA è tra le ultime in termini di efficienza. Ma ha la più alta percentuale di spesa dirottata alle pensioni. Un Paese che guarda al passato e non al futuro.

Tornando alla nostra metafora, come dice Aldo, gli uomini hanno la capacità di fermare il corso delle cose, tramite un gesto, una frase!

Ed ecco che l’intervento del Presidente Mattarella al termine del giro di consultazioni, può essere quel gesto capace di fermare l’ordine degli eventi e portare la pallina Italia verso la giusta carreggiata. 

Il Presidente ha deciso di sparigliare il tavolo da gioco del panorama politico incaricando Mario Draghi. Considerato l’Italiano più stimato dal mondo economico e finanziario e più apprezzato dalle cancellerie europee e internazionali. Colui che con il suo “Whatever it takes” ha messo in salvo l’eurozona e l’euro, chiudendo con un colpo di spugna l’avventura dell’Avvocato Conte.

MARIO DRAGHI: UNA SCELTA DRAMMATICA, MA NECESSARIA

La scelta di Mario Draghi come premier incaricato si tratta di una decisione drammatica, arrivata in un momento cruciale per il Paese. Un Paese che si trova a gestire la crisi epidemiologica e sociale dovuta alla pandemia. Ma anche la possibilità, quasi unica, di rilanciarsi con le ingenti somme del #nextgenerationeu. Con queste risorse, sarebbe possibile rimettere finalmente in moto le energie produttive e volenterose che questo Paese ha, ma non valorizza da tempo.

Ed è questa la grande differenza con l’ultimo governo tecnico, quello di Mario Monti. Il panorama in cui ci troviamo a livello europeo è completamente diverso. Il governo Monti si trovò ad affrontare una crisi finanziaria che stava colpendo i paesi europei più deboli (i cosiddetti PIIGS) e più esposti. L’Italia, con il suo debito monstre, aveva perso la fiducia dei mercati, lo spread era alle stelle, il premier Berlusconi più impegnato alle sue vicende personali che a quelle del Paese. La “fine greca” sembrava alle porte. La figura di Monti in quel caso, servì in primis a placare i mercati e poi ad attuare quelle misure necessarie, ma impopolari per mantenere il Paese a galla (la riforma delle pensioni ad esempio).

Possiamo dire in sintesi che nel 2011 il problema era abbassare lo spread, la soluzione un’austerità che riconquistasse la fiducia dei mercati finanziari. Nel 2021 il problema è portare a casa i soldi del Recovery Fund, ed è richiesta tanta competenza per fare giusti i compiti a casa. Sarà quindi un governo che dovrà spendere bene e non fare lacrime e sangue.

LA DRAGHINOMICS

Possiamo considerarla l’ultima chiamata per un Paese ibernato da 30 anni di politiche a corto raggio, fatte per accontentare l’elettorato di turno, senza una visione di paese e di sistema.

Ma qual è il Draghi pensiero? Quale potrebbe essere realmente la sua politica?

Non possiamo ascrivere Mario Draghi ad una determinata casella politica o ideologica. Alcuni lo hanno definito socialista liberale, altri addirittura neokeynesiano pragmatico. Parliamo di una persona capace di capire quando e come dosare politiche più espansive a quelle più restrittive. Infatti è lo stesso che con la sua politica monetaria accomodante alla BCE, ha permesso agli stati europei di trovare spazi fiscali per spendere. Ma anche quello che nel 2011 con Jean Paul Trichet, invio la famosa lettera al Governo Berlusconi in cui si chiedeva austerity (vera), riduzione della spesa e anche del pubblico impiego.

Quindi cosa aspettarsi dal suo (possibile) Governo?

Dalle sue ultime parole al Meeting di Rimini e da un rapporto di due mesi fa redatto dal G30, un think tank di consulenza su questioni di economia monetaria e internazionale co-presieduto proprio da Draghi, possiamo ipotizzare la strada che il suo esecutivo seguirà.

Sicuramente una forte discontinuità con il Conte II, partendo innanzitutto da incentivi e sussidi non a pioggia, ma indirizzati alle fasce realmente bisognose. Stop del blocco dei licenziamenti, per permettere alle aziende di ristrutturarsi, ma accompagnando i lavoratori con una rete di ammortizzatori sociali capace di puntare sulla formazione e riqualificazione degli stessi.

Sicuramente uno stravolgimento del Recovery Plan con meno soluzioni come il cashback di stato e più investimenti ad alto potenziale, maggiori fondi su istruzione e ricerca (magari con il Piano Amaldi) e soprattutto una serie di riforme che possono alimentare la produttività, ridurre la burocrazia inutile, garantire tempi certi dei processi, aumentare la qualità di scuola e università.

Ma soprattuto, la sua più grande riforma potrebbe essere quella di tracciare la strada verso una nuova stagione nella politica italiana. Stiamo già assistendo ad un forte riposizionamento di tutta la classe politica, anche quella che fino a ieri trattava l’ex presidente della BCE come la causa di tutti i mali.

Se Draghi avrà la forza di imporre, con l’appoggio dell’attuale arco parlamentare, le sue idee e di attuarle, portando risultati tangibili, questa potrebbe essere la vera grande riforma che il nostro paese necessita. Dimostrerebbe che mettere da parte urli, fake news, menzogne è possibile. Che affidandosi alla competenza e alle idee si può creare ricchezza, benessere e un miglioramento nella vita di tutti.

D’altro canto però il rischio enorme è che si possa avere un governo con tutti dentro, con una maggioranza instabile e chiassosa, vittima dei gruppi che la compongono e delle loro idee, incapace quindi di operare in maniera incisiva, che potrebbe dare nuova linfa alle pulsioni populiste e sovraniste in vista delle prossime elezioni.

Una sfida ardua, senza pari nella nostra storia moderna, ma anche la nostra ultima possibilità per tornare ad essere un Paese forte ed autorevole in Europa e nel mondo.

LASCIA UN COMMENTO

Your email address will not be published.

VIAGGIO SU RED DEAD REDEMPTION 2: L'ELEGIA DEL MITO

BEATI I POPOLI CHE NON HANNO BISOGNO DI EROI