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NATALE 2020: L’IDENTITÀ RUBATA COME IN MESSICO ’85

Museo del regista Alonso Ruizpalacios narra di un intero Paese che riscopre la propria identità ormai rubata. Il film, Orso d’argento a Berlino per la migliore sceneggiatura nel 2018, ci ricorda la fragilità della nostra identità e la forza del nostro attaccamento ai simboli. Il Natale 2020 sembra rievocarne lo spirito.

Trailer di Museo: la storia di un’identità rubata

È la notte della Vigilia di Natale, quando due giovani veterinari di Ciudad Satélite – poco fuori Città del Messico – entrano indisturbati nel Museo Nazionale di Antropologia per una visita del tutto eccezionale. Probabilmente, la rapina più punk mai eseguita. Correva l’anno 1985 e quella sarebbe diventata la rapina del Natale, un segno indelebile nella memoria di tanti messicani.

Così, tutto d’un tratto e senza preavviso, Città del Messico si è ritrovata senza Storia, derubata della propria identità, come se non fosse mai esistita. Come se le grandiose civiltà mesoamericane non avessero mai calcato il passo sulla loro terra. In poche parole, senza la propria natalità.

Forse per uno scherzo del destino, il misfatto combaciò proprio con il Natale di quel lontano 1985. Successe così, che la capitale messicana, con le sue immense strade straripanti di traffico e appesantite dai gas di scarico delle migliaia di veicoli che quotidianamente l’attraversano, una volta risvegliatasi dal torpore della Vigilia non seppe più riconoscersi.

Una città incredula davanti all’inimmaginabile, ammutolita davanti ad uno specchio che non rifletteva più l’immagine del suo passato. La megalopoli rimase inebetita senza sapere più da dove venisse, o come mai stesse ancora lì, caricata da tutti quegli anni di storia e, ancora di più, dalle tante colonie che ancora oggi la tengono distesa tra i vulcani del Popocatépetl e dell’Iztaccihuatl.

Una rapina punk, in stile DIY

La mattina di quel 25 dicembre, molti dei manufatti di origine precolombiana presenti all’interno del Museo erano scomparsi. Probabilmente, giacevano avvolti già da alcune ore tra le falde di qualche vecchio vestito appartenente ai due veterinari Juan e Benjamín. Il ratto, in perfetto stile DIY, compiuto con notevole ingegno e accurata maestria al fine di sfuggire ai sistemi di controllo e sicurezza museali, non aveva però finalità meramente opportunistiche.

A ben guardare, nonostante l’inestimabile valore delle opere trafugate, l’intenzione dei due complici non era semplicemente quella di arricchirsi. Il loro, fu piuttosto un atto spasmodico di ribellione, probabilmente psicopatico e comunque del tutto personale. Si trattò della rivendicazione di una storia individuale in contrasto con quella collettiva ed istituzionale. Due identità in collisione tra loro.

Maschera tradizionale: simbolo dell'identità rubata
Maschera tradizionale: tra i simboli dell’identità rubata

L’identità mesoamericana: pluralista e ben radicata

Quella messicana è un’identità nazionale molto particolare. Tantoché, probabilmente, non ha nemmeno senso parlare di un’unica identità. All’interno della Federazione degli Stati Messicani esistono infatti culture con origini lontane, che pescano da civiltà antiche e molto diverse tra loro. Esistono lingue, tradizioni e cucine lontane anni luce l’un l’autre, eppure accomunate da un sentimento d’appartenenza all’area mesoamericana. Quella del centroamerica è infatti un’identità pluralista, ed è ancora oggi molto viva nei suoi abitanti.

La rapina, perpetrata dai due futuristi di Satélite non è stata solamente il furto di alcune delle opere d’arte e culturali di inestimabile valore presenti all’interno del Museo di Antropologia. Quello che avvenne in Messico durante la notte di Natale del 1985, fu lo scippo di una storia comune, il venir meno dell’idea di un passato glorioso e ben radicato nel sentimento di ogni cittadino. A prescindere dalla propria estrazione sociale, molti messicani, ricchi o poveri, maya o sonorensi, riconobbero in quel frangente temporale, e forse per la prima volta, come fondamentale il legame con la loro Storia, con la loro identità.

Il Quetzalcoatl: simbolo dell'identità mesoamericana
Il Quetzalcoatl: simbolo dell’identità mesoamericana

Quella notte, a differenza dei giovani veterinari, le opere presenti all’interno del museo non stavano affrontando la loro prima rapina. Già precedentemente infatti qualcun altro pensò di rubarle. A prelevarle forzosamente dai propri luoghi d’origine, spesso considerati sacri dalla popolazione locale, un ladro d’eccezione. Uno Stato cieco, avido ed incurante delle tradizioni e del valore che tali opere rappresentavano per i popoli a loro affezionati.

Ciò nonostante, i vari monili, maschere e statuette, continuarono a rappresentare una pietra angolare nella costruzione dell’identità messicana. L’emblema dell’attaccamento di una cultura ai suoi totem. La necessità di difendere i propri simboli, leader muti che non tradiscono il popolo, anche se asfissiati in qualche fredda e sterile teca di vetro.

Una rapina futurista

Juan e Benjamín, improvvisatisi Robin Hood dell’archeologia e convinti di restituire agli originari proprietari parte delle opere trafugate, restarono sorpresi alla vista della reazione del popolo. Un popolo, attaccato all’immaginario di un Messico unito, e rassegnato ormai all’idea che i reperti archeologici stessero bene lì dove si trovavano: riposti sugli scaffali di un museo centrale.

I futuristi di Satélite, forse mossi in parte anche da nobili intenzioni, nulla poterono contro una reazione popolare tanto forte. L’attaccamento dei messicani alla propria identità fu un fronte ampio e condiviso. Alle sue basi, probabilmente, la paura di non riconoscersi. La paura dell’oblio.

Un’identità rubata molto fragile

Allo stesso modo, per molti europei il Natale contribuisce a definire la propria identità. Un’identità basata su rituali ben definiti e una simbologia inderogabile. Tuttavia, l’attuale stato di emergenza dettato dalla pandemia in corso, ha costretto molti Paesi a rivedere le tradizioni natalizie. La reazione suscitata nella popolazione segue le tracce di quella dei messicani nel 1985.

Per questo Natale, infatti, sono state imposte delle nuove restrizioni. Una cosa è chiara, non si potrà trascorrere il Natale come da programma. Queste limitazioni hanno provocato in molti una sensazione di smarrimento mista ad incredulità. Ci troviamo costretti a guardare dritto in faccia la nostra fragilità, aggrappati disperatamente a simboli e totem che sembrano svaniti. Anche i riti più semplici, come un abbraccio tra familiari nel giorno di Natale, assume il peso di una conferma della propria identità. La loro mancanza, genera spaesamento tra i più.

È piuttosto curioso notare come la messa in crisi di queste identità, avvenga oggi (e sia avvenuto nel caso di Museo) proprio in occasione della festa del Natale. Per definizione, la festa di una nascita, e quindi, dell’affermazione di una nuova identità.

Identità apparentemente così radicate, sembrano dissolversi al minimo soffio, come polvere su un vecchio libro. Viene dunque da chiedersi cosa rappresenti esattamente per noi il Natale, quanto faccia parte dell’architettura della nostra identità. Quale valore gli attribuiamo? E se natalità dev’essere, quale sarà la nuova identità con cui ci dovremmo confrontare?

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