/

NO MAN’S LAND E IL RACCONTO DELLA GUERRA IN BOSNIA

Ironia e tragedia nella storia particolare del film premio Oscar che racconta una parentesi triste della storia est europea che ancora oggi miete vittime innocenti.

Negli anni ’90 la Bosnia ed Erzegovina si è vista in ginocchio a causa del conflitto armato. Cessato il fuoco, però, non ha smesso di essere tartassata; da allora 728 persone sono morte a causa delle mine rimaste impiantate nel suolo bosniaco. Di queste 673 sono civili secondo uno studio condotto ad agosto del 2019.  Ancora oggi la ex-regione jugoslava continua ad aver bisogno di sminatori.

Il film e i simboli della guerra

Ma cosa è successo due decenni fa? Danis Tanović lo raccontò in chiave drammatica e ironica nel film del 2001 “No man’s land”. Ambientato nel 1993 durante i conflitti tra Serbia e Bosnia, vede come protagonisti un soldato serbo, due bosniaci e una mina. Sopravvissuto al fuoco, il bosniaco Ciki si trova nella terra di nessuno (tra i due fronti di guerra) con il serbo Nino. Nino si trovava lì già da prima con un suo compagno, che Ciki uccide a fucilate. I due soldati serbi avevano posto il cadavere di un bosniaco sopra una mina. Avevano la certezza che successivamente dei connazionali lo avrebbero portato via, generando così un’esplosione che li avrebbe trucidati. 

Il regista riuscì con dei dialoghi da commedia a presentare uno spaccato di storia molto pesante. Essendo cittadino bosniaco seppe rappresentare l’approccio che le popolazioni dell’ex Jugoslavia assumono nei confronti questi eventi traumatici: non fare i deboli. I sopravvissuti non possono piangersi addosso, devono andare fieri di aver combattuto per la patria e questo genera una repressione di qualsiasi emozione che si può provare pensando a quello scenario.

Ecco spiegata l’attitudine orgogliosa, aggressiva e austera di Ciki; quando i due si mettono a discutere su chi fosse il colpevole della guerra, egli punta il fucile contro il compagno nemico, che poi non è così diverso da lui. Come canta Fabrizio De André ne “La guerra di Piero”: “aveva il tuo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore”. Tutt’oggi i due paesi vivono situazioni economiche e politiche difficili, ma coperte da bandiere diverse. Tanović stesso in un’intervista sottolineò come i due popoli siano estremamente simili e parlino la stessa lingua, infatti i protagonisti dialogano tranquillamente, come se fossero connazionali. 

Il confronto per niente diplomatico si conclude con un’ammissione di colpa da parte di Nino, siccome aveva un fucile puntato contro; simbolico visto che la Serbia dovette arrivare alla fine del conflitto secessionista, venne ritenuta la colpevole.  Nonostante i due protagonisti non lo esplicitino, a noi spettatori è chiaro il messaggio espresso con questo dialogo: come la terra che calpestano, anche la colpa è di nessuno dei due. Sono solo due cittadini che ciecamente combattono per una nazione che non hanno né scelto né governato. Prigionieri di una guerra che due popoli combattono a causa di scelte politiche che non competono loro.

L’uomo sulla mina

I due popoli, in questo caso rappresentati dai due personaggi, sono entrambi vittime intrappolate in una situazione complicata, rappresentata dallo spaccato di terreno in cui sono intrappolati, con davanti a sé un suolo, un territorio che in futuro prenderà vita, al quale spetta un futuro difficile, rappresentato da Tzera, l’uomo bosniaco sotto il quale giace una mina. 

Tzera non è morto, così come la Bosnia. I due sciagurati scoprono poco dopo che respira ancora ma ovviamente dovrà stare immobile per evitare un’esplosione. Grazie ai mass media il mondo viene a conoscenza di questa situazione tragica e interviene l’O.N.U. che viene rappresentata con molta criticità. Il regista sceglie con inquadrature suggestive dal basso verso l’alto, siccome si presenta coma una potenza superiore occidentale che va a salvare i paesi sottosviluppati portando democrazia. 

Ciki ucciderà Nino e questo è un riferimento all”indipendenza che lo stato bosniaco ottenne dalla Serbia, mentre un soldato dell’O.N.U. uccide Ciki ed è una rappresentazione ancora negativa della potenza armata internazionale, come se esse avessero in qualche modo errato nel loro intervento pacifico nella terra di nessuno. Questa criticità si manifesta a pieno nel momento in cui le truppe delle nazioni unite abbandonano l’uomo sulla mina perché non sanno cosa fare. E così faremo tutti, piano piano, perchè il film si conclude con uno zoom al contrario dall’alto che ci fa allontanare da Tzera che è lì, solo, sopra alla mina, morto a prescindere perché non può alzarsi.

La Bosnia oggi si trova ancora così per molti versi: immobile a causa della consapevolezza di avere ancora 79.000 mine situate in tutto il territorio e del non conoscere dove e quando potrebbero recare danni e uccidere qualcuno, e il mondo, man mano, va avanti dimenticandosene, lasciando Tzera senza speranze. Morirà di stenti o per via di un’esplosione, a meno che qualcuno non disinneschi la bomba.

LASCIA UN COMMENTO

Your email address will not be published.

OLTRE LA SCONFITTA: CHE NE SARÀ ORA DEL POPULISMO?

IL NUOVO UMANESIMO DI GIUSEPPE CONTE