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OLTRE LA SCONFITTA: CHE NE SARÀ ORA DEL POPULISMO?

Donald Trump, la Brexit, il Covid

Dopo la sconfitta di Donald Trump è tornata in voga l’idea secondo cui il Populismo Sovranista con tinte nazionaliste, reazionarie, qualunquiste sarebbe in crisi. La pandemia, secondo questa narrazione, avrebbe reso evidenti l’incapacità di governare di personaggi del calibro di Trump, Bolsonaro, Salvini, Boris Johnson et similia. E ora che l’ondata di populismo sembra ritrarsi tornerà una politica fatta di competenze e colletti inamidati in grado di dare lustro al mondo occidentale.

Questa narrazione, però, è puro wishful thinking, per usare un eufemismo.

D’altronde è più o meno dalla vittoria di Renzi alle Europee con il 40% che si parla di una fine del populismo. Poi sono arrivati la Brexit e Donald Trump. La visione ottimista ha preso di nuovo vigore dopo le elezioni europee del 2019 dove l’avanzata sovranista è stata più contenuta del previsto.

Ma la battuta d’arresto dei populisti alle elezioni non è stata affatto una sconfitta totale. Lega e RN sono primo partito rispettivamente in Italia e in Francia; in Spagna, un paese che fino a poco tempo prima il populismo sembrava non aver attecchito, il partito di destra Vox è entrato in parlamento, prima con una manciata di rappresentanti, poi con una vera e propria orda tanto da diventare terzo partito dietro i socialisti di Sanchez e un Partito Popolare sempre più spostato verso destra; in Germania, i tempi d’oro della Merkel stanno per finire e con loro, probabilmente, anche la sua narrazione politica che collocava la CDU saldamente al centro, un partito in grado di attrarre voti sia da destra sia da sinistra.

Dopo le dimissioni della sua delfina da leader del partito, le cose cambieranno radicalmente: la gestione Covid ha portato alla ribalta ancora più di prima Jens Spahm, ministro della Salute Tedesco, un conservatore atipico che coniuga libertà civili ed economiche con una visione più intransigente nei confronti dell’immigrazione, posizione questa supportata anche dai cugini bavaresi della CSU.

La visione ottimista, purtroppo, non è stata in grado in questi anni di emergere dalla palude di idealismo che l’ha circondata. Non ha colto il cambiamento radicale che le masse esigono dopo la crisi degli anni ’10.

La crescita non è un optional

Certo, la crisi sembra ormai un ricordo lontano. Ma le sue cicatrici sono ben visibili sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista sociale.

Dal punto di vista economico, la crisi degli anni ’10 ha portato all’impoverimento della classe media. Questa aveva visto i suoi standard di vita e la propria capacità economica aumentare praticamente dalla fine della seconda guerra mondiale. Questa erosione della ricchezza ha significato, dal punto di vista simbolico, la fine dell’illusione secondo cui il futuro sarebbe stato più brillante del presente. Il futuro non appare più come una promessa- quella ad esempio di vedere i propri figli sistemati e vicini a casa- ma come una minaccia.

The wealth gap report: The wealth gap hinders minorities' ability to  create, maintain, and grow their small fi rms, which negatively impacts the  entire economy – IBSA Newswire

Il senso di impotenza e di pessimismo che viene sprigionato dalla classe media è niente meno che la degenerazione della narrazione individualista che ha caratterizzato l’occidente da almeno 40 anni a questa parte. Il singolo non si riconosce più in qualcosa di più grande- una volta finite le ideologie e con loro le religioni- ma fa affidamento soltanto sul suo lavoro e sulle sue capacità. Lavorando sodo e impegnandosi le persone avrebbero visto un miglioramento dei loro standard di vita, svincolati ormai dai legami che prima li inchiodavano al suolo.

Questa visione, una sorta di miscuglio tra l’ideologia liberale classica e l’Ubermensch di Nietzsche, ha lentamente distrutto ciò che chiamavamo società. Ha reso gli individui niente meno che atomi sparpagliati in preda a un moto disordinato. E per qualche tempo ha funzionato. Basti pensare alle straordinarie vittorie del New Labour in UK negli anni ’90 e ’00, che su questa narrazione avevano letteralmente costruito il loro manifesto. Ma come condizione necessaria affinchè questa narrazione funzioni ci deve essere, appunto, il miglioramento delle condizioni di vita e una crescita economica sostenuta.

Con un gioco di specchi, per nascondere la complessità, abbiamo creduto che la crescita economica antecedente al 2008 fosse appunto il risultato di un esperimento. Quello di ampliare le possibilità dell’individuo, in particolare le possibilità di accumulare ricchezza.

Dopo la crisi del 2008 questo meccanismo si è rotto. La classe medie, su cui questa narrazione politica aveva fatto affidamento, ha visto come dicevamo prima il futuro colorarsi di nero.

La situazione economica delle famiglie italiane: atmosfera da anni '80 -  Menabò di Etica ed Economia

Il ritorno della nostalgia

I movimenti populisti e reazionari hanno fatto leva, appunto, su un sentimento di nostalgia che affiorava nella popolazione. Non è un caso infatti che l’intera proposta politica della Lega sia sostanzialmente riportare l’Italia indietro di quarant’anni o più.

Il disorientamento della classe media, a seguito del peggioramento non tanto delle condizioni economiche quanto delle prospettive future, ha stimolato un ritorno a termini ormai desueti, come quello di nazione.

Un caso emblematico di questa tendenza è sicuramente la Turchia di Erdogan. L’APK, il partito di Erdogan, ha fatto leva sugli istinti più conservatori della popolazione arrivando a ridisegnare il cittadino modello. Almeno in Turchia questo ha significato un ritorno all’islamismo, con donne che indossano l’hijab e giovani hipster massacrati di botte perchè non rispettano il Ramadam.

Questo ci porta a una riflessione: la narrazione puramente classista del populismo non funziona. L’aspetto economico e l’aspetto sociale viaggiano a braccetto. Non appena è venuto a mancare l’aspetto economico su cui si reggeva la narrazione propria del mondo occidentale, anche la spinta propulsiva sui diritti civili ha perso vigore.

Proprio per questo, alla morte di Ruth Ginsburg, Donald Trump ha deciso di nominare membro della Corte Suprema una giudicessa conservatrice. Egli ha deciso di saldare ancora di più il legame tra classe media insoddisfatta e tendenze moralistiche e identitarie.

Sono stati infatti i maschi bianchi eterosessuali a trainare la vittoria di Trump nel 2016 contro la Clinton.

Cambiare le cose, per davvero

L’emergenza da Coronavirus e la conseguente crisi economica non solo deluderanno le aspettative di coloro che sperano nella morte prematura del populismo. Ma tutto lascia supporre che questi fattori daranno nuova linfa ai partiti populisti e sovranisti. A dimostrazione di ciò, basti guardare l’andamento dei consensi di Fratelli d’Italia durante quest’anno. Se la Lega è stata penalizzata dal ruolo di Fontana e Gallera, il partito di Giorgia Meloni, lontano dallo scandalo Lombardia, ha ormai sorpassato il Movimento 5 Stelle e comincia a contendere il ruolo di leader della coalizione proprio al partito di Matteo Salvini.

Per far fronte a questa ondata, però, non bisogna cedere alla narrativa liberale. Non c’è bisogno di esperti. Di politici dal volto pulito in grado di instillare ottimismo nella popolazione. Anche Macron lo ha capito, tanto che le sue ultime dichiarazioni lo pongono definitivamente nell’area conservatrice, un One Nation Conservative.

Se da una parte bisogna prendere sul serio i populisti, dall’altra è necessario ripensare la visione che abbiamo delle relazioni tra persone ed economia.

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