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PD E 5 STELLE: UN ANNO DOPO

Il 5 settembre del 2019 giurava il Conte-bis fra lo stupore degli italiani e l’amaro in bocca di chi, soltanto un mese prima, dalla riviera romagnola sognava elezioni anticipate e pieni poteri. In pochi ricordano, o fanno finta di scordare, che l’artefice della difficile e delicata alleanza di governo fra i “populisti brutti e cattivi” e “il partito che si vendeva i bambini con l’elettroshock” è quello stesso Matteo Renzi che a causa dell’unità del fronte populista, e non, perdette il referendum costituzionale del dicembre 2016. E difatti, dopo l’apertura della crisi di governo in agosto, in pochi credevano a un governo tra i 5 stelle e il Partito Democratico, in primis proprio chi pregustava le elezioni anticipate per capitalizzare l’enorme consenso che i sondaggi gli attribuivano. E invece, ancora una volta veniva confermata la massima bismarckiana “la politica è l’arte del possibile” inserita nella formula del governo di scopo che avrebbe dovuto avere come obiettivo precipuo la sterilizzazione della clausola di salvaguardia IVA e la non meno importante riforma della legge elettorale in senso proporzionale come correttivo al referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari.

A un anno esatto dalla sua formazione l’alleanza tattica tra i due partiti al governo sembra essersi trasformata in alleanza strutturale, resa inossidabile dall’emergenza sanitaria che porterà in dote all’Italia oltre duecento miliardi di euro europei, dalla sempreverde paura delle destre al governo e dal rinnovo della presidenza della Repubblica nel 2022. L’anno di governo con la Lega ha dissanguato il movimento creato da Grillo, come confermato dai risultati delle elezioni europee del 2019 che hanno fotografato un’inversione dei rapporti di forza fra i due alleati, mentre dopo un anno di governo al fianco del Pd i 5 stelle sembrano aver arrestato l’emorragia di consensi. In prima analisi questo elemento potrebbe essere una conseguenza del fatto che il movimento oggi guidato dal reggente passacarte Vito Crimi sta dettando l’agenda politica, con un Pd prono ai voleri e capricci dell’alleato più per paura di un ritorno al voto anticipato che per senso di responsabilità verso il Paese. I decreti sicurezza, eredità del governo giallo verde, sono ancora lì intonsi e immacolati, nonostante il segretario piddino avesse annunciato come prioritario il loro smantellamento in favore di una gestione dei flussi migratori meno aggressiva e più umana. La riforma costituzionale, ultima bandiera del grillismo duro e puro, che se confermata andrà ad operare un taglio netto del numero dei parlamentari, riducendone il numero complessivo di 345 fra Camera e Senato, sta per giungere al traguardo, con un Pd incapace di opporre resistenza alla demagogia populista nonostante, anche in questo caso, aveva posto la riforma della legge elettorale in senso proporzionale come unico paletto per il lasciapassare della furia anticasta pentastellata. A conferma dell’intransigenza del Pd, di legge elettorale non se ne parla più e se se ne parla lo si fa in proposito di un maggioritario. Sul versante della politica economica, non di meno, è ravvisabile la maggior forza dei 5 stelle rispetto al Pd, succube quest’ultimo dell’idea di stato dirigista e assistenzialista dell’alleato con la riconferma del reddito di cittadinanza e la “politica del bonus” a pioggia, nel tentativo di rilanciare i consumi frenati dall’emergenza sanitaria, senza una reale opposizione interna al partito dopo la fuoriuscita dell’area lib-dem, facente capo a Renzi, e di Carlo Calenda.

Non molto tempo fa qualche vecchia volpe della politica spingeva per un’alleanza di governo fra il Partito democratico e il Movimento 5 stelle, portando avanti con convinzione la tesi della vicinanza politica fra i due partiti, con il Movimento visto come costola della sinistra che aveva recepito e alimentato il dissenso interno all’area trasformandolo in voti. Ciò che non prendeva in considerazione la teoria suesposta era che il movimento era andato oltre, raccattando voti sia a sinistra quanto a destra e centro. A chi provava a smontare questa tesi, facendo leva non soltanto sulla trasversalità del Movimento ma anche sull’impreparazione e sul pressapochismo della sua classe dirigente, veniva ribattuto che il Pd avrebbe dovuto indossare i panni del fratello maggiore responsabile e occuparsi dell’educazione politica del fratello minore un po’ capastorta, ma con tanta voglia di fare e di imparare. Il “governo del cambiamento”, l’entusiasmo palpabile di tanti politici grillini durante questa esperienza e la prosecuzione della campagna d’odio nei confronti del Pd che nella frase “mai con il partito che si vendeva i bambini con l’elettroshock” ha raggiunto il suo apice, salvo poi sedersi al governo con l’orco alcuni giorni dopo, hanno smantellato la prima parte della tesi di chi vedeva l’alleanza fra i due partiti come un fatto naturale. La seconda parte, invece, quella che provava a cucire addosso ai dem le vesti di balia, è stata spazzata via dall’anno politico appena trascorso che ha visto la perdita identitaria e culturale, semmai ne avesse avuta una, del Partito democratico per far spazio a quella populista e demagogica pentastellata.

Nella riga delle entrate del bilancio consuntivo del primo anno di governo è ascrivibile il Movimento 5 stelle, che da un lato ha stabilizzato i consensi e dall’altro riconfermato il reddito di cittadinanza con tutti i limiti e i difetti, portato a termine la riforma sulla prescrizione indegna per uno stato di diritto e probabilmente metterà a segno un altro punto con la vittoria del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari. Nella riga delle spese troviamo il Partito democratico, che forse sarebbe più corretto chiamare nuovo Pds, dal momento in cui sembra aver perso la vocazione maggioritaria e gli elementi moderati e liberali che avevano caratterizzato la sua nascita nel 2007 e che comunque mai erano venuti a maturazione completa.

Enrico Lussu

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