Nel corso della storia tutti i conflitti bellici hanno avuto ripercussioni economico-finanziarie. Ma l’invasione dell’Ucraina ha causato un’impennata senza precedenti dei prezzi dei beni energetici, riproponendo uno schema inflazionistico analogo a quello registrato negli anni Settanta, in occasione della guerra dello Yom Kippur del 1973 e della rivoluzione islamica in Iran del 1979.
La guerra dello Yom Kippur e la stagflazione
L’accelerazione della crescita dei prezzi degli anni Settanta si può ricondurre all’aumento del prezzo del petrolio stabilito dall’OPEC a seguito della guerra dello Yom Kippur che ebbe luogo dal 6 al 25 ottobre 1973. Il conflitto vide contrapposti da un lato Egitto e Siria, dall’altro Israele.
I Paesi arabi associati all’OPEC decisero di sostenere la campagna militare di Egitto e Siria decretando l’aumento del prezzo del petrolio e il blocco delle esportazioni, con l’obiettivo di colpire gli Stati Uniti e gli altri Paesi sostenitori di Israele. Tra il 1971 e il 1974, il prezzo reale del petrolio aumentò in misura notevole causando la recessione che colpì i Paesi industrializzati tra il 1973 e il 1975.
La crescita economica mondiale passò dal 6,8% del 1973 al 2,8% del 1974. Per la prima volta gli economisti si trovarono ad affrontare la simultanea presenza di elevata inflazione (negli Stati Uniti passò dal 3% del 1972 al 12% del 1974) e crescita bassa o nulla, mettendo in discussione le teorie keynesiane che erano state fino a quel momento punto di riferimento dei governanti occidentali.
Di lì a poco avrebbero preso piede il liberalismo economico e la scuola monetarista. Le banche centrali avrebbero cominciato a porre la stabilità dei prezzi in cima alle priorità di politica monetaria. L’inflazione doveva essere combattuta, anche a costo di una più alta disoccupazione.
LA RIVOLUZIONE IRANIANA E LA CRISI DEL 1979
Nel 1979-80 si verificò una seconda crisi energetica a seguito della rivoluzione islamica in Iran e dalla guerra tra Iran e Iraq. Il prezzo del petrolio salì a 80 dollari al barile, mettendo per la seconda volta in seria difficoltà le economie occidentali, nuovamente esposte ai rischi derivanti da una forte dipendenza energetica da attori politicamente inaffidabili.
Il regime change del 1979 in Iran determinò la sospensione dell’export di oro nero che sarebbe ripreso successivamente sotto il nuovo regime ma a prezzi più elevati. In seguito all’invasione irachena dell’Iran, la produzione si ridusse drasticamente in entrambi i Paesi, determinando un rallentamento dell’attività economica nei Paesi industrializzati.
A seguito del calo della domanda, negli anni Ottanta si assistette ad un eccesso di offerta di petrolio, dovuto all’aumento della produzione da parte degli altri membri dell’OPEC, alla riduzione dei costi del greggio, all’innovazione tecnologica, agli investimenti in nuove fonti di energia alternative come gas naturale e nucleare, alla scoperta di nuovi giacimenti nel Mare del Nord e alla creazione delle riserve nazionali strategiche di petrolio. La doppia crisi petrolifera degli anni Settanta spinse i governi occidentali e, in particolare, i Paesi europei a diversificare l’approvvigionamento energetico e a ragionare per la prima volta di sicurezza energetica.
DA UNA GRANDE CRISI A UNA GRANDE OPPORTUNITÀ
Da quanto detto emerge chiaramente la principale analogia tra le crisi energetiche degli anni Settanta e la crisi energetica in corso, che vede nell’invasione russa dell’Ucraina la sua causa ultima ma non esclusiva: una sbilanciata dipendenza energetica da un oligopolista.
Come negli anni Settanta, la risposta dell’Occidente è anche oggi quella della diversificazione delle fonti di approvvigionamento e del mix energetico, ma con delle differenze significative.
In primo luogo, questa crisi non è determinata da un embargo stabilito unilateralmente dall’oligopolista, ma dal rischio che quest’ultimo possa interrompere le esportazioni di gas reagendo alle sanzioni finanziarie impostegli dalla comunità internazionale, o che la comunità internazionale decida per prima di sospendere le importazioni per punire l’escalation militare (azione al momento intrapresa solo dagli Stati Uniti, meno esposti all’import di idrocarburi rispetto agli alleati europei).
In secondo luogo, negli anni Settanta le principali economie industrializzate erano legate esclusivamente all’importazione di petrolio estratto in pochi giacimenti, mentre oggi hanno accesso ad un mix energetico più diversificato (tra petrolio, gas naturale o liquefatto, rinnovabili, nucleare, ecc.) e a una pluralità, seppur limitata, di giacimenti e infrastrutture energetiche più efficienti. Se gli Stati Uniti si sono sempre garantiti una minima indipendenza energetica, i Paesi europei sono passati dalla dipendenza dal petrolio dell’OPEC alla dipendenza dal gas russo. Transizione determinata dalla concomitanza di fattori geopolitici, economici e geografici ma anche figlia dell’assenza di una strategia europea condivisa. Oggi più che mai emerge l’urgenza di una politica europea in grado di garantire la sicurezza della regione dal punto di vista energetico.
NON È SOLO UNA CRISI ENERGETICA
Dal punto di vista macroeconomico, il conflitto in corso rispetto a quelli degli anni Settanta potrebbe avere degli effetti di lungo periodo ben più significativi, in quanto i mercati finanziari e il commercio internazionale sono molto più sofisticati, interconnessi e globali rispetto a quarant’anni fa. Inoltre, la Federazione Russa non esporta solo prodotti energetici, ma anche materie prime strategiche, come il nichel e grano. Lo stesso vale per l’Ucraina.
Alla crisi energetica stanno già seguendo avvisaglie di una crisi alimentare e inflazionistica (ormai in ascesa da mesi) di difficile risoluzione per i governi occidentali ed europei, già affannati dall’esecuzione dei piani di ricostruzione delle economie post pandemia.
Sarà ancora una volta necessario far ricorso ad ulteriore debito pubblico per attutire il colpo, con l’inevitabile rinnovo della sospensione del Patto di Stabilità e il rinvio a data da destinarsi della normalizzazione della politica monetaria della BCE.



