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USA: GUERRA CIVILE O LENTA DECADENZA?

La vittoria alle presidenziali dell’ex vice presidente sembra ormai cosa fatta, ma nonostante l’esito inequivocabile del voto degli elettori americani, gli esiti ottenuti non necessariamente determineranno un passaggio immediato del potere nelle mani del leader democratico. Trump del resto non si è di certo astenuto dal sottolineare la sua volontà di impedire una transizione pacifica, sostenendo ripetutamente l’inaffidabilità del sistema di voto per posta e dichiarando negli ultimi giorni con veemenza come le elezioni siano state truccate a suo svantaggio, arrivando addirittura ad intestarsi vittorie in stati chiave quando ancora il conteggio dei voti era da ultimarsi. Ma tralasciando l’inusualità storica e la tragicità della situazione attuale – considerabile del resto come diretta manifestazione della profonda spaccatura della società americana e della sua decadenza progressiva – è interessante riflettere su quali possano essere i futuri scenari di breve e lungo periodo.

Restringendo l’analisi a quelli che possono essere gli sviluppi delle prossime settimane, sembra ormai chiaro che Trump spingerà con ogni suo mezzo per mettere in discussione a livello legale la legittimità degli esiti elettorali negli swing states, fondamentali alla vittoria finale e che ad oggi sembrano in buona parte in procinto di tingersi di blu. Questo procedimento, destinato a protrarsi per settimane se non mesi, passerebbe inevitabilmente in un primo momento dalle corti nazionali degli stati interessati, per approdare solo successivamente in caso di ricorso alla corte suprema. È in tal senso bene ricordare come la recente nomina per mano presidenziale di Amy Coney Barrett ha spostato gli equilibri della corte a chiaro vantaggio repubblicano (sei giudici repubblicani contro gli ormai solo tre democratici) e questo avrebbe chiare conseguenze sulle eventuali decisioni del massimo organo giurisdizionale USA. È fondamentale però anche sottolineare come non sia affatto scontato che i giudici repubblicani diano ragione a Trump qualora la sua sconfitta fosse inequivocabile e manifesta negli esiti delle urne. Infatti, i giudici della corte ricoprono la carica “vita natural durante” (fino alla morte) e per mantenere la loro posizione non necessitano della benevolenza del presidente in carica o di qualsiasi tipo di constituency elettorale. Pertanto l’auspicio è che possano valutare eventuali ricorsi in merito alla validità delle elezioni in maniera deontologica, etica, e non esplicitamente faziosa.

In sostanza, non sembrano essere vere le condizioni proprie dell’elezione americana di inizio millennio quando la vittoria di Bush su Al Gore fu in buona parte sancita dalla decisione della corte suprema di annullare i riconteggi in Florida, dove il successo del repubblicano avvenne per un estremamente esigua maggioranza dello  0,00009% (537 voti). In questo caso la situazione era di reale equilibro e una decisione della corte suprema fu determinante. Ad oggi al contrario la vittoria di Joe Biden pare sarà decisamente più netta. Nel breve periodo mi sento quindi di sostenere che la transizione di potere avverrà in un modo o nell’altro sebbene l’esito sarà probabilmente considerabile come definitivo solo tra qualche giorno/settimana. Trump dovrà rassegnarsi alla sconfitta non potendo egli usufruire dei poteri tipici del capo di governo autoritario che permettono di sovvertire con agevolezza gli esiti elettorali democraticamente espressi. Nonostante la simpatia espressa da Trump per Putin e il sistema di governo che egli incarna, gli stati Uniti non sono la Russia. O quantomeno non lo sono ancora.

Nel lungo periodo la questione è più complessa perché con grandi probabilità la nuova amministrazione Biden dovrà fare i conti con un senato e corte suprema repubblicani. Questo porterà con grande probabilità a uno stallo nell’azione politica della nuova amministrazione. Infatti, al contrario della diffusa credenza collettiva, il presidente americano ha poteri estremamente circoscritti e una decisa politica presidenziale può empiricamente veder realizzazione solo se in sinergia con la volontà di camera, senato, e in parte anche della corte suprema che negli States riveste un ruolo fortemente politico e non solo giurisdizionale.

L’amministrazione Biden in futuro potrebbe però cercare di superare lo stallo istituzionale che andrà verosimilmente realizzandosi e che negherebbe la possibilità per attuare le svolte sistemiche di cui gli Stati Uniti necessitano per invertire la tendenza involutiva del paese. Si potrebbe quindi ad esempio agire tentando di aumentare il numero dei giudici in seno alla corte suprema per consentire una maggiore rappresentanza democratica. Inoltre, sarebbe possibile tentare di elevare allo status di stati americani il distretto di Columbia, Porto Rico o Isole Vergini Americane (aumentando di conseguenza anche il numero di senatori poiché ogni stato USA ha per costituzione diritto all’elezione di due senatori indipendentemente da estensione territoriale o densità demografica). Ma gli ostacoli a tali atti costituzionalmente rivoluzionari sarebbero molteplici. Infatti per apportare cambi radicali alla costituzione americana sarebbe necessario il consenso dei due terzi dei cinquanta stati della federazione americana e dei due terzi di congresso e senato. Un consenso così stesso è in tutta probabilità irrealistico nel contesto sia attuale che futuro.

Quindi, per concludere, sembrano oggi decisamente sovradimensionate ed irrealistiche le paure per la degenerazione in guerra civile del contesto domestico statunitense; quello che sembra più verosimile prevedere è la continuazione di un lento declino americano anche in una fase post-trumpiana, cha vada nel tempo a certificare il ruolo di malato d’occidente dell’attuale superpotenza. Questo processo aprirebbe la strada in futuro ad una ridefinizione integrale dell’intero sistema internazionale che da decenni gli USA hanno plasmato a loro immagine.

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