Bryan Alexander, CC BY 2.0 , via Wikimedia Commons

Virginia e grandi città, le elezioni americane secondo Matteo Muzio

11 Novembre 2021

Martedì 2 novembre si è votato in molti luoghi degli Stati Uniti. Per capire come è andata e come sta cambiando il paese americano in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo autunno abbiamo fatto due chiacchiere con Matteo Muzio, direttore di lettereTJ ed esperto di politica americana. 

Un nuovo Governatore in Virginia

Gli occhi di tutti erano puntati sull’elezione del Governatore della Virginia, storicamente feudo Repubblicano ma negli ultimi anni passato in mano democratica. Gli sfidanti erano il democratico Terry McAuliffe, già Governatore dal 2014 e il 2018, e il repubblicano Glenn Youngkin. Muzio commenta che: “in Virginia i democratici hanno voluto sfruttare l’antitrumpismo come facile strategia per accaparrarsi voti senza troppo badare al programma”, probabilmente sicuri del margine di vantaggio iniziale indicato nei sondaggi. Hanno sottovalutato però la capacità dei repubblicani di smarcarsi dall’ingombrante ombra dell’ex Presidente che infatti, prosegue Muzio, “è stato messo ai margini dal locale partito repubblicano”. Il trumpismo è quindi apparentemente andato in secondo piano e anzi “utilizzato a dosi omeopatiche da Youngkin, quel tanto che basta per mantenere la propria quota di elettori simpatizzanti, che di sicuro da sola non sarebbe bastata”.

Sicuri della vittoria, i democratici hanno sottovalutato l’impegno da dedicare alla composizione delle liste elettorali e il quadro generale per McAuliffe è stato quello di un candidato che non avesse molto da offrire”. Attenzione però a ritenere il modello Youngkin esportabile su scala nazionale. Secondo Muzio è da considerare infatti come “un modello tradizionale alla Romney, che può funzionare qualora il candidato democratico sia svogliato o poco attuale, come nel caso di McAuliffe” e non un modello universalmente funzionante per vincere ovunque”. In altre parti degli Stati Uniti, infatti, la base radicale è più numerosa e non è improbabile che emerga qualche trumpiano di ferro dalle primarie del prossimo anno. 

Il quadro generale delle elezioni in tutto il paese restituisce, forse un po’ a sorpresa, poca centralità ai grandi temi del dibattito pubblico degli ultimi anni come armi, Black Lives Matter o welfare. Tendenzialmente le elezioni sono state vinte su temi vicini alle questioni locali e secondo Muzio c’è stato “forse solo un tema, quello della Critical Race Theory che ha influito in maniera determinante su scala nazionale. È la paranoia, in gran parte repubblicana ma molto ben propagandata, che denuncia un tentativo di rendere woke i nostri figli”. I casi a supporto della teoria sono praticamente inesistenti e si potrebbe quasi parlare di teoria del complotto. Se ne è parlato però in maniera trasversale su scala nazione ed è chiaro che la preoccupazione per parte dell’elettorato è reale. 

Le roccaforti democratiche

Per quanto riguarda le elezioni dei sindaci nelle grandi città si ha quello che appare come uno scatto in avanti progressista. Boston ha eletto Michelle Wu, prima donna di origini asiatiche a ricoprire la carica dopo più di due secoli di maschi bianchi, mentre a New York ha vinto Eric Adams, secondo sindaco afroamericano nella storia della città.

Non è però tutto oro quel che luccica. Secondo Muzio: “Michelle Wu ha un’agenda molto progressista, mentre Eric Adams è un moderato che ha proposto una forte agenda securitaria. Di sicuro entrambi credono in un welfare generoso e nella lotta alla povertà, ma Adams è meno propenso a cedere ai talking points della sinistra democratica.”

Whoisjohngalt, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

Ultimo caso che merita di essere citato è quello di Minneapolis dove era avvenuto l’omicidio di George Floyd da parte della polizia. È stato riconfermato il sindaco uscente e sembra che la posizione iniziale dei manifestanti BLM di riformare completamente il dipartimento si sia diluita in soluzioni più pragmatiche. Come ci ricorda Muzio, il primo cittadino Jacob Frey “si era detto disponibile alla possibilità di abolire il dipartimento ma gli elettori non si sono detti d’accordo”.

L’America sembrerebbe quindi in una situazione di stasi apparente in attesa dei prossimi sviluppi politici. Il trumpismo è vivo tanto quanto l’antitrumpismo ma i repubblicani hanno dimostrato di poter perseguire strade alternative rispetto alla mera sudditanza nei confronti dell’ex Presidente newyorchese. I democratici dal canto loro dovranno fare i conti con la necessità di essere propositivi e innovativi e dovranno assolutamente evitare di definirsi solo per alterità nei confronti di Trump.

Le elezioni di metà mandato del prossimo anno appaiono, se possibile, ancora più incerte di prima. 

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