Peter Massas/Flickr
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CENSURA ALLO SPETTACOLO: È UNA NOVITÀ?

L’anno che che abbiamo salutato non terrà con sé le polemiche di cui mondo dello spettacolo è stato protagonista. Il 2021 potrebbe vederne di più siccome l’attenzione su cosa si può e non si può dire è ormai alta.
L’intrattenimento in generale è stato cruciale visti i lockdown, ed è sorta l’esigenza di monitorare anche laddove prima c’era più libertà.

La censura

La TV, il cinema e il web sono diretti testimoni di alcune forme di censura. Nell’ultimo periodo in particolare, per via dei grandi cambiamenti sociali dei quali la nostra generazione è figlia e madre, l’attenzione si presta al politically correct e alla sua “dittatura”.

“Non si può più dire niente che c’è qualcuno che si offende”

Ovviamente i creatori di contenuti e produttori sono limitati via via che le regole si fanno più rigide: motivo per cui alcuni di loro si sono lamentati. Ce ne sono a valanghe di scandali avvenuti nel mondo dello spettacolo nell’ultimo anno; l’annuncio della cancellazione dei film con Johnny Depp, la sospensione di “Detto fatto” per via di uno sketch sessista (un tutorial su come fare la spesa coi tacchi in modo sensuale). Due contesti molto differenti, accomunati da analoghe cause.

E non dimentichiamoci che HBO ha rimosso temporaneamente “Via col vento” per via dei contenuti razzisti; una cosa che si impara studiando il diritto è che le leggi non sono retroattive e il film di Fleming venne girato negli anni ‘30. Di fronte a questo episodio i più conservatori hanno gridato alla censura mentre i progressisti l’hanno considerata una conquista.

Il fatto curioso è che l’indignazione comune si poggiava molto sulla certezza che “siamo nel 2020”. Sia la rimozione del contenuto che il contenuto razzista sono inaccettabili. Sembra una situazione senza via di scampo, nella quale non si capisce chi ha ragione.

Un rapporto diretto

Perché questa indignazione?

Due sono le risposte: non vengono accettati i motivi dietro alla limitazione di oggi e il mondo del web ne era ancora abbastanza lontano.
Non ci sorprende sapere che un programma televisivo viene censurato perché il presentatore bestemmia, ma l’indignazione è alta se il motivo dietro a quella censura è una battuta sessista.

La controparte degli attivisti ha alzato la voce per dire che è stanca della dittatura del politicamente corretto. Abbiamo una parte che sta continuamente mettendo in discussione la libertà artistica e l’altra che non accetta questo come una forma di progresso.

Ci si accorgeva meno di queste dinamiche prima dei social; le decisioni venivano prese direttamente dalle case di produzione e l’opinione pubblica era data da critici e opinionisti vari. La fortuna del web è quella di aver portato a un contatto diretto.

È difficile pensare a un programma TV senza pensare ai commenti di Twitter, è difficile pensare a un film senza pensare al fatto che lo si potrà poi vedere in streaming. Il piccolo schermo dipende dal riscontro dei social, da quanto se ne parlerà e da quanto quella clip divertente diventerà virale su Instagram o usato come audio di TikTok. Mentre il grande schermo rimane una speranza e un ricordo, ma non è estraneo a questa dinamica.

Non esiste più libertà artistica?

Suona strano da dire ma l’intervista di Yotobi a Paolo Ruffini potrebbe far riflettere sul tema. Ruffini dice che negli ultimi anni il cinema si è appiattito per non offendere nessuno e non osare più, rimpiangendo i vecchi tempi.

Il cinema e la TV sono da sempre soggetti a forme di censura. Ad Hollywood, per esempio, il Codice Hays impose scelte di produzione per più di trent’anni. Non si poteva rappresentare il corpo nudo, l’omosessualità, coppie miste, la volgarità o l’adulterio in chiave positiva. Esso diede forma a una morale rigidissima, alla quale seguì un aumento delle sale indipendenti e successivamente un totale stravolgimento di questi schemi. Questo potrebbe succedere in futuro dopo questo periodo in cui sembra ci siano delle forzature nel raccontare le storie.

Il film “L’uomo, la bestia e la virtù” di Stefano Vanzina, trasposizione cinematografica dell’omonima commedia di Pirandello, venne rimosso e fu introvabile fino al 2003 perché la famiglia di Pirandello si indignò a causa della rappresentazione non esaustiva dell’opera dello scrittore.

Questo è un esempio semplice e che non spicca, perché pochi sanno dell’esistenza di questo film in cui recita anche Orson Welles, ma è importante per capire che non è che non si può più dire nulla, non si sono mai potute dire molte cose.

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