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CLUBHOUSE, UN POSSIBILE MEZZO DI DEMOCRAZIA IN IRAN?

Una serie di funzionari di alto livello, candidati alla presidenza ed altre personalità politiche iraniane hanno iniziato ad utilizzare frequentemente Clubhouse. Secondo molti osservatori l’applicazione può diventare un nuovo faro di democrazia e di libertà di espressione per il paese. Ma non è così semplice.

Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif – Wikimedia Commons

Il 31 marzo il ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha fatto la sua prima apparizione su Clubhouse. È rimasto a lungo per discutere questioni che andavano dal recente patto di cooperazione con la Cina, agli sviluppi del dialogo diplomatico con gli USA sul nucleare, sino alla sua possibile candidatura – al momento declinata – alle elezioni presidenziali.

La stanza virtuale in cui stava parlando ha raggiunto rapidamente gli 8.000 partecipanti, tra cui diversi giornalisti e iraniani da dentro e fuori il paese. Ma Zarif non è stato il primo, né l’ultimo politico iraniano a prendere parte a una discussione su Clubhouse. Negli ultimi giorni molti funzionari iraniani hanno iniziato ad unirsi a diverse stanze, tra cui il ministro delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione Mohammad-Javad Azari Jahromi, l’ex Pasdaran e attuale ministro del petrolio Rostam Ghasemi, entrambi potenziali candidati alle elezioni di giugno, e il direttore dell’Organizzazione Iraniana per l’Energia Atomica Ali Akbar Salehi.

Il dibattito pubblico sull’uso di Clubhouse in Iran si è di conseguenza acceso, ed alcuni osservatori affermano come l’app stia già rafforzando la democrazia nel paese.

Al contempo in molti hanno però sottolineato come Clubhouse, sebbene possa dare l’impressione di uno scambio di opinioni democratico, sia sottoposta ad un severo controllo da parte del governo e utilizzata dai funzionari politici secondo i propri interessi.

Diversi giornalisti hanno infatti riportato su Twitter come nella stanza in cui ha parlato il ministro Zarif non fosse permesso porre domande, eccezion fatta per il moderatore Farid Modarresi, giornalista residente in Iran vicino al campo “riformista” o “moderato” dello stesso Zarif, e per un’altra manciata di giornalisti dentro e fuori dall’Iran, tra cui la giornalista del New York Times Farnaz Fassihi – accusata per questo di “essere complice della propaganda della Repubblica Islamica”. Modarresi stesso ha poi ammesso come ai giornalisti non residenti in Iran sia stato impedito di porre domande come prerequisito posto da Zarif per la sua partecipazione.

“Molti dei miei colleghi hanno alzato la mano ma sono stati intenzionalmente ignorati”, ha commentato su Twitter Rana Rahimpour, presentatrice della BBC Persian.

La presenza di Zarif su Clubhouse ha suscitato dunque reazioni contrastanti. Alcuni hanno valutato positivamente la sua volontà di partecipazione al dibattito, mentre altri hanno visto la sua comparsa come parte di una campagna volta a incoraggiare la partecipazione degli elettori alle prossime elezioni.

«Definire Clubhouse un palcoscenico per tutti gli iraniani è di fatto sbagliato. In molte stanze le conversazioni somigliano più alla lettura di giornali di partito» ha affermato Amir Rashidi, director of the “internet security and digital rights at Moan Group”, commentando l’episodio per AlterThink. «In un caso come questo, diventa solo un’altra trovata per fare un comizio online e solo un’altra scatola per tenere sotto controllo l’informazione. Non è un caso che un paio di giorni fa Clubhouse sia stata bloccata su tre dei principali operatori di telefonia mobile». Spiega come difficilmente in un paese come l’Iran, dove Instagram è l’unico social a non essere stato bloccato dal governo, le nuove tecnologie possano creare democrazia. «È una visione al momento utopica, già smentita più e più volte nell’ultimo decennio. Credo che la democrazia possa nascere solo da un’effettiva organizzazione democratica della società civile».

Ma Rashidi crede anche che Clubhouse possa effettivamente cambiare la dinamica tra gruppi politici all’interno e all’esterno dell’Iran. «Clubhouse è una grande sfida per tutti i media persiani dentro e fuori l’Iran. Soprattutto per questi ultimi perché organizzando le stanze si possono contattare figure politiche altrimenti inaccessibili. Se il governo non censurerà le conversazioni anche oltre le elezioni del 18 giugno, la sfida sarà da prendersi ancora più seriamente».

Clubhouse avrebbe così le potenzialità per essere più di un semplice mezzo di propaganda elettorale: uno spazio di discussione plurale per il dibattito pubblico del Paese.

“Un membro del clan Khomeini, un’attivista per i diritti delle donne e un hacker entrano in una stanza. Sembra l’inizio di una barzelletta, ma in realtà è quello che è successo di recente in una chat room di Clubhouse in cui si discuteva se l’hijab debba o meno rimanere obbligatorio in Iran”, ha scritto Holly Dagres sull’Atlantic Council, sottolineando come l’applicazione stia già dando possibilità di interazione assolutamente inedite per l’Iran.

Due giorni fa, ad esempio, molte persone su Twitter raccontavano di non riuscire ad accedere alla stanza di Faezeh Hashemi, una delle più importanti attiviste iraniane per i diritti delle donne. “È piena, e sto aspettando da 15 minuti di poter entrare”, ha commentato Misha Zand, ex giornalista di Al Monitor. Hashemi ha così aperto una seconda stanza, riempitasi anch’essa in pochissimo tempo per un totale di oltre 15000 partecipanti.

“Tutti ascoltando la stessa conversazione dal vivo, in tempo reale, e con la possibilità di porre domande. Evento raro”.

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