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KASPAR HAUSER: ENFANT SAUVAGE, LOCKDOWN E MUSICA TECHNO

Quella di Kaspar Hauser è la storia di un ragazzino tenuto per anni in lockdown forzato, una storia vera che divenne ben presto leggenda. Apparve così, tutto d’un tratto, immobile in una delle piazze di Norimberga nel lontano 26 maggio 1828. Forse, ad abbandonarlo lì, per la prima volta all’aria aperta e con una lettera nella mano, il suo vecchio detentore, sparito poi nell’ombra. Senza saper comunicare, né poter deambulare propriamente, Kaspar Hauser si ritrovò ben presto oggetto di studio da parte della comunità scientifica, e, suo malgrado, portatore di un segreto più grande di lui. Ancora oggi, sulla sua lapide nel cimitero di Ansbach in Baviera, si può leggere “Qui riposa Kaspar Hauser, enigma del suo tempo. Di ignota origine, e misteriosa morte”.

Tra i più interessati al caso di Kaspar Hauser, anche detto Il Fanciullo d’Europa, furono proprio i dotti della comunità scientifica di allora. Sotto l’influenza dello spirito illuminista del tempo, medici e filosofi vi intravidero l’opportunità di esaminare la natura dell’uomo, riscontrabile in tutta la sua purezza, in un giovane avulso da ogni contesto sociale sin dalla nascita. Reduce da un lockdown ai limiti della prigionia, Kaspar Hauser portava con sé emozioni, comportamenti e bisogni che erano, almeno sulla carta, liberi e non corrotti dal legame con altri esseri umani. La loro analisi avrebbe così svelato aspetti dell’umanità finora nascosti.

E’ lo spettro di Kaspar Hauser che ci fa compagnia durante il lockdown?

La storia di Kaspar Hauser, uno degli enfant sauvage più famosi d’Europa, risuona particolarmente vivida nello spirito del tempo corrente. L’attualità dell’isolamento in tempi di quarantena evidenzia ed amplifica con forza la natura sociale dell’essere umano e tutti i suoi limiti. Lo spettro con cui condividiamo le nostre solitudini, in questi tempi di lockdown, è quello dell’abbandono a noi stessi e alle nostre sole forze. E’ lo spettro della dipendenza dalla relazione con l’altro, che più evitiamo più ci spaventa, ma che continuiamo a necessitare.

Dalle annotazioni del filosofo illuminista prof. G. F. Daumer, il quale si fece carico dell’educazione di Kaspar, insegnandogli a leggere, scrivere e persino a suonare il pianoforte – compiendo così un mezzo miracolo pedagogico – scopriamo che il Fanciullo d’Europa era probabilmente affetto da una forma non ben definita di autismo, oltre che da un’inclinazione alla nevrosi. Certamente, non vi è evidenza che questi siano effetti direttamente legati alla sua prigionia, ma altrettanto sicuramente, è uno stimolo al considerare gli effetti psicologici che un lockdown – quello di Kaspar così come il nostro – ha sulle persone.

Kaspar e la psicologia

Scrutando tra le righe della leggenda di Kaspar Hauser, possiamo intravedere una piccola nuova verità sulla nostra natura di esseri umani. Attraverso questa lente di lettura, sveliamo la menzogna più grande del nostro tempo. Il dogma, secondo il quale, l’essere umano può bastare a se stesso. La credenza, per cui l’individuo si fonda e si completa da solo nella sua unicità, vacilla inesorabilmente. La società contemporanea, sia prima che durante il lockdown, osanna l’indipendenza e venera l’autonomia del soggetto difronte al mondo esterno.

L’obiettivo più grande a cui l’umano può aspirare sembra essere l’auto-realizzazione, negando così, di fatto, la relazione con l’altro. Lo zimbello, che rincorriamo a perdifiato nelle nostre routine, non è altro che l’impossibile platonico del mito di Aristofane. Un essere androgino, autosufficiente, e completo. Ma la realtà è ben diversa. Non c’è vita umana senza l’altro, e questo, lo sapevano bene gli illuministi, tanto da definire selvaggio – e quindi disumano – quel ragazzo cresciuto al di fuori delle relazioni sociali istituite.

Non a caso, ciò che caratterizza i comportamenti di Kaspar è spesso il grido. Un grido, che al difuori delle attenzioni del suo pedagogo, rimane inascoltato. Un grido, che rappresenta l’assenza di comunicazione, la negazione della sua persona da parte dell’altro, della società. Ciò che Kaspar grida, ripetutamente, è infatti il suo nome, la chiave principale per entrare in società e farsi riconoscere: “io sono Kaspar Hauser!”.

Tutti abbiamo bisogno del riconoscimento dell’altro, in tal senso, siamo tutti Kaspar Hauser.

Da leggenda a tema culturale, per arrivare al grande schermo

Il tema dell’enfant sauvage ha sempre popolato l’immaginario umano, tessendo leggende molto antiche. Ad esempio, i fondatori di Roma, Romolo e Remo, anch’essi rientrano tra i ragazzi selvaggi e così, tanti altri. Tra i più famosi nella cultura pop troviamo Mowgli e Tarzan. Allo stesso modo, la storia di Kaspar Hauser non poteva rimanere confinata nel perimetro del caso clinico, ma è divenuta ben presto leggenda e tema letterario. E il passo da letteratura a cinema, si sa, è breve.

La reinterpretazione del tema dell’enfant sauvage attraverso il grande schermo parte da lontano. Uno degli esempi più rilevanti è quello de Il ragazzo selvaggio di François Truffaut. Del 1970, la pellicola è girata in bianco e nero, e la costruzione delle scene ricorda film molto più datati. La storia ripercorre il ritrovamento di Victor de l’Aveyron – altro famoso enfant sauvage – che riporta dettagli incredibilmente molto simili alla vicenda di Kaspar.

Di lì a poco, nel 1974, uscirà nelle sale L’enigma di Kaspar Hauser del grande Werner Herzog. Il film, ripercorre fedelmente la vicenda di Kaspar mettendone in luce gli aspetti fondamentali e dando particolare risalto allo sviluppo psicologico del giovane di Norimberga.

Da leggenda a tema per un rave techno

Il caso di Kaspar, rimase così sopito per qualche decennio, fatta eccezione per le varie rappresentazioni teatrali susseguitesi negli anni. Nel 2012, tuttavia, ritorna in auge con il film techno-western del regista italiano Davide Manuli: La leggenda di Kaspar Hauser.

L’opera è una reinterpretazione in chiave distopica dell’enigma di Kaspar Hauser, arrivato dal nulla sulle coste della Sardegna per seguire il suo destino di diventare DJ. In questo caso, l’aspetto che più ne viene evidenziato è il mistero che avvolge la figura di Kaspar: gli intrighi di potere che vollero negarlo e la forza dirompente della sua purezza, tanto da paragonarlo in certi momenti al figlio del re, e per estensione del divino. Una chiave di lettura questa, proposta già da Rudolf Steiner.

Nel cast, oltre all’attrice e performer Silvia Calderoni, la quale interpreta magistralmente la figura di Kaspar, troviamo Vincent Gallo e Claudia Gerini. Infine, la colonna sonora affidata ai Vitalic, risulta particolarmente azzeccata per questa chiave di lettura moderna. Un film degno di nota, che raccoglie e reinterpreta abilmente la leggenda di Kaspar Hauser, e che in tempi di lockdown, ci fa sognare ad occhi aperti il prossimo rave!

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